Dai dazi al Mercosur all’auto, l’Italia ha sostituito la Francia nel rapporto con la Germania?
Roma, 24 gen. (askanews) – Il primo avvicinamento era avvenuto sui dazi americani, nell’estate scorsa, la vera a propria saldatura concreta si è registrata sull’accordo con i Paesi Mercosur. Nel linguaggio giornalistico, quando viene stretta un’alleanza più o meno stabile, si parla subito di “asse”. Al momento quella tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz è quantomeno una rilevante comunanza di interessi e di vedute. Del resto (ed Europa Building ne aveva parlato) uno degli obiettivi della presidente del Consiglio era quello di provare a disarticolare il legame franco-tedesco, tradizionalmente traino di tutta l’Europa, sostituendo Roma a Parigi.
La debolezza politica attuale del mai amato – da lei – Emmanuel Macron ha probabilmente dato una spinta al progetto, così come il fatto che i due sistemi economici, quello italiano e quello tedesco, sono simili, con una elevata propensione al manifatturiero.
Dunque sui dazi, mentre Macron era fautore della linea dura, Meloni e Merz guidavano il fronte dei trattativisti a oltranza. Poi è arrivato, appunto, l’accordo con i Paesi Mercosur. La Germania è sempre stata favorevole per consolidare il suo ruolo di primo esportatore europeo (15 miliardi di euro verso quell’area), in particolare nei settori della chimica, della farmaceutica e dell’automotive. Motivazioni identiche per l’Italia, in particolare per i prodotti agroalimentari e la meccanica. Se Berlino non ha mai avuto dubbi sulla firma, Meloni è stata invece protagonista di un’intensa trattativa che ha portato infine al sì di Roma, in cambio di rilevanti modifiche all’intesa. I due paesi sono quindi stati protagonisti per arrivare alla firma dell’accordo mentre la Francia – che teme ripercussioni per il suo importante settore agricolo – ha condotto una battaglia opposta, per evitare la sottoscrizione. E oggi tanto Merz quanto Meloni chiedono di procedere rapidamente, con l’attuazione provvisoria dell’intesa.
Il prossimo terreno di battaglia comune è quello sulla competitività e in particolare sull’automotive, in vista del “retreat” sul tema dei capi di Stato e di governo dell’Ue, in programma il 12 febbraio ad Alden Biesen, in Belgio. Merz e Meloni ne hanno parlato a Roma il 23 gennaio, all’indomani del Consiglio informale di Bruxelles, nel vertice intergovernativo tra i due Paesi. Proprio in vista dell’appuntamento di febbraio, hanno anche elaborato insieme un “non-paper” in cui denunciano che “l’Europa sta perdendo terreno” e chiedono, tra le altre cose, “un ambizioso alleggerimento degli oneri normativi per le nostre imprese” e “ulteriori semplificazioni delle iniziative UE a tutti i livelli” con un “Omnibus per le autorizzazioni”. Roma e Berlino definiscono “numerose iniziative della Commissione” come “iniziative zombie”, non più in linea con gli obiettivi politici dell’Ue, che “devono essere eliminate”. Sotto lo slogan “Less is more”, i due paesi invitano “la Commissione a impegnarsi a fare regolarmente pulizia e ad abrogare le leggi che sembrano obsolete”.
Tutti temi rilanciati dall’incontro di Roma, dove Meloni e Merz si sono presentati davanti ai giornalisti sfoggiando effettivamente un notevole feeling. “In Europa ci sono lacune sulla competitività, per troppo tempo ci siamo accontentati di non crescere, di tassi di crescita troppo bassi”, ha detto Merz invitando a recuperare i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta (entrambi invitati al retreat di Alden Biesen) che “non devono rimanere nei cassetti della Commissione “. Per quanto riguarda l’automotive, il cancelliere ha invitato a superare le rigidità del Green Deal: “E’ un pilastro centrale sia in Germania che in Italia, vogliamo trovare le migliori soluzioni per mantenere la competitività anche in questo spirito”.
L’Europa scelga “se intende essere protagonista del proprio destino o subirlo”: questo “richiede lucidità, responsabilità, coraggio”, ha detto Meloni, secondo cui bisogna “scegliere” se “perseverare in scelte illogiche e autolesionistiche per i nostri sistemi produttivi e condannare quindi il continente al declino industriale, alla desertificazione economica, alla irrilevanza strategica”, o invece “assumerci la responsabilità del ruolo che abbiamo e farci promotori di un cambio di passo radicale, delle regole e delle procedure europee che mai come oggi dimostrano i loro limiti e contraddizioni”.
Sull’auto, ha continuato la premier, “credo che si possa fare un lavoro abbastanza simile a quello che abbiamo fatto sulla migrazione, cioè aprire questo dibattito anche informalmente con altri Stati membri, in vista di queste importanti riunioni del Consiglio europeo, cercare piano piano di costruire un consenso che ci consenta di affermare questi principi. Siamo in un’epoca storica nella quale tutti si rendono conto che c’è bisogno di buon senso e che non possiamo più permetterci il lusso degli approcci ideologici e irragionevoli perché rischiamo di pagare un prezzo troppo alto per questo”.
Dunque c’è davvero un “asse” Roma-Berlino? Su questo Meloni si è detta convinta che Italia e Germania debbano “assumersi la responsabilità per cambiare quello che non ha funzionato e tracciare” strade “nuove, concrete pragmatiche e di buon senso”. Poi, ha aggiunto, “qualche osservatore diceva che il 2026 sarà l’anno di Italia e Germania: non so dire se questa previsione corrisponde alla realtà, quello che posso dire è che intendiamo mettercela tutta e che intendiamo assolutamente fare la nostra parte per consolidare un’amicizia che è strategica non solo per le nostre nazioni, ma per l’Europa intera”. Per il cancelliere “c’è una naturale sintonia nella valutazione delle sfide dinanzi a noi, nei nostri Paesi, nelle nostre democrazie, ma anche nell’Unione Europea”. Però nei rapporti con i partner “non c’è una gerarchia per noi: per la Germania ogni paese è un paese che noi rispettiamo e con cui stabiliamo dei rapporti di partenariato, che sia la Francia o che sia l’Italia”.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli
