Ucraina, Meloni nella “scia” di Macron, ma per togliergli iniziativa e lanciare Draghi
Roma, 11 gen. (askanews) – Usare lo “scudo” di Emmanuel Macron per riprendere un ruolo da protagonista sull’Ucraina, che proprio il presidente francese si è assunto guidando i Volenterosi. Giorgia Meloni ha fatto una mossa scaltra nella conferenza stampa di fine anno, rilanciando le parole dell’inquilino dell’Eliseo che qualche settimana fa aveva espresso la necessità di parlare con Vladimir Putin nella trattativa per cercare di trovare una soluzione al conflitto in Ucraina. Un concetto, di per sé, scontato: se va fatta una mediazione tra due parti non si può prescindere dal confronto con entrambe, anche con l’aggressore. E se lo si fa fare, come adesso, solo a Donald Trump, il risultato potrebbe non essere quello auspicato.
Mettersi nella scia di Macron, probabilmente il leader europeo con cui ha il rapporto più complicato, consente però a Meloni di ottenere un doppio risultato. Il primo è mettersi al riparo, in Italia, da possibili accuse di un disimpegno sull’Ucraina, seguendo la linea filo-russa della Lega di Matteo Salvini (che infatti ha avuto parole di apprezzamento per la presa di posizione della premier). Se lo dice il leader dei Volenterosi, quello che è pronto a inviare truppe in missione di pace sul suolo ucraino – è il ragionamento – la posizione è inattaccabile a ogni critica, anche strumentale.
Il secondo è, per paradosso, togliere l’iniziativa allo stesso Macron. La premier italiana non ha mai apprezzato l’iniziativa dei Volenterosi e lo si è visto, ancora una volta, in occasione dell’incontro a Parigi nel giorno dell’Epifania: Meloni è arrivata all’Eliseo con oltre un’ora di ritardo, mostrando scarsissimo entusiasmo e ribadendo il no dell’Italia all’invio di militari boots on the ground. E infatti nel suo intervento in conferenza stampa, dando ragione al presidente francese, ha anche detto – nella sostanza – che non deve essere lui a parlare con Mosca. “Il presidente francese Emmanuel Macron ha ragione: è arrivato il momento in cui anche l’Europa deve parlare con la Russia” perché, ha detto, “se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo”, cioè Kiev, “temo che alla fine il contributo positivo che può portare sarà limitato”. E tuttavia – e qui arriva lo ‘stop’ all’iniziativa francese, “il problema è chi lo deve fare, perché se noi facessimo l’errore di decidere di riaprire le interlocuzioni con la Russia e” nel contempo “di andare in ordine sparso mentre lo facciamo, noi faremmo un favore a Putin. E l’ultima cosa che voglio fare io nella vita è un favore a Putin”.
La premier ha quindi criticato i “molti formati” esistenti (in primo luogo proprio i Volenterosi) rilanciando l’ipotesi dell’”indicazione di un Inviato speciale dell’Europa sulla questione ucraina, cioè una persona che ci consentisse di fare la sintesi ma di parlare con una voce sola”. E chi potrebbe essere l’inviato speciale? Nei mesi scorsi tanti nomi sono circolati, tra cui quello di Angela Merkel, ma per il governo la figura giusta è quella di Mario Draghi. A dirlo, in una intervista al ‘Foglio’ il 10 gennaio è stato Giovambattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed “eminenza grigia” di Giorgia Meloni. Una figura, quella dell’ex premier e presidente della Bce, su cui difficilmente potrebbero esserci opposizioni. Se la “candidatura” decollerà si vedrà nelle prossime settimane.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli
