L’attacco a South Pars apre la strada a una guerra energetica
AskaNews
di Administrator admin  
il 18/03/2026

L’attacco a South Pars apre la strada a una guerra energetica

Roma, 18 mar. (askanews) – Israele aveva promesso ieri “grandi novità” nel conflitto con l’Iran e puntualmente l’escalation è arrivata questa mattina con l’attacco agli impianti per la lavorazione del gas naturale di South Pars, la più grande riserva di gas conosciuta al mondo, che fornisce circa il 70% del fabbisogno in Iran: e tuttavia, le conseguenze dell’operazione – decisa a detta di Tel Aviv in coordinamento con la Casa Bianca – rischiano di sfuggire di mano. Il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, ha spiegato che “la sicurezza energetica nella regione ha raggiunto il punto zero” e che gli attacchi agli impianti iraniani significano che “l’oscillazione della guerra si è spostata” verso una “guerra economica su larga scala”. Teheran adesso considera “obiettivi legittimi” gli impianti energetici in Qatar, Emirati arabi uniti e Arabia Saudita.

La logica dell’attacco israelo-americano è quella di indebolire ulteriormente l’infrastruttura economica iraniana per costringere Teheran a cedere rapidamente sullo Stretto di Hormuz senza dover far ricorso a una costosa – anche in termini politici – operazione di messa in sicurezza; al momento però i risultati sono un ulteriore balzo in avanti del greggio, arrivato a quota 105 dollari, e la promessa di una rappresaglia iraniana non solo sulle infrastrutture energetiche israeliane, ma anche e soprattutto su quelle dei – vicinissimi – Paesi del Golfo.

Di qui che a stretto giro sia arrivata la condanna dell’operazione sia da parte del Qatar che degli Emirati, che l’hanno definita “pericolosa e irresponsabile”; prima vittima poi l’Iraq, che si è visto sospendere il flusso di gas naturale iraniano che garantisce un terzo del proprio fabbisogno.

Se quindi il blocco dello Stretto già rappresentava un rischio per la sicurezza energetica, un’escalation che prenda di mira i campi petroliferi rischia di diventare un disastro economico, ambientale e politico – non in ultimo perché l’Europa ne sarebbe una delle vittime principali. Non a caso la Casa Bianca è tornata sulla questione dell’impegno Nato, minacciando di lasciare la “responsabilità” – ovvero la sicurezza – dello Stretto ai Paesi principalmente interessati, vale a dire gli stessi alleati di Washington: una exit strategy che risulterebbe disastrosa politicamente non solo per Donald Trump, che difficilmente potrebbe rivendicare una vittoria credibile in un simile scenario, ma anche per la stessa Alleanza (e l’Unione Europea) che sulla questione rischierebbe seriamente di spaccarsi.

Trump vorrebbe che Teheran cedesse in tempi rapidi lasciandogli magari la gestione del traffico attraverso Hormuz, un’ipotesi difficilmente realizzabile, anche perché gli omicidi mirati di Israele (che ha invece interesse a una permanenza statunitense nel conflitto il più lunga possibile) stanno falcidiando ogni possibile negoziatore; in subordine, che lo sblocco di Hormuz – sempre più urgente da un punto di vista economico – ricadesse anche o in gran parte sugli alleati oggi recalcitranti.

In effetti, il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha dichiarato che gli alleati, allarmati dalla corsa del greggio, stanno lavorando a una non meglio precisata “soluzione condivisa”; ma che il via libera agli attacchi alle infrastrutture energetiche costituisca un’arma di pressione adeguata alle circostanze – e non un boomerang che aggravi ulteriormente le prospettive di una crisi energetica – resta tutto da vedere.

[Proteste Emirati e Qatar: escalation “irresponsabile e pericolosa”|PN_20260318_00126|in04 rj01| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/03/20260318_192936_30587D55.jpg |18/03/2026 19:29:46|L’attacco a South Pars apre la strada a una guerra energetica|Iran|Estero]

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