Il Board of peace come diagramma del trumpismo. E Meloni (forse) deve scegliere
Roma, 24 gen. (askanews) – Le risposte agli inviti a partecipare al “board of peace” per Gaza sembrano il diagramma a dispersione del trumpismo. Lo scatter plot è quella rappresentazione grafica in cui una nuvola di punti mostra la correlazione tra variabili. In questo caso, vedendo dove si posizionano i puntini dei Paesi, si ha un’idea di come il mondo si sta schierando rispetto alla concezione del tycoon del superamento del tradizionale assetto multipolare e delle organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite.
“Un giorno emozionante, tutti vogliono farne parte”, ha detto il presidente americano nella “cerimonia” organizzata a Davos per il lancio del board, una “passerella” per lo stesso Trump in cui si è visto chi sono i fedelissimi. Al momento hanno firmato i leader di 19 Paesi, tra cui l’argentino turbo-liberista Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orban, unico europeo. Tra i paesi firmatari ci sono anche Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bielorussia, Egitto, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Vietnam. Non tutti modelli di democrazia compiuta, diciamo. A proposito, sono state invitate anche, ma al momento non hanno dato una risposta, la Russia di Vladimir Putin, la Cina di Xi Jinping e l’India di Narendra Modi.
Il tema è stato discusso anche nel corso del Consiglio europeo informale del 22, in cui la gran parte dei leader ha espresso riserve se non netta contrarietà. “Nutriamo seri dubbi – ha detto al termine Antonio Costa – su diversi elementi dello statuto del Board of Peace relativi al suo ambito di applicazione, alla sua governance e alla sua compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite”. Comunque, ha voluto assicurare, “siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti per l’attuazione del Piano di Pace globale per Gaza, con un Board of Peace che svolga la sua missione di amministrazione transitoria, in conformità con la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
Tra i leader, Pedro Sanchez ha colto l’occasione del summit di Bruxelles per annunciare il no della Spagna per “coerenza” alla linea portata avanti sulla questione palestinese” e al “nostro impegno nei confronti dell’ordine multilaterale, del sistema delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”. Per Sanchez “il futuro di Gaza e della Cisgiordania, il futuro della Palestina nel suo complesso deve essere deciso dai palestinesi”. Il board è “costituzionalmente inaccettabile” per il tedesco Friedrich Merz, così come per il francese Emmanuel Macron, secondo cui l’organismo “va oltre il quadro di Gaza e solleva seri interrogativi, in particolare per quanto riguarda i principi e la struttura delle Nazioni Unite, che non possono essere messi in discussione”. Parole a cui Trump aveva risposto che il presidente francese “nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così”. Aveva poi minacciato di applicare “dazi del 200% sui suoi vini e champagne, e lui si unirà”.
Niente minacce ma direttamente il ritiro dell’invito per il canadese Mark Carney. Una probabile ritorsione per il discorso che ha tenuto a Davos: il primo ministro liberale è stato molto duro nei confronti dello scomodo vicino, denunciando, tra l’altro, “la rottura dell’ordine mondiale” e “l’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo”.
E Giorgia Meloni? Si è cacciata in una situazione difficilissima. Fin dal primo momento non solo ha mostrato entusiasmo per l’iniziativa di Trump ma si era data attivamente da fare per accertarsi di farne parte. Tanto che, lo scorso 18 gennaio a Seul, appena ricevuto l’invito, aveva commentato: “Siamo contenti e faremo del nostro meglio per dare il nostro contributo, che pensiamo possa fare la differenza”. Poi però, al momento del dunque, che cosa è successo? Qualcuno, probabilmente dal Quirinale (che conferma i contatti ma assicura “massima consonanza”), ha visto le bozze dello statuto del board, che viene definito come “un’organizzazione internazionale che si propone di promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, senza citare esplicitamente Gaza. Un testo, è stato fatto notare alla premier, che non è compatibile con l’articolo 11 della Costituzione italiana, in particolare nel punto in cui recita che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Panico dunque, con varie idee tra cui “vado alla cerimonia ma non firmo”.
Alla fine la decisione è stata quella di stare alla larga da una foto di famiglia che in futuro potrebbe causare problemi, con il tentativo di organizzare un bilaterale “riparatore” con Trump a margine del forum di Davos. Tentativo fallito: il massimo che i diplomatici italiani hanno spuntato è stata una telefonata, in cui Meloni ha spiegato le ragioni del no, almeno per il momento, al board. Per Trump, comunque, sia l’Italia che la Polonia alla fine entreranno: “Hanno detto che vogliono unirsi ma che prima devono espletare le formalità necessarie”. Anche se la Costituzione, certo, non è una formalità, come ha subito rilevato la segretaria del Pd Elly Schlein: “Donald Trump ha affermato che Meloni vuole ‘disperatamente’ entrare nel suo Board of Peace ma deve prima passare dal Parlamento. La mia domanda per Giorgia Meloni è semplice: lo può smentire o ha promesso a Trump di cambiare l’art.11 della Costituzione?”
La premier ha detto di aver chiesto al tycoon di “riaprire la configurazione” del board. Per il momento però il suo puntino, nel diagramma, non sa dove andare: forse per la prima volta (a parte la reazione negativa alla minaccia poi rientrata dei nuovi dazi Usa contro i paesi europei nella crisi sulla Groenlandia) la premier non potrà mantenersi in equilibrio tra le due sponde dell’Atlantico e dovrà fare una scelta. Intanto, però, per non sbagliare, spera che “un giorno potremo dare il premio Nobel a Trump”.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli
