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Filo sutura dimenticato in rene, tre medici assolti

Filo sutura dimenticato in rene, tre medici assolti

Nel processo di questa mattina in Tribunale ad Aosta; secondo le difese, si trattò di «una complicanza che nella stragrande maggioranza dei casi non dà esito a nulla»; il mancato assorbimento del filo nei tessuti dovuto forse a una calcificazione

Erano accusati di avere dimenticato un filo di sutura nel rene di una paziente. Questo quanto contenuto nel capo d’imputazione del processo definito questa mattina davanti al giudice monocratico del Tribunale di Aosta, Marco Tornatore, che dopo una camera di consiglio di poco meno di un’ora, ha assolto «perché il fatto non costituisce reato» il medico urologo aostano Paolo Pierini, 69 anni, e gli altri due componenti del suo team Massimo Viganò, 58 anni, ed Ezio Talarico, 53.Secondo l’accusa, rappresentata in aula dal vpo Sara Pezzetto, che al termine della sua requisitoria aveva chiesto l’assoluzione degli imputati essendo rimasta non provata una loro eventuale condotta colposa, il 12 aprile 2010 – durante un intevento di pieloplastica robotica a cui fu sottoposta una cinquantenne siciliana per una malformazione congenita – i medici avrebbero dimenticato nella sede dell’intervento chirurgico un filo di sutura.«La mia assistita accusò dolori lancinanti anche a quasi un anno di distanza dall’intervento, evidentemente la terapia somministratale dai medici di Aosta non fu efficace, ed è anche qui che si evince la condotta colposa», ha spiegato il legale di parte civile.La donna venne sottoposta a una TAC il 16 febbraio 2011, dalla quale si scoprì – nel «bacinetto renale sinistro» – la presenza di una «grossa calcificazione di 4 cm sviluppatasi attorno a un nucleo che in realtà era un filo di sutura», ha confermato uno dei due consulenti tecnici delle difese, che ha però aggiunto: «Non mi sembra possano emergere elementi per dire che ci furono comportamenti erronei, diciamo semmai che siamo in presenza di una complicanza che nella stragrande maggioranza dei casi non dà esito a nulla. In questo caso è stato più che altro un evento fortuito».Il nocciolo della questione, a quel punto, si è spostato sulla natura del filo di sutura, o meglio sul suo assorbimento o meno nei tessuti.«Molto probabilmente la calcificazione ha impedito che venisse regolarmente assorbito, ribadisco, è stato un caso fortuito», ha spiegato ancora il consulente tecnico delle difese, mentre dai banchi della parte civile, il legale della persona offesa ha spiegato: «Non c’è nessuna prova del fatto che questo filo fosse realmente assorbibile, ci sono anche fili di sutura che non lo sono, come quelli che vengono utilizzati in interventi vascolari».In un simile contesto, dalle difese hanno replicato: «Le infermiere interniste ascoltate, hanno puntualizzato che i fili di sutura non assorbibili non si trovano in sala operatoria, bensì in un armadio al di fuori, contenuti in scatole ben distinte rispetto agli altri. Il grado di errore in questo caso è praticamente pari a zero».Nel 2013, quindi, la donna fu sottoposta a un intervento chirurgico di asportazione del corpo estraneo dal rene in un ospedale siciliano. «Se non ci fosse stata una strategia attendista da parte dei medici aostani, che alla fine si è rivelata deleteria per la mia assistita, tutto si sarebbe risolto prima e in modo meno traumatico per la paziente», ha concluso l’avvocato della parte civile, mentre dai consulenti tecnici delle difese si è pervenuti alla conclusione opposta: «La strategia attendista adottata nel caso di specie è condivisibile, così come le modalità di effettuazione dell’intervento chirurgico, ineccepibile».(pa.ba.)

 

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