Decreto bollette e sospensione Ets, perchè quella italiana non è soluzione
Roma, 7 mar. (askanews) – ‘Ammoìna’ significa ‘vocìo, chiasso, fracasso, confusione: fare ammuina. E’ voce del dialetto napoletano, entrata nel linguaggio marinaro, dove fare ammuina significa anche agitarsi a vuoto (e talora, agitarsi per attrarre la benevola attenzione dei superiori)’ (Treccani). Nel caso di cui stiamo per parlare, l”ammoìna’ è quella che sembra fare il governo italiano, con il suo ‘Decreto Bollette’ e con i proclami della premier Giorgia Meloni e dei suoi ministri contro il sistema Ets (il mercato europeo dei permessi di emissione di CO2). La soluzione proposta è reale o è solo un modo per attirare l’attenzione benevola dell’opinione pubblica, delle imprese e degli elettori?
Il decreto in questione, che non è ancora stato notificato alla Commissione europea (da cui ci si può attendere con un ragionevole grado di certezza una bocciatura), e che probabilmente sarà ora modificato, prima della conversione in legge, a causa dell’impennata dei prezzi del gas e del petrolio seguita all’attacco di Usa e Israele all’Iran e al blocco del traffico nello stretto di Hormuz, prevede di rimborsare il costo dei permessi di emissione dell’Ets alle imprese che generano elettricità nelle centrali alimentate con gas fossile, scaricando gli oneri del rimborso sulle bollette delle famiglie e delle imprese, e quindi con un aiuto di Stato (una sovvenzione pubblica pagata dai contribuenti).
E’ un meccanismo che stravolgerebbe completamente gli obiettivi dell’Ets (decarbonizzare la produzione energetica e industriale e incentivare le rinnovabili, disincentivando le fonti fossili), e che violerebbe molto probabilmente le regole Ue sugli aiuti di Stato. Oltretutto, a guadagnarci sarebbero le centrali a gas, e non le imprese e i cittadini, che oggi pagano in Italia i prezzi più alti di tutta l’Ue per acquistare l’energia elettrica.
Il governo probabilmente sa che a Bruxelles il decreto rischia di non passare, anche perché prima di provvedimenti simili ci sono sempre contatti informali con i servizi della Commissione; ma ha deciso di procedere comunque sulla sua strada, eventualmente scaricando la colpa sull’Ue in caso (difficilmente evitabile) di bocciatura. Una ‘ammoìna’, appunto. ‘Il meccanismo previsto è in netta contrapposizione con la normativa europea’ ha sottolineato il 5 marzo il deputato Vinicio Peluffo (Pd), vicepresidente della commissione Attività produttive della Camera in Italia. E ha aggiunto: ‘Quando il governo dice di essere l’unico ad avere il coraggio di aprire un dibattito a livello europeo non è così: hanno complicato quel dibattito. Non stanno cercando una soluzione, stanno cercando un alibi. Continuano a non fare nulla per abbassare le bollette e puntano solo a dire che è colpa di qualcun altro’.
Da Bruxelles, d’altra parte, lo hanno denunciato con chiarezza gli eurodeputati dei Socialisti e Democratici e dei Verdi, non solo italiani, annunciando un’interrogazione scritta alla Commissione (prima firmataria è Annalisa Corrado, Pd) in cui rilevano che il decreto italiano ‘introduce un meccanismo che sterilizza di fatto la componente di costo dell’Ets per le centrali elettriche a gas. Neutralizzando il segnale del prezzo del carbonio per la generazione (di elettricità, ndr) basata su combustibili fossili, questa misura rischia di compromettere l’obiettivo di decarbonizzazione del sistema Ets dell’Ue e di distorcere la concorrenza nel mercato interno dell’elettricità’.
L’annuncio dell’interrogazione del Pd e dei Verdi ha avuto una immediata reazione, il 6 marzo, da parte degli eurodeputati di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini (capogruppo dei Conservatori europei) e Francesco Torselli, secondo cui ‘invece di difendere l’interesse nazionale di chi produce e lavora, la sinistra tenta di ostacolare misure necessarie per dare respiro all’economia reale’, e ‘ancora una volta il Pd dimostra di privilegiare battaglie ideologiche nei palazzi europei piuttosto che contribuire a trovare soluzioni per sostenere famiglie, lavoratori e imprese italiane’.
Oltre al decreto, l’offensiva italiana comprende anche una richiesta all’Ue di ‘sospendere’ l’applicazione del sistema dei permessi di emissione, nell’attesa di una sua riforma (che la Commissione ha già annunciato proporrà a luglio), perché proprio l’Ets viene individuato come uno degli elementi che causano gli alti prezzi dell’energia elettrica in Europa. Di questa richiesta di sospensione, e di misure per ‘scorporare il costo dell’Ets’ dalla determinazione del prezzo dell’energia elettrica, si sono fatti interpreti nelle ultime settimane il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (vedi articolo ‘Rafforzare o depotenziare il mercato Ue dei permessi di emissione?’ del 2 marzo 2026 su ‘Europa Building’), e la stessa premier Giorgia Meloni.
‘L’Italia vuole proporre in particolare di sospendere il sistema dell’Ets in questo momento di rischio di impennata dei prezzi dell’energia, almeno per quella da generazione elettrica’, ha riferito la premier nella sua intervista del 5 marzo al canale radio Rtl 102.5. ‘Gli Ets – ha spiegato – sono praticamente quella tassa, semplificando, voluta dall’Europa che grava sulle forme più inquinanti di produzione di energia. E questo chiaramente ha una sua logica. Il problema che noi continuiamo a porre è che oggi si tiene conto anche degli Ets per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche di quelle che inquinanti non sono, anche di quelle rinnovabili, che non pagano questa tassa. E questa cosa secondo noi non ha senso’, ha osservato la premier. ‘A maggior ragione penso che dobbiamo tornare a chiederlo con forza in questa fase di emergenza di sospendere questo meccanismo. Ci sarà un Consiglio europeo tra meno di due settimane ed è una delle proposte che intendiamo portare’, ha annunciato, riferendosi al vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue che si terrà a Bruxelles il 19 e 20 marzo.
L’idea di ‘scorporare’ il costo dei permessi Ets dal prezzo dell’energia elettrica di fonte rinnovabile è senz’altro sensata, ma il problema è un po’ più complesso di come lo pone Giorgia Meloni. Tecnicamente, la questione riguarda il meccanismo marginale (‘merit order’) di formazione del prezzo finale sul mercato europeo all’ingrosso dell’energia elettrica; un prezzo, uguale per tutti gli acquirenti, che è determinato dal costo dell’elettricità proveniente dall’ultima centrale, quella con i costi di generazione più alti, che è necessaria a coprire la domanda di elettricità in un dato giorno. Inevitabilmente, quando le energie rinnovabili non sono sufficienti a coprire tutta la domanda (cioè quasi sempre), il prezzo finale è quello del gas, per tutta l’energia elettrica venduta quel giorno (anche quella di fonte rinnovabile, che costa oggi molto meno).
Se il governo italiano è davvero determinato a fare tutto il possibile per ridurre gli alti costi dell’elettricità pagati dai cittadini e dalle imprese, allora la strada è una sola: cercare di convincere la Commissione e gli altri Stati membri (con Germania e Olanda tra i più contrari), a rivedere l’assetto del mercato elettrico e il meccanismo marginale di formazione del prezzo all’ingrosso. Ci aveva provato Mario Draghi quando era presidente del Consiglio, e da allora continua a chiedere perché non si proceda su questa strada, ogni volta che si esprime e viene ascoltato (l’ultima volta al vertice Ue informale di Alden Biesen, il 12 febbraio) riguardo al suo celebratissimo rapporto sulla competitività, che su questo come su altri punti non ha avuto risposte.
Bisogna sottolineare, a questo proposito, che le difficoltà maggiori per rivedere l’assetto del mercato elettrico vengono proprio dai produttori di energia rinnovabile, che hanno spesso investito massicciamente e a lungo termine nelle nuove installazioni, con l’incentivo degli extra profitti causati dalla vendita della loro elettricità al prezzo determinato dal gas, e che non sono affatto disposti a rinunciare a questo trattamento di favore, superiore ormai (a causa dell’aumento del prezzo del gas) anche al vantaggio competitivo dovuto alla penalizzazione dell’applicazione dell’Ets alle fonti fossili.
C’è poi un altro elemento importante, riguardo all’Ets, su cui il governo italiano rimane silente. E’ la questione dell’uso che viene fatto degli introiti dei permessi di emissione, che vanno per l’80% circa agli Stati membri e per il 20% alla Commissione europea. E mentre l’Ue utilizza tutte queste risorse per finanziare iniziative e progetti di decarbonizzazione dell’industria, gli Stati membri lo fanno molto di meno, addirittura in certi casi per meno del 5% della quota che rimane nelle loro casse. E’ una situazione che la stessa presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha denunciato più volte nelle ultime settimane, e che probabilmente sarà affrontata, con la proposta di nuovi obblighi e verifiche più stringenti, nella riforma dell’Ets di luglio.
Anche su questo punto si concentra l’interrogazione alla Commissione degli eurodeputati del Pd e dei Verdi, che ricorda: ‘Gli Stati membri erano tenuti, nel periodo 2012-2023, a utilizzare almeno il 50% dei proventi delle aste del sistema Ets per finalità legate al clima e all’energia, e a rendicontare in modo trasparente la loro allocazione. A seguito della revisione dell’Ets del 2023, gli Stati membri sono ora tenuti a utilizzare l’intero importo, o un valore finanziario equivalente, per tali finalità’. Ma, rileva l’interrogazione, ‘recenti analisi indicano che l’Italia potrebbe aver destinato solo circa il 9% dei proventi delle aste Ets, generati tra il 2012 e il 2023, alla spesa legata al clima, nonostante un gettito totale stimato in circa 15,6 miliardi di euro’. E quindi gli eurodeputati firmatari chiedono alla Commissione se sia ‘a conoscenza del divario segnalato tra l’utilizzo richiesto dei proventi Ets e la loro effettiva allocazione in Italia’.
Un’ultima questione, infine, riguarda la discussione del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, a cui si è riferita Giorgia Meloni nelle sue dichiarazioni, come occasione per parlare della sospensione dell’Ets, oltre che delle possibili soluzioni per cercare di ridurre il prezzo dell’elettricità. Non sembra affatto che vi sia, nell’agenda del Consiglio, una disponibilità ad aprire su questo tema. Secondo la bozza di conclusioni, visionata da Askanews, in effetti ‘si prevede che il Consiglio europeo inviti la Commissione a esaminare tutte le componenti dei prezzi all’ingrosso e al dettaglio dell’elettricità e a presentare proposte di azioni concrete per abbassare i prezzi dell’elettricità’.
‘In tale contesto – si legge ancora nella bozza -, il Consiglio europeo chiederà la prossima revisione del sistema Ets per ridurre sia la volatilità che l’impatto sui prezzi dell’elettricità’, ma questo, sottolinea il progetto di conclusioni, ‘preservando al contempo il ruolo essenziale dell’Ets nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli investimenti e innovazione’. Il contrario di quanto vorrebbe il governo italiano, con la sua richiesta di sospensione dell’Ets.
Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

