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Maxi processo del bestiame: «Azienda dimezzata a causa di accuse infondate»

Maxi processo del bestiame: «Azienda dimezzata a causa di accuse infondate»

Stamane - tra le altre - l'arringa difensiva dei legali di Eliseo Duclos e della moglie Marisa Cheillon; avrebbero prodotto e commercializzato fontine e burro pericolosi per la salute umana, «ma nessun sequestro è mai stato operato» sui loro prodotti

«L’azienda non è stata distrutta, ma dimezzata, quello sì». Questa mattina a palazzo di giustizia di Aosta, nell’ambito del maxi processo sul bestiame contaminato e le fontine adulterate, che vede sul banco degli imputati 48 tra allevatori e loro collaboratori, veterinari, responsabili di laboratori di analisi e produttori lattiero caseari operanti in Valle d’Aosta, hanno preso la parola per la loro arringa i due legali difensori di Eliseo Duclos, il «dominus aziendale» – secondo il pm Pasquale Longarini, che ne ha chiesto la condanna a 4 anni di carcere – del «sodalizio associativo» composto anche dalla moglie Marisa Cheillon (chiesti un anno 8 mesi), dal veterinario Claudio Trocello (3 anni 6 mesi) e dal «factotum» Antonio Albisetti (2 anni 6 mesi).
Gli avvocati aostani Jacques Fosson e Massimiliano Sciulli hanno contestato punto su punto le accuse mosse a Duclos, a partire dall’adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari e dal commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute umana.
«L’impianto accusatorio del pm è basato esclusivamente su quanto emerso dalle intercettazioni, il fatto è che dal 2009 a oggi c’è stata un’istruttoria dibattimentale che ha dimostrato tutt’altro», ha esordito l’avvocato Fosson, col suo collega Massimiliano Sciulli che ha precisato: «Nel novembre del 2009 Eliseo Duclos fu sottoposto a custodia cautelare in carcere e sua moglie (Marisa Cheillon, ndr) agli arresti domiciliari, motivo per cui il più grande caseificio della Valle (il Caseificio artigiano Variney, ndr) passò da tre a un milione e mezzo di euro di fatturato all’anno, senza dimenticare che i fornitori sono scappati». E ancora: «Una volta presa visione dell’ordinanza di custodia cautelare a carico dei nostri assistiti, ci siamo messi alla ricerca delle ordinanze di sequestro dei prodotti, il fatto è che alcun prodotto è stato mai sottoposto a sequestro e quindi ritirato dal mercato».
Più nel dettaglio, le cosiddette ‘fontine rosse’ sottoposte a controlli a Ivrea da parte dell’Istituto zooprofilattico del Piemonte «hanno escluso qualsiasi tipologia di tossina presente nella Fontina», ha spiegato l’avvocato Fosson, parlando di eventuale «difetto merceologico» e nulla più.
La contestazione del pm Longarini, che ha invece ipotizzato la pericolosità per la salute umana, è stata quindi definita «un’equazione destituita di ogni fondamento», così come la vicenda legata alla commercializzazione di zangolato di panna fresca «dall’altissima carica batterica perché non pastorizzato».
«Il caseificio di Duclos, non essendo dotato all’epoca di pastorizzatore a piastre, secondo l’accusa avrebbe commercializzato burro non pastorizzato, non tenendo però conto che gli stessi servizi dell’Azienda Usl certificarono l’avvenuta pastorizzazione dello zangolato e di altri prodotti tramite il metodo artigianale (portare a temperatura il prodotto ad almeno 72° C per almeno 15″, così da eliminarne gli agenti patogeni, ndr)», hanno ancora puntualizzato i legali durante l’arringa di stamane, aggiungendo: «Dei circa 7.000 kg di burro commercializzati e dei circa 5 milioni di litri di latte lavorati negli anni oggetto di imputazione, tutto si è ridotto alle lamentele su qualche panetto di burro da 250 grammi da parte di un cuoco di Cervinia e di due responsabili di market della Valdigne».
A questo punto, l’affondo dell’avvocato Fosson: «Sul fatto poi che Duclos avrebbe ricevuto latte non controllato perché proveniente da una stalla non registrata, occorre precisare che la stalla di Elio Louisetti di Bionaz effettivamente non compare da nessuna parte perché le mucche in realtà erano di proprietà di Eliseo Duclos, che le acquistò all’asta dal Louisetti tempo prima, a seguito delle difficoltà economiche di quest’ultimo. E’ tutto prodotto agli atti, compresi i cambi di proprietà delle mucche».
In riferimento alle altre accuse, tra cui il concorso in falso in atto pubblico col veterinario Claudio Trocello, «fu disposta la distruzione di sette fontine rosse anziché di 14 giusto perché le sette commercializzate in Piemonte furono reputate assolutamente conformi al consumo umano, anche a seguito delle analisi», ha precisato l’avvocato Massimiliano Sciulli, che in riferimento all’accusa di associazione per delinquere mossa alla moglie di Eliseo Duclos, la signora Marisa Cheillon, ha affermato: «Marisa Cheillon è una dipendente pubblica della Comunità montana, assiste gli anziani, nel caseificio si accupava soltanto delle fatture, così come emerso in modo incofutabile a livello dibattimentale, non essendosi mai nemmeno interessata al ciclo produttivo dell’azienda».
Quindi, un’ultima precisazione: «Una volta arrestato Eliseo Duclos, si decise di porre a capo del caseificio, in qualità di amministratore (pro tempore, ndr), un Maresciallo dei carabinieri in pensione (Sergio Olivero, ndr) proprio perché i miei assistiti nulla avevano da nascondere all’interno della loro realtà produttiva, che continuò a produrre, visto che l’attività all’interno del caseificio non fu mai interrotta», ha concluso l’avvocato Sciulli.
In un simile contesto, il maxi processo riprenderà martedì 28 ottobre; completate le arringhe difensive, non è escluso che il collegio presieduto dal giudice Marco Tornatore (giudici a latere Davide Paladino e Paolo De Paola) si riunisca già in camera di consiglio per la sentenza nella medesima giornata di martedì 28.
Nella foto l’ingresso del Caseificio artigiano Variney di Eliseo Duclos.
(patrick barmasse)

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