Centinaia di morti nelle proteste in Iran. Teheran: siamo pronti alla guerra ma anche al dialogo
Roma, 12 gen. (askanews) – Le proteste in Iran hanno causato oltre 500 morti, secondo il conteggio aggiornato da un’organizzazione per i diritti umani.
Secondo gli ultimi dati diffusi da HRANA, gruppo con sede negli Stati Uniti che si basa su informazioni raccolte da attivisti dentro e fuori l’Iran, è stata documentata l’uccisione di almeno 490 manifestanti uccisi e 48 membri delle forze di sicurezza, mentre oltre 10.600 persone sarebbero state arrestate in due settimane di tumulti. Le autorità iraniane non hanno fornito un bilancio ufficiale e le cifre non sono state verificate in modo indipendente.
Le proteste, le più estese dal 2022, mettono sotto pressione l’establishment clericale della Repubblica islamica. Il presidente Usa Donald Trump ha più volte minacciato un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel caso in cui venisse usata la forza contro i dimostranti.
Secondo i media Usa, un funzionario statunitense ha riferito che Trump dovrebbe incontrare domani i suoi principali consiglieri per valutare le opzioni sul dossier iraniano. Secondo il Wall Street Journal, tra le ipotesi in discussione figurerebbero attacchi militari, l’uso di strumenti cyber riservati, un inasprimento delle sanzioni e il sostegno online alle fonti anti-governative. “La situazione è sotto esame e stiamo valutando opzioni molto forti”, ha dichiarato Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, aggiungendo di essere in contatto con esponenti dell’opposizione iraniana e sostenendo, senza fornire dettagli, che i leader di Teheran avrebbero manifestato la volontà di negoziare.
Da parte iraniana, il presidente del parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha messo in guardia Washington da “errori di calcolo”. “In caso di un attacco all’Iran – ha affermato – i territori occupati e tutte le basi e le navi statunitensi saranno obiettivi legittimi”. Comunque, la situazione in Iran è “completamente sotto controllo”: lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in una dichiarazione tradotta in inglese da Reuters. Secondo Araghchi l’avvertimento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale aveva minacciato un intervento se avesse Teheran represso nel sangue, ha spinto i “terroristi” a prendere di mira i manifestanti e le forze di sicurezza per provocare un intervento straniero. “Siamo pronti alla guerra ma anche al dialogo”, ha specificato il diplomatico iraniano.
Le proteste sono iniziate il 28 dicembre in seguito all’aumento dei prezzi, per poi trasformarsi in una più ampia contestazione contro il sistema di potere instaurato dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Le piazze in oltre 100 città iraniane chiedono ora la fine del regime degli Ayatollah, in una cruciale saldatura tra diverse componenti della società iraniana.


