Giorno della Memoria: la storia dell’alpino Giulio, 1000 km in bicicletta per la libertà, da Dachau ad Aosta
Il Consiglio regionale pubblica il video che racconta una storia di deportazione e di libertà, racccontando - attraverso la voce della nipote - la vicenda del sergente maggiore Giulio Giunta
Giorno della Memoria: la storia dell’alpino Giulio, 1000 km in bicicletta per la libertà, da Dachau ad Aosta.
Una bicicletta, quasi mille km da Dachau ad Aosta, la libertà.
Il sergente maggiore Giulio Giunta (frame dal video)
È la vicenda di Giulio Giunta, alpino valdostano deportato nei campi di prigionia tedeschi negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale perchè aveva rifiutato di arruolarsi nelle forze armate della Repubblica Sociale italiana.
Nel Giorno della Memoria, oggi, martedì 27 gennaio, il Consiglio regionale ha pubblicato sui suoi canali social un video che racconta la vicenda di Giulio, affidando il racconto alla voce della nipote Arianna Riccio, insegnante di Aosta, che ha scelto di tramandare questa memoria, «perchè il ricordo non resti immobile nel passato ma continui a muoversi, di generazione in generazione».
Qui il video.
La bicicletta ritrovata a Dachau nel 1945
La storia prende avvio da una bicicletta: trovata nel 1945 nei pressi del campo di Dachau, uno dei luoghi simbolo dell’orrore nazista, fu il mezzo con cui Giulio Giunta riuscì a tornare a casa dopo la fuga dal campo, percorrendo quasi mille chilometri fino ad Aosta.
Un viaggio estremo, compiuto in condizioni fisiche drammatiche, che divenne il segno concreto del ritorno alla libertà.
Quella bicicletta è rimasta con lui per tutta la vita ed è oggi testimone di quella vicenda.
Il commento del presidente del Consiglio Stefano Aggravi
«Abbiamo voluto ricordare il Giorno della Memoria attraverso una storia perché dietro i grandi eventi della Storia ci sono vite, scelte, sofferenze e gesti di dignità» commenta il presidente del Consiglio Stefano Aggravi.
Accanto alla tragedia della Shoah, è doveroso ricordare anche gli italiani deportati per motivi politici e i militari internati dopo l’8 settembre, che pagarono con la prigionia il rifiuto di collaborare con il nazifascismo.
La memoria non è un rito formale: il suo senso oggi sta anche nella condivisione di storie vissute, capaci di rendere vicino ciò che rischia di apparire lontano e di trasmettere alle nuove generazioni il valore della libertà e della responsabilità».
(re.aostanews.it)
