Iran, prezzo del petrolio alle stelle, caccia al gas mancante. Cosa rischia l’Europa
AskaNews
di admin Administrator  
il 08/03/2026

Iran, prezzo del petrolio alle stelle, caccia al gas mancante. Cosa rischia l’Europa

Roma, 8 mar. (askanews) – Prezzo del petrolio che schizza in alto, allarme per le scorte di gas, timori per una fiammata dell’inflazione. La crisi iraniana mette paura all’Europa, particolarmente fragile nelle sue catene di approvvigionamento. Venerdì pomeriggio a New York il barile di West Texas Intermediate è arrivato a balzare di oltre il 10% toccando 89,62 dollari, sui massimi da settembre del 2023. Nel frattempo, il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord, ha toccato 91,80 dollari, anche in questo caso sui massimi dall’autunno del 2023. E addirittura potrebbe raggiungere i 150 dollari se il passaggio nel canale di Hormuz resterà compromesso, ha previsto il ministro dell’energia del Qatar Saad al-Kaabi, aggiungendo che anche se le ostilità si fermassero oggi ci vorrebbero “settimane se non mesi” per un ritorno alla normalità. Il Kuwait, per esempio, ha già avviato una riduzione dell’estrazione, per un problema di stoccaggi. Al Kaabi ha inoltre sottolineato che anche l’Europa risentirà della crisi energetica, pur importando solo una quota limitata del gas qatariota, perché gli acquirenti asiatici potrebbero offrire prezzi più alti per assicurarsi le forniture disponibili sul mercato.

La caccia al gas è già partita e riguarda un po’ tutti i paesi europei. “Oggi non ci preoccupano le scorte. Vigiliamo sui tempi della crisi. Mozambico, Libia e Algeria ci aiuteranno”, ha assicurato il ministro dell’Energia Gilberto Pichetto Fratin. “Si stanno muovendo tutti a caccia del gas mancante, vero. E questo ha effetti importanti sui prezzi come abbiamo visto. Ma anche noi siamo in grado di trovare forniture alternative”. Aprile è il mese degli stoccaggi in vista dell’inverno: devono raggiungere il 95% entro il primo novembre e oggi l’Italia è al 45% “Entro metà aprile, al massimo fine mese, va iniettato il nuovo gas per l’inverno prossimo in modo da rispettare i tempi tecnici di pompaggio”, precisa il ministro.

Il mix produttivo europeo, molto dipendente dal gas, espone l’Europa a stress sul fronte dei prezzi con il venir meno del gas naturale liquefatto dal Qatar che ha bloccato la produzione lasciando a secco molti paesi orientali verso cui è indirizzato prevalentemente il gas del paese. Il che determina la corsa a procurarsi navi sul mercato spot indirizzate ad altri paesi con una pressione al rialzo sui prezzi. In una analisi, il Financial Times sottolinea come “la guerra in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi del gas in Europa al livello più alto dal 2023 all’inizio di questa settimana, lasciando il continente ad affrontare un’altra crisi energetica quattro anni dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Con le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz di fatto bloccate e gli attacchi iraniani al Qatar che hanno costretto il secondo fornitore mondiale di gas naturale liquefatto a interrompere la produzione, i prezzi del gas in Europa sono aumentati fino al 70% da venerdì”.

Emblematico il caso di una nave cisterna per gas naturale liquefatto che, evidenzia il Ft, “originariamente diretta in Francia, è diventata il primo carico nell’Oceano Atlantico a deviare verso l’Asia, segnalando la crescente concorrenza delle economie asiatiche per accaparrarsi le forniture. La BW Brussels, carica di Gnl proveniente dalla Nigeria, ha fatto inversione di rotta per dirigersi a sud verso il Capo di Buona Speranza, secondo Kpler, una società di intelligence sulle materie prime”.

L’inverno particolarmente freddo poi ci ha messo del suo e secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, le riserve di gas in tutta l’Unione sono riempite per meno del 30%, rispetto a una media quinquennale di circa il 45% per questo periodo dell’anno. Le riserve in Paesi come Paesi Bassi, Svezia, Croazia e Lettonia sono particolarmente basse.

Si stanno ovviamente già vagliando ipotesi di interventi per poter scongiurare criticità forti, e tra queste, rileva il FT, “passare a breve termine dal gas al carbone in alcune centrali elettriche, come ha fatto la Germania durante la crisi energetica del 2022”. Del resto i prezzi del carbone hanno raggiunto il massimo degli ultimi due anni, poiché l’impennata dei prezzi del gas innescata dalla guerra in Iran ha spinto le aziende di servizi pubblici in Europa e nel Nord-est asiatico a cercare ulteriori forniture di carbone per alimentare la produzione.

“I prezzi europei del carbone termico utilizzato nelle centrali elettriche sono aumentati del 26% dalla vigilia della guerra, raggiungendo i 133 dollari a tonnellata, con aumenti simili nei mercati australiano e asiatico”, secondo i dati sui prezzi di Argus. Ad esempio il Bangladesh ha dichiarato che ricorrerà al carbone per alleviare l’impatto degli elevati prezzi del gas e delle interruzioni della fornitura di Gnl. “Un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe far raddoppiare i prezzi del carbone rispetto agli attuali livelli, fino a circa 250 dollari a tonnellata, soprattutto se la crisi energetica dovesse costringere al riavvio di centrali a carbone dismesse’, ha affermato Alex Thackrah, senior manager per il carbone di Argus”. L’Europa può anche fare leva su una particolare leva energetica che è mancata dopo l’invasione russa dell’Ucraina: il nucleare francese. Circa la metà dei 56 reattori nucleari francesi gestiti nel 2022 da Edf ha dovuto essere chiusa per ispezioni e sostituzioni di tubi a seguito di un problema di crepe, con conseguente riduzione della produzione a livello pluriennale. Un’altra opzione a livello Ue “sarebbe quella di rinviare l’estensione pianificata (ad altri settori, ndr) del sistema europeo di scambio di quote di emissione, il suo programma di punta per aumentare i prezzi del carbonio”.

In tensione insieme al gas anche il mercato petrolifero, che con il blocco di Hormuz vede diversi paesi dal Golfo già con le riserve piene e la necessità di ridurre se non fermare la produzione. Secondo il Ft, si stima che “l’Arabia Saudita abbia appena due settimane prima di dover ridurre la produzione”. Oggi Saudi Aramco ha incrementato l’esportazione di petrolio via il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per evitare lo Stretto di Hormuz. Aramco gestisce un oleodotto est-ovest con una capacità di 5 milioni di barili al giorno, che le consente di trasportare il greggio per circa 1.200 chilometri dai giacimenti orientali a Yanbu. Da lì, l’oleodotto egiziano Sumed offre un collegamento fondamentale con il Mediterraneo.

Martedì l’Iraq è diventato il primo grande esportatore a iniziare a ridurre la produzione, annunciando la riduzione della produzione in tre dei suoi maggiori giacimenti petroliferi. Altri giacimenti petroliferi nella regione sono destinati a chiudere nei prossimi giorni, sottraendo milioni di barili di greggio al mercato, dopo che solo domenica primo marzo l’Opec+ aveva annunciato un aumento della produzione di 206mila barili al giorno, e nonostante le rassicurazioni di Donald Trump sulle possibili scorte navali alle petroliere che vogliano avventurarsi attraverso Hormuz. “Un importante trader di petrolio – evidenzia l’Ft – ha stimato che la perdita di produzione di petrolio in Iraq si attesta a oltre 2 milioni di barili al giorno, con ulteriori 1,5 milioni di b/g a rischio ‘nei prossimi uno o due giorni’. Ha aggiunto che altri 1,5 milioni di barili di petrolio potrebbero poi essere persi dal Kuwait nei prossimi tre giorni. Dopodiché, nei prossimi cinque giorni, saranno gli Emirati Arabi Uniti a dover fare i conti, e poi, quando arriveremo a 15 giorni o più, inizieremo a perdere produzione in Arabia saudita”.

[Le conseguenze della crisi per un’economia già fragile|PN_20260308_00006|nl50| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/03/20260308_084227_62A61467.jpg |08/03/2026 08:42:38|Iran, prezzo del petrolio alle stelle, caccia al gas mancante. Cosa rischia l’Europa|Iran|Politica, Europa Building]

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