Covid, il virus non fa più paura, ma sbagliato abbassare la guardia
Sanità
di Arianna Papalia  
il 06/03/2024

Covid, il virus non fa più paura, ma sbagliato abbassare la guardia

A quattro anni dal lockdown: tra la popolazione valdostana meno accortezza, mentre in ospedale vige ancora l'obbligo dei tamponi all'ingresso per i ricoveri e gli interventi

Più di 52mila contagiati da SARS-CoV-2 dal 2020 in Valle d’Aosta590 le persone portate via dal virus.

Quattro anni fa lo tsunami della pandemia stava per travolgere anche la più piccola regione d’Italia, oggi il Covid non fa più paura e sembra essere sotto controllo.

I numeri del Covid oggi, parla l’esperto

«A livello di clima siamo favoriti – spiega la dottoressa Silvia Carla Magnani, responsabile della struttura di Malattie Infettive di Aosta – non fa troppo freddo, non ci sono momenti di grandissime aggregazione. Ad oggi la situazione in Valle d’Aosta è tranquilla, sono giorni che non abbiamo un ricoverato per coronavirus in reparto».

A  quattro anni dall’inizio della pandemia da Coronavirus, lockdown e misure restrittive sono soltanto un lontano ricordo. «Questo è possibile, perché la maggior parte delle persone si è vaccinato», evidenzia la dottoressa.  Non abbassare la guardia, però, è ancora la strategia che consiglia l’infettivologa.

Ospedale vs comunità, il doppio standard sull’identificazione dei casi

Mentre in ospedale  –  chiarisce Magnani –  è ancora attivo l’obbligo di effettuare i tamponi all’ingresso ai pazienti che vengono ricoverati, e nei reparti vengono istituite stanze di isolamento per i positivi,  fuori dalle pareti ospedaliere questo regime di controllo è cessato completamente. Chi sviluppa una sintomatologia non è più tenuto a dichiararlo, né ad isolarsi. Bisognerebbe indossare la mascherina, ma non tutti adottano questi accorgimenti.

I vaccini,

«I soggetti molto fragili – sottolinea l’infettivologa – dovrebbero continuare a fare i vaccini ogni 6 mesi. E nel caso di sintomatologia come febbre, tosse secca, dolori alle ossa è bene si faccia un tampone, con il quale in caso di positività si può avere accesso al farmaco antivirale che, preso per cinque giorni, abbatte la contagiosità e abbrevia i sintomi».

I ricordi della prima ondata di Coronavirus

Per chi ha visto con i propri occhi i tragici effetti del SARS-CoV-2, non ci sono obiezioni. La pandemia è stata un evento che ha scosso l’intero sistema, ma è grazie alla ricerca scientifica mondiale che oggi si può definire il coronavirus “una brutta influenza”.«Il ricordo del lockdown è un ricordo di giornate infinite, sembrava di rivivere ogni giorno la stessa cosa, ogni giorno con un dolore in più», racconta la dottoressa tornando indietro a quei tragici momenti quando arrivò lo tsunami Coronavirus e nessuno era pronto.

«Quando scelsi le malattie infettive da specializzanda – racconta la dottoressa-  lo feci per l’alta percentuale di guarigione. Il mio reparto di Aosta prima del Covid aveva una media di 5 morti all’anno.  Tra marzo e maggio del 2020 ci furono circa 200 morti.  Dolore, insoddisfazione erano i sentimenti di tutti i giorni, non avevamo con cosa curare. La chiave di volta – chiosa con forza la dottoressa – sono stati i monoclonali. L’arrivo dei vaccini è stato un momento commovente per noi, si è accesa la speranza che avremmo potuto farcela».

(arianna.papalia)

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