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Allevatore cinofilo condannato per i tagli delle orecchie e della coda dei ‘cani corso’

Allevatore cinofilo condannato per i tagli delle orecchie e della coda dei ‘cani corso’

Massimo Maschio, secondo la tesi difensiva, ha tenuto una condotta conforme alle direttive emanate dalla Federazione cinologica internazionale; in aula ha dovuto rispondere anche di detenzione illegale di arma

Cinque mesi e 10 giorni di reclusione, oltre al pagamento di un’ammenda pari a 4.200 euro. E’ questa la pena a cui è stato condannato questa mattina Massimo Maschio, 56 anni, nei cui confronti la pubblica accusa aveva formulato accuse pesantissime: maltrattamento di animali, esercizio abusivo della professione di veterinario e detenzione illegale di arma (il pagamento dell’ammenda fa riferimento ai primi due capi di imputazione).
Massimo Maschio, allevatore cinofilo per hobby, con particolare riferimento alla razza del ‘cane corso’, durante due perquisizioni operate tra la sua struttura di allevamento in frazione Fochat di Sarre e la sua abitazione, era stato trovato in possesso di diversi strumenti che, secondo l’accusa, gli sarebbero serviti per provvedere all’amputazione di parte delle orecchie e della coda dei ‘cani corso’.
«Secondo la stessa Federazione cinologica internazionale, provvedere all’amputazione di parte delle orecchie e della coda dei cani corso è una pratica assolutamente consentita, anzi addirittura consigliata, così da scongiurare possibili gravi lesioni all’animale durante le battute di caccia», è stata la tesi difensiva esposta in aula dall’avvocato Carlo Raffaglio, che poi ha proseguito: «In ogni caso, non è mai stato provato che il mio assistito abbia operato direttamente lui sui cani, anche perché gli strumenti trovatigli in casa non sono assolutamente idonei per tali pratiche. E comunque Massimo Maschio, ben consapevole della legislazione italiana in materia, si è sempre limitato a trasportare i cani all’estero per l’effettuazione delle operazioni alle orecchie e alla coda».
Nel corso della seconda perquisizione, poi, ecco spuntare fuori anche una carabina mai denunciata. «L’arma era di proprietà dello zio del mio assistito, entrato in possesso della carabina soltanto in un secondo tempo – ha spiegato ancora il difensore in aula -. Detto questo, mi preme ricordare che la carabina era stata rinvenuta senza percussore durante una perquisizione, quindi non si trattava di un’arma, bensì di un simulato d’arma, anche perché fu quasi immediatamente restituita al legittimo proprietario dagli stessi inquirenti. Se fosse stata un’arma regolarmente funzionante, perché restituirgliela?».
Tesi, quelle della difesa, che alla luce della sentenza, non sono state accolte dal giudice monocratico del Tribunale di Aosta, Davide Paladino.
(patrick barmasse)

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