Carceri italiane, la crisi strutturale del sistema penitenziario
AskaNews
di Marketing Administrator  
il 25/02/2026

Carceri italiane, la crisi strutturale del sistema penitenziario

Roma, 25 feb. – Il sistema penitenziario italiano attraversa una fase di profonda criticità, segnata da sovraffollamento, carenza di personale, magistrati di sorveglianza sotto organico e un numero crescente di suicidi tra i detenuti. Una situazione che solleva interrogativi non solo sul piano della sicurezza, ma anche sul rispetto dei principi costituzionali legati alla dignità della persona e alla funzione rieducativa della pena.

Su questo scenario si inserisce l’analisi di Filippo Marra, consulente tecnico esterno al Senato della Repubblica, che offre una lettura complessiva del fenomeno e individua alcune possibili linee di intervento. Secondo Marra, il sistema carcerario italiano è investito da una crisi strutturale che si manifesta in diversi fattori concomitanti: celle insufficienti rispetto al numero dei detenuti, personale penitenziario ridotto, magistrati di sorveglianza in numero non adeguato e un fenomeno sempre più preoccupante di suicidi tra i reclusi.

A ciò si aggiunge il dibattito politico su misure straordinarie, come il cosiddetto mini-indulto per i detenuti meritevoli, proposta rilanciata dal presidente del Senato Ignazio La Russa e dall’ex ministro Renato Brunetta e richiamata anche nelle osservazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Corte di Cassazione.

I numeri del sovraffollamento

I dati più recenti fotografano una situazione di forte pressione sul sistema. Nel 2025 i detenuti nelle carceri italiane superano le 62.000 unità, a fronte di una capienza reale stimata tra i 46.000 e i 51.000 posti. Il tasso medio di sovraffollamento nazionale supera il 130% in molte strutture e in alcuni istituti raggiunge percentuali ancora più elevate.

Le conseguenze incidono direttamente sulla qualità della detenzione e sulla salute mentale dei reclusi. Nel corso del 2025 si sarebbero registrati decine di suicidi, con stime provenienti da osservatori della società civile che parlano di circa 79 casi nell’anno, ai quali si aggiungono altri decessi legati alle condizioni carcerarie.

Secondo Marra, «non si tratta soltanto di un problema numerico, ma di una questione sistemica che mette a rischio la tenuta costituzionale del modello penitenziario italiano». L’articolo 27 della Costituzione, ricorda, impone che la pena non abbia finalità meramente afflittive, ma sia orientata alla rieducazione del condannato.
Il caso Alemanno e il tema della proporzionalità

Nel dibattito recente, Marra ha richiamato anche il valore simbolico del caso relativo all’arresto di Gianni Alemanno, ritenendo che episodi di questo tipo riportino al centro il tema della proporzionalità delle misure restrittive.

Pur ribadendo il rispetto delle decisioni dell’autorità giudiziaria, Marra ha sottolineato come, soprattutto nei casi di reati non violenti o di violazione di prescrizioni, occorra interrogarsi sulla reale necessità del ricorso immediato alla detenzione carceraria. «Il carcere – ha osservato – dovrebbe rappresentare l’extrema ratio, non la risposta automatica a ogni inadempimento».

In quest’ottica, propone di rafforzare strumenti alternativi che consentano una responsabilizzazione concreta del condannato senza aggravare ulteriormente il sovraffollamento degli istituti.
Misure alternative e messa alla prova

Una parte centrale del dibattito riguarda l’estensione delle misure alternative alla detenzione, già previste dall’ordinamento italiano: affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà e detenzione domiciliare.

Secondo Marra, se applicati con criteri rigorosi, questi strumenti possono contribuire a ridurre la popolazione carceraria e favorire il reinserimento dei condannati, in linea con il dettato costituzionale. Negli ultimi anni il ricorso a tali misure è cresciuto, ma non in modo sufficiente a incidere realmente sulla pressione degli istituti penitenziari.

Particolare attenzione viene dedicata anche all’istituto della “messa alla prova”. Marra propone di valutarne un ampliamento, fino a renderla obbligatoria per determinate categorie di reati lievi, con percorsi strutturati di lavoro socialmente utile, volontariato o formazione professionale. Anche in caso di violazione delle prescrizioni, suggerisce di evitare automatismi sanzionatori, privilegiando una rimodulazione del percorso piuttosto che il ricorso immediato al carcere.
Il dibattito sul mini-indulto

Tra le ipotesi sul tavolo vi è quella di un mini-indulto o “indultino”, rilanciata nel dicembre 2025, che consentirebbe a chi è prossimo alla fine della pena di scontarla fuori dal carcere durante periodi specifici, come le festività.

La proposta ha generato reazioni contrastanti sia nella maggioranza sia nell’opposizione, mentre il Governo ha mantenuto un atteggiamento prudente. Parallelamente, il Presidente Mattarella ha più volte richiamato l’attenzione sulle condizioni di alcune carceri italiane, sottolineando la necessità di percorsi di reinserimento e rieducazione e non soltanto di punizione.

Per Marra, eventuali misure di clemenza dovrebbero inserirsi in una strategia più ampia e non rappresentare interventi episodici. «Senza riforme strutturali – osserva – ogni provvedimento straordinario rischia di essere solo temporaneo».

Le possibili soluzioni

Tra gli interventi ritenuti prioritari, Marra indica una serie di misure strutturali:

potenziamento e semplificazione dell’accesso alle misure alternative alla detenzione;

accelerazione delle procedure giudiziarie per evitare che persone con pene brevi restino in carcere per ritardi amministrativi;

aumento del numero di magistrati di sorveglianza, per ridurre l’arretrato e velocizzare le decisioni sui benefici;

investimenti in personale educativo e sanitario, con programmi di supporto psico-sociale per prevenire suicidi e favorire il reinserimento; costruzione o ammodernamento delle strutture penitenziarie; depenalizzazione di reati minori come intervento di medio-lungo periodo.

A queste proposte Marra affianca un richiamo al ruolo interpretativo del giudice: l’applicazione della norma, sostiene, non può essere meccanica ma deve tenere conto della proporzionalità tra violazione e sanzione, nel rispetto della dignità della persona. Una sfida costituzionale
L’emergenza carceraria, conclude Marra, non può essere ridotta a una questione numerica. È una sfida che coinvolge direttamente i principi costituzionali della dignità umana e della funzione rieducativa della pena.

Il dibattito politico, le proposte di clemenza e i richiami istituzionali mostrano una crescente consapevolezza del problema. La sfida decisiva resta però trasformare questa consapevolezza in riforme efficaci e durature, capaci di garantire sicurezza alla società e condizioni di vita dignitose a chi è privato della libertà, senza rinunciare al necessario equilibrio tra diritto e responsabilità

Nato a Reggio Calabria nel 1972, Filippo Marra è un consulente tecnico esterno al Senato della Repubblica, membro della Segreteria di Stato, consulente tecnico per le ambasciate italiane all’estero, Presidente e Fondatore dello Sportello Unico che raggruppa varie associazioni di disabili in tutta Italia. Attualmente, è anche Presidente dell’associazione nazionale “Itaca”

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