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Per una scuola migliore

Chi si impegna per difendere qualcosa in cui crede lo accolgo sempre con profondo rispetto e spesso ne invidio la tenacia. A patto che la sua battaglia non leda la libertà altrui.
Nessun riferimento ai fatti di Milano, bensì allo sciopero nazionale della scuola. Già, la scuola: ma è mai possibile che in Italia quando si parla di scuola è sempre bagarre?
Rispetto, ma non tutte, le posizioni dei docenti, i quali chiedono al governo Renzi di rivedere alcuni punti del Disegno di legge “La buona scuola”.
Sono dalla parte dei docenti per: riaffermare la centralità dell’alunno nel progetto educativo; stabilizzare i precari; per l’obbligatorietà dell’ultimo anno della Primaria; per il rispetto della titolarità della sede e alla mobilità volontaria (ma solo a fine anno scolastico o per gravi motivi di famiglia o salute).
Non condivido per niente, invece, il timore della perdita di autonomia scolastica nel caso in cui fosse assegnato maggior potere ai dirigenti scolastici. Se questa è una proposta, significa che i Consigli di classe non funzionano poi così bene.
Con il polso della situazione del genitore-fruitore del servizio scolastico pubblico sia di scuola primaria che secondaria di primo grado, del componente di un Consiglio d’istituto, nonché, per questioni familiari, buon conoscitore del sistema scolastico scandinavo, penso che anche il Disegno di legge del governo Renzi non risolverà granché, come del resto è successo con le riforme passate che alla fine hanno lasciato tutti scontenti.
Necessitiamo di una vera riforma, che stabilizzi tutti i precari, così da azzerare le conflittualità contrattuali, per poter poi aprire un confronto vero sul merito, tasto dolente di tutta la pubblica amministrazione. Anche per la scuola, infatti, non c’è distinzione tra chi fa e ha voglia di fare e chi si adagia, galleggiando tra le pieghe di un contratto che garantisce in tutto e per tutto proprio chi il posto fisso ce l’ha. In una sola parola: bisogna voler superare la scomoda eredità che ci ha lasciato quel grande bluff che è stato il Sessantotto.
Se veramente, come sostengono i docenti, ma anche come dice di tenere il Governo, si vuole la riaffermazione della centralità dell’alunno, allora dobbiamo avere il coraggio di modernizzare la nostra scuola. Come? Diamo uno sguardo all’Europa, magari al Nord, dove si sta a scuola dal mattino fino a metà pomeriggio. Semplifico: al mattino lezioni; al pomeriggio approfondimenti, verifiche e compiti. Una volta suonata l’ultima campanella, nessun compito a casa, neanche nei fine settimana, perché nel pomeriggio-sera è giusto che i ragazzi possano svagarsi facendo sport o altro, mentre il weekend deve essere rigorosamente riservato alle famiglie. Alle Superiori, a scuola fino a 18 anni (e non 19 come da noi): si recupera un anno – che poi è pure un costo sociale al pari delle bocciature – che potrebbe permettere una vera alternanza scuola-lavoro. Direi che potrebbe essere un buon inizio per una scuola se non ottima, almeno migliore perché al passo con i tempi.
E’ tanto difficile?

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