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Operazione ‘Hybris’: quattro arresti per ‘ndrangheta operati all’alba a St-Marcel, Aosta e Cinquefrondi

Operazione ‘Hybris’: quattro arresti per ‘ndrangheta operati all’alba a St-Marcel, Aosta e Cinquefrondi

In manette sono finiti Claudio, Ferdinando e Vincenzo Taccone, con Santo Mammoliti costretto agli arresti domiciliari; sono accusati di estorsioni, tentate estorsioni, danneggiamenti, tentato omicidio e lesioni personali

Alle prime luci dell’alba, attorno alle 5.30, i militari del Gruppo carabinieri di Aosta – in collaborazione col personale della Compagnia carabinieri di Gioia Tauro – hanno dato esecuzione a tre ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip del Tribunale di Torino (su richiesta della Dda del capoluogo piemontese) nei confronti di Claudio Taccone, 45 anni (FOTO), e dei figli Ferdinando, 21, e Vincenzo, 20, arrestati nella loro abitazione in una frazione di St-Marcel, a eccezione di Ferdinando, condotto in carcere sempre questa mattina ma a San Ferdinando Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, dove si trovava da qualche tempo. L’operazione ‘Hybris’ (dal greco ‘prevaricazione’) ha interessato anche un quarto soggetto, Santo Mammoliti, 39 anni di Aosta, a cui sempre questa mattina gli è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, mentre nei confronti di un quinto personaggio – che si trova all’estero perché la sua incolumità sarebbe stata in pericolo rimanendo dov’era – si starebbe ormai perfezionando la notifica di custodia cautelare in carcere.
Semplicemente aberranti i fatti descritti nelle 187 pagine che compongono le ordinanze emesse dal gip del Tribunale di Torino (pm Daniela Isaia applicata alla Dda di Torino e sostituto procuratore Stefano Castellani, competente per il territorio della Valle d’Aosta presso il Gruppo specializzato in criminalità organizzata della Dda), tra estorsioni, tentate estorsioni, danneggiamenti e danneggiamenti a seguito di incendio, tentato omicidio e lesioni personali, tutti reati per i quali ricorre l’aggravante prevista dal metodo mafioso. Le indagini, coordinate dalla Dda di Torino e condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo del Gruppo di Aosta attraverso intercettazioni sia telefoniche che ambientali, appostamenti e attività di intelligence varie, hanno una data precisa di inizio: era il 3 giugno del 2012, quando in un parcheggio al Quartiere Dora – nella notte – venne appiccato un incendio a un’automobile Seat, fiamme che ben presto si propagarono anche ad altre due vetture vicine. Il proprietario dell’auto, un operaio assunto in un’impresa di opere stradali, fratello di un capo cantiere nella medesima ditta, denunciò l’accaduto come un corto circuito, anche se ben presto si scoprì che si trattò di un’azione dolosa. A compierla, secondo i carabinieri, furono Ferdinando Taccone e il quinto soggetto ancora da rintracciare che, sostenuti da Claudio Taccone, cercarono di porre in essere un’azione vendicativa del fatto che sia Ferdinando che Vincenzo Taccone non erano stati assunti presso l’impresa in questione. Ma non finì qui: qualche tempo dopo, infatti, venne pesantemente malmenato il figlio di uno dei due operai, evento seguito dal pesante danneggiamento dell’auto di proprietà della figlia di uno dei due operai medesimi.
Un secondo gravissimo episodio accadde nella tarda serata del 30 settembre del 2012, quando i fratelli Taccone – come sempre incitati dal padre – pestarono brutalmente con bastone e coltello un padre e un figlio, rei – secondo la famiglia Taccone – di avere offeso l’onorabilità dei Taccone stessi con battute («I Taccone non sanno ‘scannare’») e con il fatto che il figlio di quest’altra famiglia non aveva voluto partecipare alla festa di compleanno di uno dei figli di Claudio Taccone (il reato di tentato omicidio è scattato dopo che l’uomo venne ferito alla gola col coltello). In tutto questo, quel che è più inquietante è che – immediatamente prima di questo episodio – il capofamiglia Claudio Taccone ricevette preciso ordine dalla sua famiglia di riferimento in Calabria, la famiglia dei Pesce, di non toccare quell’altro giovane perché riconducibile alla famiglia dei Facchineri. Ordine che, evidentemente, Claudio Taccone disattese, organizzando di fatto il pestaggio. Lo stesso Claudio Taccone, in un’altra occasione, affrontò un pregiudicato valdostano, al momento in carcere per traffico di sostanze stupefacenti, pestandolo pesantemente.
In ultimo, Santo Mammoliti e il quinto personaggio ancora ricercato, avevano anch’essi avuto in qualche modo a che fare col pregiudicato aostano in carcere per traffico di sostanze stupefacenti: dopo aver promosso nei suoi confronti richieste estorsive ammontanti a 100 euro ogni tre giorni, Mammoliti e il personaggio di cui non sono ancora state rese note le generalità avrebbero avanzato una richiesta estorsiva di 5.000 euro una tantum, pretesa che si fermò bruscamente dopo un intervento proveniente direttamente dalla Calabria.
Insomma, una realtà sconvolgente, a maggior ragione se si considera che – così come riferito in conferenza stampa dai carabinieri – Ferdinando e Vincenzo Taccone si interfacciavano nella vita notturna aostana con tutta una serie di altri giovani che conoscevano benissimo il loro ‘linguaggio’ di stampo tipicamente ‘ndranghetista. «Erano fieri di essere individuati come i ‘Calabria boys’, gruppo molto conosciuto nell’ambiente del divertimento aostano», hanno riferito i vertici del Gruppo dei carabinieri di Aosta, che hanno poi raccontato: «Quando questa mattina siamo entrati in casa per arrestarli, totalmente sprezzanti delle istituzioni, ci hanno detto: “Una volta finita la perquisizione, vedete di mettere nuovamente tutto al suo posto, la mamma odia il disordine”».
(patrick barmasse)

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