La crisi di Hormuz, ecco perché la Cina potrebbe uscirne vincitrice
Roma, 16 mar. (askanews) – La crisi in Medio Oriente e la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran stanno aprendo un nuovo fronte della competizione globale: non solo militare e diplomatica, ma energetica e industriale. In questo scenario la Cina, pur restando esposta allo shock petrolifero, potrebbe risultare uno degli attori relativamente più avvantaggiati, grazie a una combinazione di transizione energetica, diversificazione delle forniture e capacità di intervento statale sul mercato.
Il contesto è da economia di emergenza. Nei giorni scorsi il Brent ha toccato 119,50 dollari al barile, per poi stabilizzarsi attorno ai 100 dollari (stamattina 105 Usd), mentre l’interruzione dei flussi attraverso Hormuz rischia di ridurre l’offerta globale di petrolio fino a circa 8 milioni di barili al giorno, quasi l’8% della domanda mondiale. L’Agenzia internazionale dell’energia ha reagito autorizzando un rilascio straordinario di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei paesi membri.
La Cina importa 1,3-1,4 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, circa il 13% delle importazioni totali su circa 10-11 milioni di barili al giorno di greggio importato da Pechino. Sono molto limitate le importazioni di gas naturale iraniano, mentre il Gnl che passa per Hormuz corrisponde al 25% dell’import totale di gas naturale della Repubblica popolare. Principale fornitore: il Qatar.
Nel frattempo la crisi sta assumendo anche una dimensione politica sempre più esplicita. Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha chiesto con insistenza il sostegno degli alleati per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz, sottolineando che Europa e Cina dipendono in modo molto più diretto dalle forniture energetiche provenienti dal Golfo rispetto a Washington. In un’intervista al Financial Times, Trump ha affermato che ‘è del tutto normale che quanti traggono profitto da questo stretto contribuiscano a fare in modo che non accada nulla di spiacevole laggiù’.
Il presidente statunitense ha inoltre avvertito che un eventuale rifiuto da parte degli alleati potrebbe avere conseguenze anche sul piano politico e militare. ‘Se non ci sarà una risposta, o se questa sarà negativa, penso che questo avrà conseguenze molto negative per il futuro della Nato’, ha dichiarato.
Trump ha poi chiamato direttamente in causa anche Pechino, osservando che la Cina importa una parte significativa del proprio petrolio attraverso Hormuz. ‘Penso che anche la Cina dovrebbe offrire il proprio aiuto, perché importa il 90 per cento del suo petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz’, ha detto il presidente statunitense. Trump ha inoltre lasciato intendere che la questione potrebbe avere ripercussioni anche sul piano diplomatico, spiegando che vorrebbe una risposta da Pechino prima della visita di stato prevista in Cina, dove dovrebbe incontrare il presidente Xi Jinping dal 31 marzo al 2 aprile. ‘Vorremmo saperlo prima’, ha affermato, aggiungendo che in caso contrario la visita ‘potrebbe essere rinviata’. La Cina resta un grande importatore di energia e non è immune allo shock. Nel 2024 ha importato circa 11,1 milioni di barili di greggio al giorno, con una dipendenza dall’estero pari al 71,9%. Tuttavia la struttura del sistema energetico cinese sta cambiando rapidamente. Nel 2025 il consumo totale di energia ha raggiunto circa 6,17 miliardi di tonnellate equivalenti di carbone standard, con il carbone al 51,4% del mix e la cosiddetta energia pulita – cioè gas e fonti non fossili – al 30,4%. Nel 2024 il carbone rappresentava ancora il 53,2%, il petrolio il 18,1%, il gas l’8,8% e le fonti non fossili il 19,9%.
La tendenza di lungo periodo è evidente. Nel 2010 il carbone pesava circa il 69% del mix energetico cinese, mentre oggi è sceso poco sopra il 50%. Nello stesso periodo la quota delle fonti non fossili è più che raddoppiata, passando da meno del 10% a circa il 20%. Questa trasformazione riduce gradualmente la dipendenza dell’economia dal petrolio, soprattutto perché una quota crescente della domanda energetica viene coperta dall’elettricità.
Il sistema elettrico è infatti il vero scudo cinese contro uno shock petrolifero prolungato. La produzione di elettricità da fonti pulite – idroelettrico, nucleare, eolico e solare – è passata da 3.712,6 miliardi di chilowattora nel 2024 a circa 4.248 miliardi nel 2025. Nel 2024 la generazione elettrica totale era composta da circa 6.171 TWh di termoelettrico, di cui 5.871 da carbone, 1.285 TWh di idroelettrico, 444 di nucleare, 989 di eolico e 853 di solare. Complessivamente vento e sole hanno già fornito circa il 18,5% dell’elettricità prodotta.
Questo significa che una quota crescente della crescita economica cinese può essere alimentata da elettricità prodotta internamente e non da petrolio importato. In uno scenario di prezzi energetici elevati, l’elettrificazione dell’economia riduce l’impatto diretto dello shock sul sistema industriale.
Un secondo fattore chiave è la diversificazione geografica delle forniture. Il Medio Oriente resta fondamentale, ma non è più l’unico pilastro dell’approvvigionamento cinese. Negli ultimi anni la Russia è diventata il primo fornitore di greggio della Cina. Nel 2024 le importazioni dalla Russia hanno raggiunto circa 108,5 milioni di tonnellate, pari a circa 2,17 milioni di barili al giorno, mentre l’Arabia saudita si è fermata a circa 78,6 milioni di tonnellate, pari a circa 1,57 milioni di barili al giorno.
Anche sul gas la Cina ha costruito un sistema più resiliente rispetto ad altri importatori asiatici. Nel 2025 la pipeline Power of Siberia ha trasportato circa 38,8 miliardi di metri cubi di gas russo verso il mercato cinese, mentre la rete di pipeline dall’Asia centrale – principalmente dal Turkmenistan – ha una capacità complessiva di circa 55 miliardi di metri cubi l’anno. Questi flussi terrestri non eliminano l’esposizione al mercato marittimo del gas naturale liquefatto, ma riducono il rischio sistemico legato a un blocco delle rotte nel Golfo.
Il vero elemento strategico è però la capacità dello Stato di intervenire direttamente sul mercato. La Cina dispone di ampie riserve strategiche di petrolio, stimate intorno ai 900 milioni di barili, equivalenti a circa 78 giorni di importazioni. In caso di crisi prolungata il governo può inoltre modulare la raffinazione, limitare le esportazioni di carburanti e gestire amministrativamente prezzi e scorte per proteggere l’economia interna.
Anche uno shock rilevante sui prezzi del petrolio, insomma, potrebbe essere gestibile per Pechino. Con un prezzo medio di riferimento di 76,9 dollari al barile e importazioni di circa 11,1 milioni di barili al giorno, la bolletta petrolifera annua della Cina è stimata in circa 311 miliardi di dollari. Se il prezzo del greggio aumentasse del 10%, il costo aggiuntivo sarebbe di circa 31 miliardi di dollari, pari allo 0,16% del Pil. Con un aumento del 30% l’aggravio salirebbe a circa 93 miliardi, cioè lo 0,48% del Pil, mentre con un aumento del 60% arriverebbe a circa 187 miliardi, meno dell’1% del Pil.
Non si tratta di cifre trascurabili, ma non sono sufficienti da sole a destabilizzare l’economia cinese. In una guerra energetica conta soprattutto il costo relativo dell’energia rispetto ai concorrenti. Se una parte crescente del fabbisogno viene coperta da elettricità domestica e da forniture terrestri, l’impatto effettivo del petrolio caro può risultare inferiore rispetto a economie più dipendenti dalle rotte marittime.
La crisi di Hormuz potrebbe quindi avere un effetto paradossale. Pur colpendo direttamente la Cina come grande importatore, potrebbe rafforzare proprio il modello energetico che Pechino sta costruendo da anni: più elettrificazione, più rinnovabili, più diversificazione delle rotte e maggiore controllo statale delle scorte.
In questo senso la Cina non uscirebbe indenne dalla crisi, ma potrebbe risultare il vincitore relativo della guerra energetica globale, cioè l’attore che riesce ad assorbire meglio lo shock e a mantenere competitività industriale mentre altri paesi vedono aumentare in modo più pesante il costo dell’energia. (di Antonio Moscatello)

