Donne un po’ speciali: Sophie, Daisy, Martina e Kristel, le sorelle rifugiste
L'intervista alle sorelle che gestiscono il rifugio Crête Sèche di Bionaz (e non solo) pubblicata su Gazzetta Matin
Donne un po’ speciali: Sophie, Daisy, Martina e Kristel, le sorelle rifugiste.
Dalle sorelle libraie del capoluogo, alle sorelle del colorificio di Donnas, passando per le quattro sorelle operatrici del turismo di Bionaz. Poi, l’unica donna capo cantonieri della nostra regione (e tra le poche o forse l’unica anche in Italia), la sindaca esperta di serramenti in alluminio e l’allevatrice che è anche ultratrailer e si prepara al suo 10º Tor des Géants.E ancora la dirigente sanitaria che ha sempre sognato di fare l’infermiera e le imprenditrici del settore drink & food.Ecco le storie, i ricordi e le aspirazioni di nove donne che abbiamo scelto di intervistare e che testimoniano scelte di vita e di lavoro fatte di tenacia e di impegno.Riproponiamo le interviste pubblicate lunedì 2 marzo su Gazzetta Matin.
Sophie, Daisy, Martina e Kristel, le sorelle rifugiste.
A 2.400 metri di quota, sopra Bionaz, il rifugio Crête Sèche non è soltanto una meta per escursionisti e alpinisti: è una storia di famiglia che nel 2020 è tornata alle sue radici.
A guidarlo oggi sono le sorelle Barailler, ma il vero motore dell’avventura è Sophie, 29 anni, che ha scelto di prendere in gestione il rifugio proprio un mese prima dello scoppio della pandemia.
«Ho sempre fatto un po’ di tutto – racconta – ho lavorato in Inghilterra, in Svizzera, in Turchia. Non avevo mai gestito un rifugio».
Il legame è profondo: il rifugio fu costruito dal nonno e per la famiglia è sempre stato un luogo del cuore: «Mia mamma è cresciuta qui, noi salivamo spesso. Quando papà mi ha detto di tentare, abbiamo presentato il progetto e lo abbiamo vinto. È iniziata così».
La realtà quotidiana è intensa: «Sveglie all’alba, giornate lunghe, cinque mesi l’anno molto concentrati. C’è la gestione delle provviste, la burocrazia sempre più complessa, l’organizzazione del personale. È un lavoro durissimo ma molto appagante. Si crea un ambiente unico, le persone che incontri ripagano la fatica».
Nei periodi di chiusura, la famiglia si divide tra la Chambre d’hôtes La Maison d’Antan e un’agenzia di promozione del territorio valdostano.
«Quando c’è il rifugio stiamo al rifugio, ma il lavoro continua anche sotto altre forme».
In montagna qualche stereotipo resiste: «Capita che i consigli vengano chiesti agli uomini più che a noi. All’inizio ci rimanevo male, poi ho capito che è un ambiente ancora molto maschile ma fortunatamente qualcosa si sta muovendo».
Accanto a lei ci sono le tre sorelle: Daisy, classe 1991 e gestrice della Maison d’Antan, che ha definito l’apertura durante il Covid «una salvezza morale. In anni in cui era tutto chiuso, avere un’attività, vedere amici che salivano, lavorare in quel contesto è stato liberatorio»; Martina, laureata in Lingue per il turismo, che si divide il tempo tra rifugio e il lavoro in agenzia; «questa gestione è stata la chiusura di un cerchio: mio nonno è stato il primo gestore e ora dopo altre gestioni con Sophie è tornato a ‘casa’”; Kristel, 18 anni, aiuta in estate come jolly.
«Qui mi sento a casa e le mie sorelle sono una grande fonte di ispirazione. Oggi le donne sono più libere di crearsi qualcosa di proprio e questo è già un grande passo avanti».
Quattro sorelle, una montagna e un progetto che intreccia radici e futuro, con Sophie al timone di un’eredità che continua a vivere.
Sophie Barailler
Nata e cresciuta a Bionaz, Sophie ha scelto di prendere in gestione il rifugio proprio un mese prima del Covid.
«Ho 29 anni e ho sempre fatto un po’ di tutto – racconta-: ho lavorato in Inghilterra, in Svizzera, in Turchia. Non avevo mai gestito un rifugio ma quando è uscito il bando del CAI ho deciso di provarci. Questo rifugio è stato costruito da un mio nonno ed è stato in gestione dell’altro, mia mamma è cresciuta qui e per noi è sempre stato un posto di famiglia. Salivamo spesso e lo conoscevamo bene quindi quando papà mi ha detto di tentare, abbiamo presentato il progetto e lo abbiamo vinto. L’avventura è iniziata così”». Il lavoro è intenso: «Non è affatto semplice: sveglie all’alba, giornate lunghe, cinque mesi l’anno molto concentrati. C’è la gestione delle provviste, la burocrazia che è sempre più complessa, l’organizzazione del personale.
Abbiamo dipendenti che ci aiutano ma in rifugio c’è sempre almeno una di noi sorelle e, nonostante la fatica, le soddisfazioni sono tante. Si crea un ambiente unico perché non è un classico lavoro: le persone che incontri, le serate e l’atmosfera ripagano tutto. È molto appagante».
La stagionalità impone anche scelte diverse durante l’anno.
«Quando il rifugio è chiuso, negli anni scorsi andavo in Turchia a lavorare durante l’inverno. Adesso, avendo anche un B&B e alcuni appartamenti per vacanze, ci dividiamo tra queste attività. Quando c’è il rifugio stiamo al rifugio, ma il lavoro continua anche sotto altre forme quando siamo in pausa».
Sulla questione femminile non nasconde alcune difficoltà: «In montagna si nota ancora che spesso i consigli vengono chiesti agli uomini più che a noi. Se spiego una via di arrampicata io ha un effetto, se la spiega un ragazzo un altro. Ci rimani male, ma sono piccolezze. Ho visto però più incentivi per le donne e penso che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta, serve ancora tempo175”.
Daisy Barailler
Classe 1991, Daisy è la sorella maggiore.
«Ho 34 anni, sono nata e cresciuta a Bionaz. Ho studiato Scienze politiche a Milano e poi ho concluso il percorso ad Aosta perché quando abbiamo aperto l’attività non riuscivo più a scendere. Il legame con il territorio è sempre stato forte».
egli anni il suo percorso è stato variegato: «Con la famiglia gestiamo la Chambres d’Hotes La Maison d’Antan con centro benessere e per molto tempo mi sono occupata anche di amministrazione comunale qui a Bionaz. Ho creato un’agenzia viaggi online in cui lavoro per promuovere la Valle d’Aosta e in passato ho lavorato in Svizzera e come educatrice all’Ipra. Ho sempre cercato di fare esperienze diverse».
La scelta di aprire il rifugio Crête Sèche è arrivata in un momento particolare: «C’è sempre stata una storia di famiglia legata al rifugio. Quando il CAI ha pubblicato il bando abbiamo detto: perché no. Abbiamo aperto praticamente durante il Covid e moralmente è stata la salvezza di tutti. Quando si dice che la montagna salva l’anima è proprio vero. In anni in cui era tutto chiuso, avere un’attività, vedere amici che salivano, lavorare in quel contesto è stato liberatorio».
Una stagione si ricorda in modo speciale: «Avevo appena finito di lavorare in Svizzera e mi sono ritrovata senza un impiego fisso. La Maison non richiedeva ancora la mia presenza costante e mi sentivo un po’ persa. In quel momento mia sorella cercava un aiuto in più, poi i dipendenti ci hanno dato forfait e con le mie sorelle ci siamo guardate in faccia e abbiamo scelto di fare noi la stagione, insieme. Avevamo un po’ timore perché erano i primi anni e non eravamo ancora super esperte, ma è stata una delle stagioni lavorative più belle. Aver lavorato tutte insieme in sintonia e ce la siamo cavata alla grande».
Sul tema della parità riflette con pragmatismo: «Il nostro è un lavoro autonomo e i gap si sentono meno. In montagna, uomo o donna, dobbiamo lavorare allo stesso modo. È vero che è un lavoro fisico e in primavera è particolarmente duro: avere un aiuto maschile può facilitare alcune cose. Ma da sole ce l’abbiamo sempre fatta, con il supporto di papà e mamma. Tra donne ce la giostriamo molto bene. Forse nella società c’è ancora lavoro da fare, ma in rifugio contano impegno e responsabilità».
Martina Barailler
I suoi primi passi di Martina in rifugio sono iniziati alla fine del percorso di scuola superiore.
«Quando abbiamo preso il rifugio nel 2020 mi ero appena diplomata e avevo iniziato il mio percorso in Lingue e Comunicazione per il Turismo all’Università della Valle d’Aosta. Compatibilmente con lo studio lavoravo in rifugio e, se prima avevo fatto esperienze in Svizzera e Turchia, da quando abbiamo preso la gestione appena non avevo impegni ero su. L’anno scorso ho fatto la stagione piena, adesso farò il jolly: lavoro insieme a mia sorella come tour operator nella sua agenzia e sto facendo un’esperienza in un’agenzia di marketing per ampliare le mie competenze».
Il primo anno di lavoro è stato speciale: «È stata un’esperienza stranissima, nessuno sapeva davvero a cosa andavamo incontro: era tutto nuovo ma ce la siamo cavata lavorando insieme come famiglia e grazie all’aiuto degli amici che ci hanno sempre dato una mano. Il rifugio è dove nostra mamma è cresciuta e nostro nonno è stato il primo gestore, quindi lo abbiamo sempre sentito come casa. Quando nel 2020 mia sorella ha deciso di intraprendere questa strada ed è diventata il capo del rifugio è stato come chiudere un cerchio».
Lavorare tra sorelle è una forza e una sfida.
«Abbiamo la fortuna di andare molto d’accordo e questo ci aiuta. Quando lavoriamo abbiamo poco tempo per perderci in dettagli. Certo, in famiglia ci si dice le cose senza filtri e a volte è un po’ caotico, ma il fatto di volerci bene supera tutto. E poi c’è papà che tiene la barca in piano se ci capita di dimenticarlo».
Sul lavoro femminile in montagna è concreta.
«È un lavoro molto fisico. Spostare materiali, gestire tutto richiede forza. A volte diciamo che ci vorrebbe un uomo, ma poi ce la facciamo sempre. Con più fatica, certo, ma ce la facciamo. Questo ci ha fatto riflettere sul fatto che alcuni lavori sono accessibili a tutti in modo diverso ma se c’è volontà possiamo fare tutto».
Kristel Barailler
Tra i tavoli del rifugio Crête Sèche e le camere da riordinare c’è anche l’energia dei suoi 18 anni. Kristel Barailler studia al liceo linguistico Bérard di Aosta, pratica biathlon e durante l’estate dà una mano nella gestione familiare.
«Essendo tutto in famiglia è più semplice organizzarsi. Il tempo si trova sempre perché ci aiutiamo e questo rende tutto più naturale. Il ruolo cambia a seconda della necessità: a volte faccio la cameriera, altre mi occupo delle camere… sono un po’ il jolly che interviene dove serve. Ognuna di noi ha il suo compito, ma se c’è bisogno ci spostiamo senza problemi. Lavorare insieme è bello perché ci troviamo bene e riusciamo a collaborare senza troppe difficoltà».
Per Kristel il rifugio è prima di tutto un luogo di appartenenza: «Lo aveva preso in gestione mio nonno tanti anni fa. È un posto legato alla nostra famiglia, dove mia mamma è cresciuta e dove anche noi siamo sempre salite fin da piccole. Quando sono su mi sento a casa, anche perché quando Sophie lo ha preso in gestione avevo tra gli 11 e i 12 anni. All’inizio ero un po’ la mascotte e crescendo ho iniziato ad avere più responsabilità e a sentirmi davvero parte del progetto».
Guardando al futuro, le idee sono ancora aperte: «Lo studio non mi appassiona tantissimo e sto pensando di fare un’esperienza all’estero, come hanno fatto le mie sorelle. Per me sono una grande ispirazione: vedere quello che hanno costruito tra rifugio, B&B e agenzia è uno stimolo forte. Mi piacerebbe fare qualcosa di mio, magari non nel turismo ma in ambito creativo».
Sul ruolo delle donne ha uno sguardo concreto: «Mia mamma e le mie sorelle hanno costruito tanto da sole e per me sono un grande esempio. Penso che oggi le donne siano più libere di crearsi qualcosa di proprio e questo è già un grande passo avanti».
(giulia calisti)
