Centromarca, Mutti: per crescere meno vincoli Ue e dimensioni più grandi
Milano, 9 giu. (askanews) – Chiamata a disegnare il proprio futuro, l’industria di marca deve fare oggi i conti con una doppia pressione: da un lato le tensioni geopolitiche e il ritorno del protezionismo, dall’altro la contrazione del potere d’acquisto delle famiglie e un eccesso normativo. Un momento complesso, nonostante il quale, secondo il presidente di Centromarca, Francesco Mutti, la marca riesce a difendere il proprio ruolo: “Quando oggi andiamo a valutare gli acquisti degli italiani, anche in un momento di crisi – ha detto in occasione dell’assemblea di Centromarca a Piazza Affari a Milano – osserviamo che oltre i due terzi degli acquisti sono rivolti a prodotti di marca, perché molto spesso, con piccole differenze di prezzo, si ottengono grandi salti dal punto di vista qualitativo. Se poi la andiamo a valutare come sistema economico, notiamo che proprio la marca è l’elemento cardine che permette al sistema Italia, un Paese che sta perdendo popolazione in modo importante, di trovare uno sbocco sempre più rilevante verso i Paesi esteri. Oggi l’Italia sta combattendo per la posizione di quinto Paese esportatore al mondo. Noi dobbiamo sempre ricordarci che tutto sommato siamo un Paese non grande, rappresentiamo meno di 60 milioni di abitanti su 8 miliardi e mezzo, quindi meno del 10%”.
Mutti ammette che “speravamo di trovare un 2026 molto più lineare, viceversa dall’esterno giungono costantemente turbulenze, per non parlare poi dei dazi con gli Stati Uniti, quindi c’è un susseguirsi di eventi ai quali non si era più abituati. Naturalmente occorre avere una capacità di reazione particolarmente rapida, dobbiamo essere capaci di affrontare queste sfide. Ma mi permetto anche di dire che occorre un’Europa che sia capace di fare del macro-management e non del micro-management. Occorrono politiche unitarie, non più su piccoli fattori, ma grandi scelte europee che devono essere compiute”.
Il richiamo all’Europa si lega direttamente al tema della complessità normativa. “L’eccesso normativo e la frammentazione iper-regolatoria – ha detto davanti alla platea degli imprenditori dell’industria di marca – spesso generano un danno alla certezza del diritto, rallentando le energie produttive e riducendo la competitività delle aziende. Come industria, non chiediamo un moltiplicarsi di vincoli, ma un quadro normativo composto da poche norme, ma certe, chiare e trasparenti. Abbiamo bisogno di un ecosistema legislativo che aiuti a individuare tempestivamente le criticità e a colpire severamente le illegalità e le pratiche di concorrenza sleale”.
La crescita dell’industria di marca, per il presidente Mutti, passa inevitabilmente attraverso l’internazionalizzazione, ma proprio su questo fronte emerge una debolezza strutturale del sistema produttivo italiano. “Oltre il 50% delle esportazioni dell’agroalimentare italiano oggi viene fatto dallo 0,2% delle aziende italiane – fa notare – Quindi se noi abbiamo 55.000 aziende, poco più di 200 rappresentano oltre la metà delle nostre esportazioni. Tutto questo deriva in buona parte dalla dimensione che purtroppo non è un elemento secondario”. Per questo “sì assolutamente, un consolidamento è fortemente auspicabile. Non si affrontano mercati, non si fanno investimenti, non si riesce a fare ricerca e sviluppo se non si ha alle spalle una dimensione e una scala tali da consentire di ripartire questi costi su una massa più ampia”.
Il fatto stesso che siano pochissime le aziende italiane del largo consumo quotate a Piazza Affari impone secondo Mutti “una riflessione più ampia: occorre probabilmente sviluppare una capacità e un’attrattività affinché le aziende cambino dimensioni. Molto spesso viceversa, ci sono una serie di vincoli per aziende che crescono che quasi ti spingono a dire che forse si sta meglio in una dimensione più piccola, più gestibile, meno burocratica. E da questo punto di vista proprio l’Europa ci inonda costantemente di norme: adesso abbiamo la trasparenza sulle paghe, pochissimo tempo fa abbiamo avuto il NIS2” sulla cybersicurezza. “Sono tutte normative che oggi spingono le aziende a dire ma forse non mi conviene crescere – ha concluso – mi conviene rimanere in una dimensione molto meno normata e molto più gestibile”.
