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Maxi processo del bestiame: «Clima da caccia alle streghe, i capi di imputazione sono manifestamente infondati»

Maxi processo del bestiame: «Clima da caccia alle streghe, i capi di imputazione sono manifestamente infondati»

Questa mattina le arringhe difensive dei legali dei veterinari Davide Mila e Massimo Volget, di Gabriele Viérin e Fabrizio Bisson, di Diego Lale-Murix e di Angelo Cabraz; la sentenza potrebbe essere anticipata al 30 ottobre

«In questo processo c’è stata una sorta di caccia alle streghe in quanto i capi di imputazione sono manifestamente infondati». Così l’avvocato Nilo Rebecchi del foro di Aosta, legale difensore dei medici veterinari Massimo Volget e Davide Mila, ha intrapreso la sua arringa nell’udienza in programma oggi, giovedì, nell’ambito del maxi processo sul bestiame contaminato e le fontine adulterate che vede sul banco degli imputati 48 tra allevatori e loro collaboratori, veterinari, responsabili di laboratori di analisi e produttori lattiero caseari operanti in Valle d’Aosta.
A riguardo della posizione di Volget, per il quale il pm Pasquale Longarini ha chiesto una condanna a 8 mesi di carcere in quanto avrebbe «falsamente certificato» la fecondazione di bovine di Angelo Letey con seme proveniente da un toro valdostano anziché con ‘paillettes’ «che si assume provenire dalla Svizzera», permettendo così all’allevatore di percepire comunque contributi erogati per il mantenimento della razza valdostana, l’avvocato Rebecchi ha chiesto l’assoluzione del suo assistito «perché il fatto non sussiste», in quanto alcuna prova derivante da un’analisi genetica dei capi sarebbe stata prodotta dagli inquirenti.
Per quanto attiene alla posizione dell’altro veterinario, Davide Mila, la cui richiesta di condanna è di un anno e 9 mesi, il legale ha sottolineato come «in questo processo non vi è la prova di niente», contestando il vincolo associativo mosso a carico del suo assistito nell’ambito del sodalizio composto anche dalla responsabile del laboratorio di analisi di Carmagnola, Rosella Badino (chiesti 2 anni), e dell’allevatore Vittorio Noz (8 mesi). In un simile contesto, a Mila viene contestata l’omessa denuncia dell’IBR (rinotracheite bovina) riscontrata su un capo di Noz, «circostanza dalla quale non scaturiscono profili illeciti in quanto all’epoca l’IBR non era una malattia soggetta alla profilassi di Stato, quindi alcun obbligo di denuncia vi era a carico del dottor Mila, anche perché l’allevatore avrebbe potuto percepire contributi regionali e comunitari indipendentemente dalla presenza o meno della malattia in stalla», ha precisato l’avvocato Rebecchi.
In riferimento al suo falso in concorso con l’allevatore Diego Lale-Murix (chiesti 9 mesi), «questa contestazione viene smentita dall’intercettazione del 28 agosto 2008 – precisa il legale di Davide Mila -, ovvero quando il mio assistito esclama ‘Porco cane!’ nell’apprendere dell’avvenuta macellazione di una bovina» di proprietà di Lale-Murix, la cui commercializzazione «non è comunque stata provata».
La bovina, a cui lo stesso Mila prescrisse in data 4 agosto 2008 un antidolorifico, «in realtà non fu sottoposta ad alcuna terapia perché stava male a tal punto che il proprietario (Diego Lale-Murix, ndr) qualche giorno dopo decise di portarla al macello», ha spiegato in aula il legale di Lale-Murix, l’avvocato Viviane Bellot, che ha quindi chiesto l’assoluzione del suo assistito in quanto «alcun periodo di sospensione andava rispettato», considerato che il medico veterinario Franco Vallet – durante un’ispezione disposta dopo la macellazione della bovina – avrebbe rinvenuto la confezione del farmaco «intatta perché non ancora utilizzato».
Altra arringa difensiva, quella dell’avvocato Stefano Bonaudo di Torino, difensore di uno degli imputati con le posizioni più pesanti del maxi processo, quell’Angelo Cabraz per il quale il pm Pasquale Longarini ha chiesto una condanna a 4 anni di carcere. «In questo processo si è voluto fare passare gli allevatori come personaggi senza scrupoli, il fatto è che le ipotesi degli inquirenti non sono state mai provate», ha premesso l’avvocato Bonaudo, che in riferimento alle ormai note ‘fontine rosse’, ha precisato: «Fermo restando che la colorazione rossa non è di per sé sintomo di pericolosità per la salute umana, quando il mio assistito le ha vendute al caseificio di Duclos non poteva sapere che queste contenessero stafilococco e streptococco». Sull’accusa dell’associazione per delinquere insieme a Eliseo Duclos (chiesti 4 anni), Marisa Cheillon (un anno 8 mesi), Claudio Trocello (3 anni 6 mesi) e Antonio Albisetti (2 anni 6 mesi), il legale di Cabraz ha quindi sottolineato: «Se anche ci fosse stata l’associazione tra gli altri soggetti, Cabraz ne era indifferente, anche perché la sua attività era esterna a quella del caseificio di Variney».
Prima arriga difensiva della mattinata, quella del legale di Fabrizio Bisson (chiesti 5 mesi) e Gabriele Viérin (11 mesi) della società La Borettaz, l’avvocato Davide Sciulli, che dopo aver premesso come «singoli prelievi di sangue su bovine non costituiscono reato, così come già sancito dalla sentenza 604 del 2010 del Tribunale di Aosta in composizione monocratica», ha dichiarato che «la società La Borettaz, non avendo soltanto bovine da latte per la produzione della Fontina DOP, era autorizzata all’acquisto di fieno alloctono».
In ultimo, l’avvocato Sciulli ha voluto precisare: «Bisson e Viérin sono chiamati a rispondere di reati in quanto soci della società La Borettaz, il problema è che l’accusa non ha saputo dirci chi materialmente ha commesso cosa».
Il processo proseguirà domani, venerdì, con le altre arringhe difensive, che dovrebbero concludersi martedì 28 ottobre.
La sentenza del collegio presieduto da Marco Tornatore (giudici a latere Davide Paladino e Paolo De Paola) potrebbe essere anticipata di un giorno, da venerdì 31 a giovedì 30 ottobre, considerato che non dovrebbero esserci repliche da parte del pm Pasquale Longarini.
(pa.ba.)

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