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Presunta estorsione a ‘La Pineta’ di Pontey: tra «bugie» e «non ricordo» della persona offesa, accuse ridimensionate

Presunta estorsione a ‘La Pineta’ di Pontey: tra «bugie» e «non ricordo» della persona offesa, accuse ridimensionate

Nella vicenda - culminata in un blitz in cui furono esplosi anche 4 colpi di arma da fuoco - assolto Fabian Marciano e condannati a 8 mesi gli albanesi Leart Bejko e Rajmondi Shaholli e a 4 Maria Pia Incannova

E’ stata letta poco fa, alle 18.25, dopo una maratona durata poco meno di 7 ore e mezza, la sentenza del processo con giudizio immediato a carico dell’aostano Fabian Marciano, 36 anni, degli albanesi residenti a Milano Leart Bejko, 32 anni, e Rajmondi Shaholli, 31, e della palermitana anche lei residente a Milano, Maria Pia Incannova, 53 anni, imputati di concorso in estorsione aggravata (la Incannova anche di resistenza a pubblico ufficiale) nell’ambito dell’inchiesta avviata a seguito delle minacce e delle richieste di denaro avanzate questa estate all’ex titolare de ‘La Pineta Pizza House’ di Pontey, David Jean Laurent Pezzana, trentenne di St-Vincent.
Marciano, titolare di un’impresa di installazione di impianti tecnologici, arrestato a fine agosto a Piacenza perché considerato «il mandante» della presunta richiesta estorsiva, è stato assolto dal collegio presieduto da Massimo Scuffi (giudici a latere Marco Tornatore e Anna Bonfilio) «perché il fatto non sussiste»; gli albanesi Bejko e Shaholli sono stati invece condannati a 8 mesi di carcere ciascuno (pena sospesa, quindi scarcerati) e al pagamento di una provvisionale alla parte civile di 1.500 euro a seguito della derubricazione del reato da estorsione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose; la Incannova, infine, è stata condannata a 4 mesi di reclusione per la resistenza, mentre è stata assolta «perché il fatto non costituisce reato» dall’accusa di concorso in estorsione.
Insomma, nel corso del processo di oggi si sono di fatto ridimensionate – e di molto – le accuse per le quali il sostituto procuratore Luca Ceccanti aveva chiesto le condanne di Bejko e Shaholli a 4 anni e 2.000 euro di multa a testa, di Marciano a 2 anni 8 mesi e 1.500 euro di ammenda e della Incannova a 6 mesi.
Una vicenda, quella della presunta estorsione perpetrata ai danni del giovane David Jean Laurent Pezzana, culminata nella notte tra il 27 e il 28 luglio scorsi con gli arresti «in flagranza di reato» dei due albanesi e della donna e con quattro colpi di arma da fuoco esplosi dai carabinieri durante il blitz nelle aree esterne de ‘La Pineta Pizza House’ di Pontey, due dei quali raggiunsero l’auto in fuga guidata dalla Incannova, uno a una gomma e l’altro alla fiancata della vettura, con una scheggia del cruscotto che andò a conficcarsi nella mano della donna.
«Una farsa», ha definito questa mattina il processo l’imputata Maria Pia Incannova, facendo riferimento ai numerosi «Non ricordo», «In quel periodo non ho raccontato tutto al 100% perché avevo paura» e «Chi vi dice che quegli sms non siano stati mandati col mio numero da qualcun altro?» dichiarati a più riprese in aula dal Pezzana, nei confronti del quale – secondo i diversi capi di imputazione inseriti nel fascicolo – nella notte tra il 27 e il 28 luglio scorsi venne perpetrata un’estorsione a opera degli albanesi Leart Bejko e Rajmondi Shaholli, che in tale occasione furono arrestati dai carabinieri della Compagnia di Châtillon/St-Vincent unitamente a colei che «accompagnò i due in Valle d’Aosta perché sprovvisti di patente», ovvero Maria Pia Incannova.
Secondo quanto emerso nel processo di oggi, i tre furono arrestati dai carabinieri proprio mentre Bejko era appena entrato in possesso di una busta «con dentro 500 euro», ha spiegato la persona offesa, mentre Rajmondi Shaholli «era rimasto più in disparte» e Maria Pia Incannova aveva aspettato i due albanesi direttamente in auto.
Durante il blitz che portò all’arresto dei tre, questa mattina si è appreso che dalle pistole dei carabinieri partirono anche quattro colpi, due dei quali raggiunsero «l’automobile» della Incannova, che in un primo momento aveva provato a scappare, venendo però fermata dopo appena 500 metri anche perché uno dei colpi «raggiunse una saldatura sulla fiancata della vettura, e un frammento del cruscotto andò a colpire l’indice» della donna.
Una vicenda, quella della presunta estorsione ai danni di David Jean Laurent Pezzana, che sin dalle sue prime deposizioni ai carabinieri indicò nell’aostano Fabian Marciano «il mandante» delle richieste di denaro perpetrate a suo carico, sfociata in un processo in cui la persona offesa – ossia l’ex titolare del locale di Pontey – è stata più volte redarguita e invitata a dire la verità dal presidente del collegio Massimo Scuffi, dopo che a più riprese aveva dimostrato di essere disorientato e confuso.
«Pezzana ha mentito su tutto, dicendo bugie talmente gravi da aver costretto in carcere Marciano per un mese e i due albanesi che lo sono tuttora», ha affermato il legale di Fabian Marciano, l’avvocato Nicoletta Spelgatti di Aosta.
La denuncia dalla quale scattò il tutto venne depositata dal Pezzana il 13 luglio scorso, dopo che «tra le 6.40 e le 9» ignoti fecero irruzione nel suo locale «sfasciando tutto» a suon di spranghe e mazze.
«Danni per oltre 30.000 euro», ha fatto sapere Pezzana, che ha ricollegato il fatto ai due albanesi dopo che uno di loro (Leart Bejko) «qualche giorno prima mi aveva minacciato» chiedendogli dei soldi «che secondo lui gli dovevo, altrimenti avrebbe fatto un casino».
Una vicenda intricata, quella della presunta estorsione, anche perché Pezzana, Marciano e i due albanesi si conoscono molto bene.
«Bejko e Shaholli mi vennero presentati verso Pasqua di quest’anno da un mio amico di vecchia data (Fabian Marciano, ndr) – ha spiegato Pezzana durante la sua lunga deposizione -. Mi dissero che lavoravano nel campo della sicurezza nei locali, alcune volte salirono in Valle in occasione di serate da me organizzate a Pontey: li ospitai dando loro da mangiare e da bere, ma alla fine non lavorarono perché non ce ne fu mai bisogno».
Fatto sta che, dopo una prima tranche di 500 euro che Pezzana consegnò a Bejko nella serata del 12 luglio scorso grazie al prelievo effettuato a un bancomat da un suo amico («Vidi Bejko e Shaholli in mezzo al prato, Bejko mi raggiunse dietro al bancone e mi disse che voleva dei soldi, voleva 1.000 euro perché secondo lui glieli dovevo»), l’indomani il locale venne completamente sfasciato.
E’ da lì che scattarono le indagini dei militari dell’Arma dei carabinieri, che attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, rilevatore gps piazzato sotto l’automobile di Marciano (che all’atto dell’arresto degli altri tre imputati si trovava in Bosnia) e analisi delle celle telefoniche agganciate dalle utenze di Bejko, Shaholli e Incannova, nella notte tra il 27 e il 28 luglio fecero scattare le manette ai polsi di questi ultimi tre (la Incannova venne poi scarcerata dopo poco più di un mese alle Vallette di Torino) mentre Marciano venne raggiunto da una misura di custodia cautelare in carcere (poi revocata) a fine agosto a Piacenza.
«Quei soldi Pezzana me li doveva perché avevamo lavorato per lui, anche se in nero, ma non per questo l’abbiamo minacciato o gli abbiamo sfasciato il locale», ha spiegato durante la sua deposizione Leart Bejko, assistito – così come Shaholli – dall’avvocato Davide Meloni di Aosta, che ha dichiarato come nell’intervallo di tempo in cui fu sfasciato il locale di Pezzana – «tra le 6.40 e le 9» del 13 luglio scorso – i due albanesi si trovassero entrambi intenti a dormire in una camera dell’Hôtel Cristina di Champagne, a Verrayes.
Nella foto l’arrivo questa mattina in Tribunale ad Aosta di Rajmondi Shaholli e Leart Bejko.
(patrick barmasse)

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