Il futuro che eravamo: memoria e perdita nel nuovo romanzo di Claudia Marin
Roma, 26 lug. (askanews) – Un romanzo di famiglia, di formazione e di perdita, ma anche e soprattutto la storia di un amore che resiste alla morte e continua a vivere nei luoghi, nei gesti, nelle parole e negli oggetti. “Il futuro che eravamo” (Rubbettino) è il nuovo, e terzo, romanzo di Claudia Marin, giornalista di Quotidiano nazionale e già autrice di “Figlie uniche” e “Imperfezioni”, che torna con una storia intensa che si muove attraverso i territori della memoria familiare. La prima presentazione del libro è prevista per il 26 agosto a Porto Cervo, uno dei luoghi della storia, al Consorzio Costa Smeralda.
Al centro del romanzo, disponibile in libreria e sulle principali piattaforme online, ci sono Luca Mari e sua sorella Camilla, cresciuti tra gli anni Settanta e la fine degli Ottanta nella Napoli alta e luminosa del Vomero, dentro un mondo familiare fatto di riti, appartenenze, educazione sentimentale e promesse di futuro. Le domeniche sospese, le case dei nonni, le estati in Sardegna, la scuola, la musica, gli scherzi, gli amori e le prime inquietudini compongono il paesaggio emotivo di un’infanzia condivisa. È il tempo in cui tutto sembra ancora possibile, in cui il futuro appare come un orizzonte naturale, una strada aperta davanti a sé.
Con il passare degli anni, quella promessa si modifica. La vita adulta introduce distanze, responsabilità, fragilità, incomprensioni e ritorni. Luca e Camilla, pur seguendo percorsi diversi, restano legati da una fraternità profonda, fatta di complicità antiche, parole in codice, silenzi, ironie, affetto trattenuto e riconoscimento reciproco. Il loro rapporto diventa il centro emotivo di una narrazione che interroga il modo in cui il passato continua ad abitare il presente.
Quando la malattia stringe Luca in una fine troppo precoce, il tempo si frantuma e si dilata. Le giornate dell’agonia diventano allora il luogo in cui tutto ritorna: le voci dei genitori, la luce delle case, i giochi, le vacanze, i riti di una borghesia napoletana colta e inquieta, le illusioni di una generazione cresciuta credendo che ogni strada fosse aperta. La memoria non procede in ordine, ma per lampi, oggetti, immagini, frasi, odori e dettagli che acquistano all’improvviso un significato nuovo.
Claudia Marin racconta la relazione tra Luca e Camilla senza indulgere nel sentimentalismo, scegliendo una scrittura ricca, partecipe e visiva, capace di restituire insieme la forza del ricordo e la precisione del dolore. Tra Napoli, Roma, Milano e la Sardegna, il libro disegna una geografia affettiva in cui i luoghi reali diventano anche luoghi interiori. La narrazione si muove tra il presente della malattia e il passato dell’infanzia, tra la concretezza della vita quotidiana e la dimensione più misteriosa dei sogni, dei presagi, delle intuizioni. Ne nasce un racconto ampio e stratificato, in cui la memoria non è semplice nostalgia, ma materia viva, energia narrativa, tentativo di salvare dall’oblio e dal dolore ciò che si è amato.
Con questo terzo romanzo, Claudia Marin conferma un percorso narrativo attento alle relazioni umane, alle fragilità contemporanee e al rapporto tra identità e memoria. “Il futuro che eravamo” parla a chiunque abbia conosciuto la forza dei legami familiari e la vertigine di un prima e di un dopo.

