Ue senza linea sull’Iran, leader in ordine sparso e non sempre bene
Roma, 8 mar. (askanews) – L’attacco di Usa e Israele all’Iran ha colto totalmente di sorpresa l’Unione europea che forse ancor più del solito si sta muovendo in ordine sparso. Nell’immediato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno rilasciato una dichiarazione congiunta piuttosto vaga in cui parlavano di sviluppi “”estremamente preoccupanti”, riaffermavano “fermo impegno a salvaguardare la sicurezza e la stabilità regionale” e invitavano “tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale”. Anche nei giorni successivi dichiarazioni e atti non sono stati molto più incisivi. Del resto l’Ue può fare ben poco e il tema è molto divisivo. Normale quindi che gli Stati si muovano sostanzialmente da soli, con alterne fortune.
Se ambiva a dimostrare una statura di leader europeo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz in questa occasione ha mostrato di che pasta è fatto. E non è un complimento. Ricevuto da Donald Trump nello Studio Ovale il 3 marzo, Merz non ha aperto bocca per difendere la Spagna duramente attaccata dal tycoon, che è arrivato a minacciare ritorsioni economiche nei confronti di Madrid per la mancata autorizzazione all’uso delle basi militari. Anzi, il cancelliere ha rincarato la dose, assicurando che “stiamo cercando di convincere la Spagna che” l’aumento delle spese militari in ambito Nato “fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare questi numeri”. Scena muta rispetto alla ‘tirata’ di Trump contro il primo ministro britannico Keir Starmer, rispetto al quale, ha detto il presidente americano, “non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill”. La toppa che, in serata, Merz ha provato a mettere assicurando di aver difeso la Spagna nel colloquio privato è apparsa peggiore del buco sia in Germania che all’estero.
La Spagna ha formalmente espresso il suo disappunto nei confronti di Berlino. Pedro Sanchez, in questa vicenda, sta consolidando la sua figura di leader della “resistenza” europea a Trump e campione della sinistra, anche in Italia. Tanto che, nei giorni scorsi, qualche esponente del “campo largo” scherzava: “Candidiamolo alle primarie!”
Tornando seri, in un discorso diventato ormai famoso, Sanchez ha detto che “non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo, o contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per evitare ritorsioni da parte di qualcuno. Dobbiamo imparare dalla storia e non si può giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone”, aggiungendo che “la posizione del governo spagnolo può essere riassunta in tre parole: ‘No alla guerra’”. Posizione ribadita quando nel pomeriggio del 4 marzo la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha annunciato che la Spagna aveva accettato di “cooperare” con l’esercito statunitense. Appena un’ora dopo è arrivata la smentita: “Non ho la minima idea su a che cosa si riferisca”, ha affermato il ministro spagnolo degli Esteri José Manuel Albares. “C’è un accordo bilaterale e al di fuori del quadro di questo accordo non ci sarà l’uso delle basi”, ha precisato.
Sanchez ha incassato la solidarietà di molti colleghi, a partire da Emmanuel Macron. Anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa si è schierato al suo fianco assicurandogli, con una telefonata, che “l’Ue garantirà sempre la piena tutela degli interessi dei suoi Stati membri”. E pure Ursula von der Leyen ha chiamato Sanchez, evitando però di renderlo pubblico (ma ci ha pensato Madrid). Non si hanno invece cenni di vicinanza da parte di Giorgia Meloni e del governo italiano.
Sulla vicenda iraniana la premier appare in difficoltà come non mai. L’Italia – nonostante la “relazione speciale” – non è stata avvertita dell’attacco, tanto che il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto per alcune ore bloccato a Dubai. Una figuraccia che ha fatto innervosire la stessa premier, a lui molto legata, in quanto co-fondatore di Fdi. Lo stesso Crosetto e il titolare degli Esteri Antonio Tajani sono stati inviati in Parlamento, ma le opposizioni hanno protestato chiedendo a gran voce che a riferire fosse direttamente la premier. Lei, dal canto suo, ha concesso due “interviste” al Tg5 e a alla radio Rtl 102.5. Ma con la protesta del centrosinistra compatto (e pare anche la moral suasion del Quirinale) ha alla fine accettato di riferire a Camera e Senato, l’11 marzo, ma solo anticipando le comunicazioni (obbligatorie) già previste il 18 in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Quanto all’Iran, la linea è stata improntata al consueto equilibrismo: ha garantito che l’attacco è avvenuto “senza il coinvolgimento dei partner europei” e che l’Italia “non è in guerra e non vuole andare in guerra”. Meloni si è poi detta “preoccupata” per la “crisi del diritto internazionale” senza però accennare a una responsabilità di Trump perché la “stagione di caos” è “inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha deliberatamente attaccato un suo vicino”. Al momento l’Italia non avrebbe ricevuto dagli Usa la richiesta di utilizzo delle basi e la speranza della leader è che questo non avvenga, perché per lei sarebbe un bel problema politico. L’Italia è però coinvolta nella difesa di Cipro e degli alleati del Golfo, accodandosi all’iniziativa di Macron.
Il presidente francese, ormai sempre meno apprezzato in patria, è insieme a Sanchez uno dei protagonisti europei di questa fase. Il 2 marzo, con grande senso scenografico, ha lanciato dalla base militare dell’Île Longue la proposta della “deterrenza avanzata” con l’apertura dell’ombrello nucleare ai partner europei, ma con il controllo saldamente in mano a Parigi. Un progetto su cui ci sono contatti già avviati con Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca mentre il governo italiano ha detto no. Poi ha dispiegato nel Mediterraneo la portaerei Charles De Gaulle con i suoi Rafale, la fregata Languedoc e sistemi di difesa antiaerea, per “protezione militare e vigilanza sui luoghi e sulle persone più esposti”. Gli Stati Uniti e Israele hanno agito “al di fuori del diritto internazionale” attaccando l’Iran, ma “nessun boia” verrà “rimpianto”, ha dichiarato in un discorso alla nazione il presidente francese, che pare molto a suo agio nei panni del condottiero.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

