Scomparso ex commissario Davignon, solo che realizzò politica industriale europea
AskaNews
di admin Administrator  
il 23/05/2026

Scomparso ex commissario Davignon, solo che realizzò politica industriale europea

Roma, 23 mag. (askanews) – E’ scomparso il 18 maggio, a 93 anni, un monumento (la definizione è del quotidiano ‘Le Soir’) della storia politica ed economica del Belgio e anche europea, Etienne Davignon. Fu due volte membro della Commissione europea, prima responsabile per il Mercato interno, l’Unione doganale e gli Affari industriali dal 1977 al 1981, e poi vicepresidente della Commissione, questa volta con delega all’Energia dal 1981 al 1985, quando svolse un ruolo giudicato cruciale al vertice dell’Esecutivo comunitario per compensare la mancanza di autorità dell’allora presidente, il lussemburghese Gaston Thorn. Si pensò a lui per presiedere la Commissione nel mandato successivo, ma poi arrivò Jacques Delors.

Nella storia dell’integrazione europea, Davignon (che aveva lavorato al Ministero degli Esteri belga sotto il ministro Paul-Henri Spaak, uno dei ‘padri fondatori’ dell’Unione, ed era stato anche direttore dell’Agenzia internazionale dell’Energia dal 1974 al 1977) è ricordato soprattutto per il piano di politica industriale europea per la siderurgia lanciato dalla Commissione tra il 1977 e il 1982.

L’allora commissario per l’Industria riuscì a far approvare dai governi degli Stati membri della Cee una dichiarazione ufficiale di ‘crisi manifesta’ nel settore dell’acciaio e il celebre ‘Piano Davignon’, che salvò la siderurgia europea, minacciata da una crisi di sovraccapacità interna e dalla concorrenza esterna, soprattutto asiatica.

Il ‘Piano Davignon’, è rimasto l’unico caso di una vera e propria politica industriale europea che si sia mai realizzato, e con successo. La Commissione fu autorizzata ad adottare per il settore siderurgico misure stringenti contro la sovraccapacità, la regolamentazione dei prezzi, quote di produzione obbligatorie, la soppressione della capacità produttiva come condizione per il sostegno comunitario ai piani di ristrutturazione industriale, la regolamentazione dei sussidi statali e la fissazione di rigide quote per limitare l’importazione dell’acciaio da paesi terzi.

Oggi tutto questo non sarebbe possibile, poiché la base giuridica per l’attuazione del Piano Davignon era il Trattato di Parigi del 1951 sulla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, che è scaduto nel 2002. E nei trattati europei successivi, gli Stati membri si sono gelosamente tenuti la loro competenza nazionale esclusiva per la politica industriale, nonostante il fatto che questo termine venga usato (e spesso a sproposito) per designare misure e decisioni proposte, e quasi sempre non realizzate, dall’Ue.

Attualmente, il Trattato sul funzionamento dell’Unione menziona la politica industriale agli articoli 6 e 173, classificandola tra i settori (cultura, turismo, tutela della salute umana, istruzione, gioventù e sport) in cui l’Ue può solo ‘svolgere azioni di sostegno, coordinamento o integrazione delle azioni degli Stati membri’ (art. 6), senza per questo sostituirsi alle loro competenze. In questi settori, inoltre, gli atti giuridicamente vincolanti dell’Unione ‘non comportano l’armonizzazione delle legislazioni o dei regolamenti degli Stati membri’ (art. 173).

Niente a che vedere con le ‘competenze condivise’, previste da altri articoli dei Trattati Ue, che consentono all’Unione di adottare normative in settori quali il mercato interno, l’agricoltura e la pesca, l’ambiente e la tutela dei consumatori; per non parlare delle ‘competenze esclusive’ dell’Unione in materia di concorrenza, politica monetaria e politica commerciale comune.

In materia di politica industriale, insomma, la Commissione in realtà può solo formulare proposte agli Stati membri che questi ultimi non sono realmente obbligati ad attuare, anche quando si impegnano a farlo. La Commissione non ha il potere di sanzionarli, non può aprire le procedure d’infrazione per inadempienza, né può minacciare di deferirli alla Corte europea di giustizia.

La mancanza di una vera e propria politica industriale europea spiega, tra l’altro, alcuni degli insuccessi o dei ritardi nell’attuazione del Green Deal, ad esempio (ma non solo) per quanto riguarda l’elettrificazione della produzione industriale e dei trasporti e la diffusione dei veicoli elettrici, soprattutto se si confronta quanto accaduto finora in Europa con lo sviluppo della transizione verde in Cina, dove invece tutto è governato da una politica industriale centralizzata (sul cui carattere democratico certo si può discutere, ma questa è un’altra questione).

Il fisico teorico Francesco Sylos Labini, ricercatore presso il Centro ‘Enrico Fermi’ di Roma e l’Istituto dei Sistemi Complessi del Cnr, lo ha spiegato in modo molto succinto ed efficace in un post sui social media il 19 maggio: la Cina ‘negli ultimi due decenni è diventata leader globale nelle tecnologie solari (85% dei pannelli), nelle batterie (80% delle batterie), nelle turbine eoliche (60%) e nei veicoli elettrici (60%), trasformando la transizione energetica in una leva di potenza industriale e geopolitica. Questo risultato – sottolinea Sylos Labini – è il frutto di una strategia di lungo periodo: un ecosistema industriale integrato lungo tutta la filiera, dalle materie prime ai prodotti finali, sostenuto da investimenti massicci in ricerca, formazione ed economie di scala’. E’ esattamente quello che non ha fatto l’Ue.

‘Le difficoltà europee derivano in larga misura dall’assenza di una politica industriale coerente di lungo periodo. Alla base vi è un presupposto teorico preciso: la fiducia nell’equilibrio di mercato come meccanismo spontaneo di coordinamento. Nel progetto europeo, mercato unico e concorrenza sono stati elevati a principi ordinatori, mentre l’intervento pubblico è stato progressivamente limitato. In questo quadro, la transizione verde è stata affrontata soprattutto come un problema regolatorio, più che come una strategia industriale. La transizione energetica non è soltanto una questione ambientale, ma una politica di programmazione industriale e di autonomia strategica. Chi non la affronta come tale non solo resta indietro nella decarbonizzazione, ma perde competitività economica e si espone a una condizione strutturale di debolezza’, conclude Sylos Labini.

Il fatto che storicamente l’Ue si sia affidata al libero mercato, rinunciando a una vera politica industriale europea, è stato sottolineato anche da Mario Draghi nel suo discorso di accettazione del premio Charlemagne ad Aquisgrana, il 14 maggio, come avevamo già scritto su Europa Building. ‘L’Europa – ricordava Draghi – si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo’.

Su due punti, in particolare, la Commissione si sta oggi muovendo per convincere le industrie degli Stati membri a coordinarsi, e a seguire le ‘raccomandazioni’ di Bruxelles, non escludendo di ricorrere successivamente, se questo non bastasse, a misure obbligatorie tipiche della politica industriale (ciò che però potrebbe prefigurare problemi di base giuridica): da una parte, la differenziazione delle fonti di approvvigionamento, soprattutto per le materie prima critiche, nelle catene del valore; dall’altra, l’efficienza energetica dei nuovi ‘data center’ essenziali per l’intelligenza artificiale, che sono in costruzione in Europa (in ritardo rispetto a Usa e Cina), con un aumento esponenziale previsto nei prossimi anni del consumo di energia.

Riguardo al primo punto, il vicepresidente della Commissione europea e responsabile per l’Industria e il Mercato unico, Stéphane Séjourné, ha spiegato la necessità che le imprese diversifichino le fonti del loro approvvigionamento durante la conferenza stampa al termine del Consiglio Ue sul Commercio del 22 maggio, a Bruxelles. ‘La strategia di diversificazione e di sicurezza economica – ha detto Séjourné – non si basa esclusivamente sulle autorità pubbliche, né esclusivamente sulla Commissione, né esclusivamente sugli Stati membri, ma anche sulla responsabilità delle imprese stesse di saper diversificare, nei loro ordini, nei loro acquisti e nelle loro relazioni commerciali. E sono troppo poche le imprese in Europa che attualmente affrontano il rischio geopolitico o il rischio di approvvigionamento’.

‘Ma negli ultimi cinque anni, con la proliferazione delle crisi geopolitiche, si può chiaramente vedere che questa strategia dovrebbe essere integrata anche nei piani aziendali delle grandi imprese europee, per quanto riguarda l’approvvigionamento delle materie prime’, perché, ha sottolineato il vicepresidente della Commissione, ‘non è possibile che il 100% delle materie prime per un determinato prodotto provenga da un unico paese, e questo anche per ragioni di sicurezza economica aziendale’.

‘Noi – ha ripetuto Séjourné – invitiamo le aziende a modernizzare i propri piani aziendali e a integrare la sicurezza economica dei loro approvvigionamenti nei loro business plan a livello aziendale. Se ciò non dovesse accadere, se tra qualche mese ci rendessimo conto di non avere una diversificazione sufficiente a livello aziendale – ha avvertito a questo punto -, saremo costretti a valutare la possibilità di imporre alle imprese di diversificare almeno una parte dei loro approvvigionamenti’, e questo ‘in particolare per quanto riguarda le materie prime’.

‘Oggi siamo sempre nella fase della comunicazione dei messaggi e delle linee guida alle aziende’. Ma, ha puntualizzato il vicepresidente della Commissione, ‘se dovesse emergere che a un certo punto non saremo più in grado di avere una visione collettiva e che i riscontri da parte delle aziende europee ci mostreranno che non stanno diversificando a sufficienza le proprie fonti di approvvigionamento, probabilmente dovremo passare alla fase successiva. Tuttavia non è ancora questo il caso oggi’. ‘Il messaggio per gli acquirenti europei – ha concluso – è molto chiaro: non rifornitevi al 100% da un solo paese. Oggi, la situazione geopolitica globale dimostra che la vostra capacità di approvvigionarvi all’estero deve dipendere anche da altri paesi e, quando possibile, anche dalla produzione europea’.

A margine della conferenza stampa abbiamo chiesto a Séjourné su quale base giuridica l’Ue potrebbe obbligare le imprese alla diversificazione, considerando il già citato art. 173 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione e il divieto di misure di armonizzazione per una politica industriale a livello Ue. ‘Per ora – ha risposto – stiamo parlando di una raccomandazione. Se non funziona, esploreremo altre possibilità’.

Sul secondo punto, siamo solo all’inizio di un processo che si annuncia ancora lungo e complesso, anche se c’è la necessità di agire urgentemente. L’enorme quantità di energia richiesta dai data center potrebbe causare contraddizioni e ritardi nella transizione verde, con pressioni per continuare o riprendere l’uso di energie fossili pur di assicurare il funzionamento e lo sviluppo, necessari e prioritari, dell’intelligenza artificiale.

All’inizio di giugno, è prevista l’approvazione di un primo regolamento della Commissione (con un ‘atto delegato’ che può essere bocciato solo dalla maggioranza qualificata degli Stati membri) che richiederà alle imprese coinvolte nella costruzione e gestione dei data center di fornire informazioni dettagliate e dati specifici relativi al consumo energetico, all’efficienza e alle fonti di energia utilizzate. L’obiettivo è quello di rendere quanto più possibile sostenibili i data center dal punto di vista degli obiettivi climatici e della transizione verde.

Ma non è affatto scontato che basterà raccogliere ed elaborare le informazioni che arriveranno dall’industria, per elaborare dei modelli di riferimento indicativi, senza dover ricorrere a misure obbligatorie, armonizzate a livello Ue. In questo caso, tuttavia, il problema della base giuridica potrebbe essere risolto ricorrendo alla legislazione, già lungamente sperimentata, per la transizione energetica e le politiche climatiche, ad esempio con l’imposizione di standard e obiettivi per le emissioni e l’efficienza nel settore specifico.

Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

(fonte della foto: Commissione europea)

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