Meloni teme l’effetto Iran sul referendum. E il governo lancia allarme brogli
AskaNews
di admin Administrator  
il 08/03/2026

Meloni teme l’effetto Iran sul referendum. E il governo lancia allarme brogli

Roma, 8 mar. (askanews) – Cosa c’entra il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura con la crisi in Iran? Apparentemente niente, ma i contraccolpi del conflitto sugli elettori – a due settimane dal voto – agitano Palazzo Chigi e la maggioranza di centrodestra. Al primo piano del palazzo della Presidenza del Consiglio ormai da settimane si compulsano freneticamente i dati dei sondaggi che mostrano da qualche tempo un trend continuo di crescita del “no”, tanto che questa settimana Ixè ha dato per la prima volta il “sorpasso” dei contrari (53%). Per gli altri istituti i sì sono ancora in vantaggio, ma con un margine sempre più risicato. E la crisi in Iran secondo Giorgia Meloni e i suoi, potrebbe penalizzare ulteriormente i favorevoli al quesito.

Lo ha ammesso, per la prima volta, apertamente il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani (Fdi) parlando con i cronisti alla Camera il 5 marzo. “Con questi venti di guerra e con i rincari della benzina, il referendum è un tema politico sempre più lontano dalla preoccupazione della gente. E’ difficile per chiunque convincerli ad andare a votare, soprattutto il nostro elettorato. Tutto il resto sembra una discussione troppo lontana”, ha detto Ciriani, mettendo un po’ le mani avanti. “Noi però siamo impegnati sul referendum”, ha subito aggiunto.

A mostrare ancora maggiore preoccupazione, lo stesso giorno, è stato il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani che ha convocato il Consiglio nazionale del partito nella pausa tra le due comunicazioni sull’Iran che ha reso prima alla Camera e poi al Senato. Una riunione a ‘incastro’ che la dice lunga sul senso di urgenza percepito dall’azzurro nella partita referendaria. “Non possiamo risparmiarci – ha esortato -. Ogni deputato, senatore, consigliere comunale, sindaco dia il massimo, casa per casa: se non facciamo così rischiamo di non vincere anche se i sondaggi dicono che gli italiani sono favorevoli. Non si vince coi sondaggi ma con i voti”, ha detto, aggiungendo di aver chiesto “al nostro tesoriere di aprire le borse”. Del resto questa, per Forza Italia, è la ‘riforma delle riforme’ portata avanti nel nome di Silvio Berlusconi. Tajani è però andato anche oltre arrivando a paventare il rischio di un inquinamento del risultato. “Dobbiamo fare in modo che la partita non la giochino attraverso i brogli”, ha detto, citando il caso di Andrea Gentile, esponente cosentino di Fi proclamato deputato dopo un riconteggio delle schede nel collegio inizialmente assegnato al M5s. In quel caso, ha accusato, “Occhiuto (il presidente della Regione, di Forza Italia, ndr) ha raccontato che era arrivato l’ordine di annullare più schede possibili.

La più preoccupata, naturalmente, è Meloni: anche se ha sempre detto che qualunque sia l’esito delle urne non si dimetterà e non ci saranno conseguenze per l’esecutivo, è evidente che una sconfitta non sarebbe un bel viatico per l’ultimo anno di legislatura. Per questo la premier sta evitando il più possibile di esporsi creando malumori nella Lega, a sua volta accusata di ‘disimpegno’ da Forza Italia. Al momento la presenza di Meloni era data per abbastanza certa a un evento organizzato da Fdi a Milano il 12 marzo ma, in verità, ancora la conferma ufficiale e definitiva non è stata data e i dubbi sono molti. La crisi internazionale le potrebbe dare l’occasione di ‘sfilarsi’.

Di referendum, in settimana, Meloni ha parlato in una lunghissima intervista a Rtl 102.5, lanciando un appello agli elettori: “Sono anni, decenni – ha detto – che sentiamo dire che la giustizia in Italia non funziona adeguatamente. Noi ci eravamo presi un impegno con i cittadini a fare questa riforma, oggi serve un referendum confermativo. Penso che i cittadini che sono d’accordo, che so essere la maggioranza, a una riforma del genere e a una giustizia che funzioni meglio debbano spendere cinque minuti del loro tempo il 22 e 23 marzo per andare a mettere una croce. Se non si è disposti a fare questo poi è difficile lamentarsi di quello che non funziona in Italia”.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

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