Saint-Vincent: Piergiorgio Crétier, custode delle memorie del paese
Piergiorgio Crétier
Persone e storie
di Paolo Ciambi  
il 15/01/2026

Saint-Vincent: Piergiorgio Crétier, custode delle memorie del paese

Dai registri parrocchiali ai fondi di famiglia, una vita passata a ricucire il passato del paese: dai mulini ai torchi, dalle famiglie ai notai, dai luoghi di culto alle vicende dei Giusti tra le Nazioni, Crétier ha ricomposto capitoli dimenticati restituendo alle comunità e alle persone un posto nel racconto collettivo

Saint-Vincent: Piergiorgio Crétier, custode delle memorie del paese.

Nato 69 anni fa nella frazione Torrent-Sec di Saint-Vincent, a pochi metri dalla dimora che vide i natali di Cesare Dujany, Piergiorgio Crétier è una voce attenta e instancabile nella ricostruzione della memoria storica di Saint-Vincent.

Non arriva da un percorso accademico, ma da una passione coltivata per decenni, alimentata dal desiderio di capire come il passato del paese si sia depositato nei gesti delle persone, nei documenti e negli spazi che ancora oggi lo abitano.

La sua ricerca nasce da una pratica quotidiana fatta di archivi, incontri, sopralluoghi, fotografie, testimonianze raccolte con pazienza, un frammento alla volta, ma con tanta curiosità.

1994 – la presentazione del libro ‘Mulini e Torchi’ a Saint-Vincent; Crétier, primo a destra, con l’allora assessore all’Istruzione Roberto Louvin, la presidente della biblioteca Rosanna Gorris e l’allora sindaco Gianfranco Castiglioni

Dai mulini ai torchi, dalle famiglie ai notai, dai luoghi di culto alle vicende dei Giusti tra le Nazioni, Crétier ha ricomposto capitoli dimenticati restituendo alle comunità e alle persone un posto nel racconto collettivo.

Il suo lavoro è un modo sia per custodire ciò che rischia di scomparire sia per capire, attraverso le vite ordinarie, l’identità profonda di un territorio. Nel colloquio con lui emergono le radici della sua ricerca, le motivazioni intime e la visione che lo accompagna.

L’inizio di una passione

Come è nata la passione per la storia locale?

«Ho iniziato a lavorare molto presto, a 14 anni, dai fratelli Obert, macellai di Saint-Vincent.
Poi, crescendo, ho cominciato a procurarmi libri sulla Valle d’Aosta, soprattutto di storia.

Mi interessava meno ciò che riguardava altri paesi: volevo capire il mio. A un certo punto alcuni amici francesi, discendenti di emigrati di Saint-Vincent, mi chiesero di consultare i registri parrocchiali per le loro genealogie.

Nei registri non c’erano solo atti: i parroci annotavano anche episodi di vita quotidiana, note sulle famiglie, sulla società.
Credo che sia scattato lì l’interesse vero: volevo saperne sempre di più.

La mia prima ricerca seria portò al mio primo libro, Mulini e torchi a Saint-Vincent, del 1994.

In quegli anni iniziai a frequentare l’Archivio Storico Regionale, dove ebbi la fortuna di incontrare il direttore, il professor Lino Colliard. Capì le mie difficoltà da autodidatta e mi insegnò come si fa ricerca, il metodo, il rigore necessario.

All’Archivio vescovile incontrai il canonico Donato Nouchy, che mi spiegò come trattare un documento antico evitando commenti personali. Sono state due figure fondamentali insieme a Joseph Rivolin, successore di Colliard all’Archivio Storico Regionale, che mi hanno indirizzato al rigore della ricerca storica».

Un incontro fortunato

Piergiorgio Crétier alla presentazione del libro ‘La Madonna delle Zerbion’ – era il 2022

C’è un episodio in particolare che ricorda della sua giovinezza?

«Era l’inizio degli anni Settanta.
Un giorno entrò nella macelleria dove lavoravo una signora dai pantaloni di velluto: si presentò come Antonietta Beneyton, restauratrice degli affreschi dell’abside della chiesa parrocchiale.
Aveva bisogno ogni settimana di una fornitura di fiele di bue per il verde dei colori e di sangue di bue per il rosso. Mi occupavo io della consegna. Un giorno mi chiese: Vuoi vedere i lavori?.

Mi portò sui ponteggi dentro al coro della chiesa: da lassù era impressionante. Credo che pochissime persone abbiano avuto la possibilità di vedere quegli affreschi così da vicino. Alla fine mi regalò una foto con una sua dedica».

Dettagli e storie nascoste

Ha dato voce a figure minori, notai, personaggi quasi sconosciuti. Qual è il documento che l’ha colpita di più?

«I documenti sono tantissimi. Da qualche anno seguo un filone poco battuto: i fondi di famiglia.
Ci sono famiglie che conservano scatole di carte antiche, vecchie anche di secoli. Dentro si trova di tutto: contratti matrimoniali, testamenti, atti di causa, compravendite.

Sono preziosi perché fino all’età napoleonica il Comune non aveva una sede, quindi molte carte “comunali” sono rimaste presso le famiglie. Un esempio curioso è la lettera di un barone di Torino a un esattore del Mandamento di Montjovet: lo sollecita a recuperare imposte non pagate. Piccole rarità che illuminano la vita quotidiana».

Le capita mai di riconoscersi nei personaggi del passato?

«Più i documenti sono personali, più si intravede l’umanità di chi li ha scritti.
Nei documenti pubblici la personalità sparisce. Forse mi riconosco molto di più nei piccoli conflitti che finiscono in tribunale per sciocchezze: rivelano molto sulla vita di un tempo e sulla determinazione delle persone».

Molte sue ricerche nascono da dettagli minimi. Che cosa la guida?

«Un dettaglio può aprire mondi interi. Un fondo familiare che mi è stato regalato conteneva le carte della famiglia Camos. Scoprii che un Camos, sindaco nell’Ottocento, si interessò al telegrafo, una rivoluzione per un paese che aveva ancora le stalle nel borgo, ma che nel contempo assisteva allo “struscio” delle Regine, qui per curarsi alle Terme. Da lì sono partito, seguendo altri documenti, e la storia si è cucita da sola».

Il fascino (e la fatica) di rimettere ordine nel passato

Come è arrivato a proporre il riordino dell’Archivio comunale di Saint-Vincent?

«Nel 2000 mi candidai alle comunali e proposi di verificare lo stato dell’archivio storico, che era sparpagliato in varie sedi e praticamente inaccessibile.
Il sindaco Mario Borgio accettò. Presi contatti con l’Archivio Storico Regionale e con la Sovrintendenza piemontese, da cui dipendono gli archivi pubblici valdostani. Si individuò una sede e un professionista per riunificazione, riordino e catalogazione.
Ne è nato un archivio consultabile e ordinato.
Credo che siamo stati tra i primi Comuni ad avere online i titoli delle carte.

Piergiorgio Crétier con l’ambasciatore di Israele Alon Bar, il 20 settembre 2023 in occasione della proclamazione di Giusto tra le Nazioni del medico Osvaldo Salico e di don Louis François Alliod

Che cosa ha significato per lei redigere il dossier per Yad Vashem che ha portato al riconoscimento di due Giusti fra le Nazioni?

«Lo definirei un lavoro fantastico, arricchente e devastante.
Documentarsi davvero su quel periodo significa entrare in contatto con sofferenze e storie che lasciano il segno. Quando ne ho parlato ai ragazzi della scuola salesiana di Châtillon, ho riferito che è un lavoro che fa venire i capelli grigi».

Che cosa la sostiene ancora oggi nella ricerca?

«La ricerca arricchisce di conoscenze, e condividere ciò che si scopre è altrettanto bello: commenti, critiche, integrazioni sono parte del percorso. Ciò che mi spinge ad andare avanti è il desiderio di saperne sempre di più.
A Saint-Vincent ci sono dettagli ancora da comprendere: per esempio, una coppia di quadrifore medievali sono riferimenti alla famiglia dei nobili Challant che sappiamo possedere una casa nel borgo? La curiosità è il motore».

Quali sono i principali archivi a cui attinge?

«Archivi familiari, parrocchiale, comunale, regionale e vescovile. Il periodo che preferisco va dal Seicento all’Ottocento: due secoli incredibili, ricchissimi di trasformazioni economiche e sociali».

In cosa consiste il suo personale Fondo Valdostano?

«È custodito in una stanza della mia casa. Sono circa 2.500 volumi: storia, arte, letteratura, ambiente.
Dal De Tillier alle ristampe del Coûtumier del 1588, dai dieci volumi della Histoire de l’Église d’Aoste di Monsignor Joseph-Auguste Duc ai testi dell’Ottocento.
A questo si aggiungono dieci fondi familiari con 600-700 documenti complessivi, tutti catalogati e conservati nella mia biblioteca: me li hanno donati persone che non avevano eredi interessati e sapevano che li avrei custoditi».

(paolo ciambi)

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