Ue bless Trump, quello che di buono (senza volerlo) ha portato all’Europa
AskaNews
di admin Administrator  
il 31/01/2026

Ue bless Trump, quello che di buono (senza volerlo) ha portato all’Europa

Roma, 31 gen. (askanews) – “Ue bless Donald Trump”, l’Europa benedica il presidente degli Stati Uniti. Prendiamo a prestito, e parafrasiamo, il motto “God bless America” per riflettere sugli impatti positivi (quelli negativi sono sotto gli occhi di tutti) del secondo mandato del tycoon sull’Unione. Sicuramente Trump ha prodotto uno shock a livello mondiale, probabilmente superiore alle attese, e ha dato uno scossone all’Europa, che è stata costretta a fare qualcosa. Del resto, come diceva Jean Monnet, l’Europa è “forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni a tali crisi”.

Dunque innanzitutto c’è stato un passo avanti in quella che si potrebbe chiamare “Costituzione materiale”: se da un punto di vista formale il superamento del voto all’unanimità nelle politiche in cui è rimasto – soprattutto esteri e fiscalità – è ben al di là da venire (la discussione è appena iniziata e senza molta convinzione), il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha trovato e attuato una modalità che ha consentito più di una volta di procedere a maggioranza, senza l’Ungheria e a volte senza la Slovacchia nei vertici dei capi di Stato e di governo, dove l’unanimità è la regola.

A proposito di Ungheria e Slovacchia, Viktor Orban – da sempre il maggiore fan di Trump nel Vecchio Continente, oltre che molto vicino alle posizioni e alle istanze di Vladimir Putin – ha relegato il suo Paese ai margini dell’Ue, anche dal punto di vista dei diritti civili. Adesso però il vento sembra che stia per cambiare: il 12 aprile ci sono le elezioni e il suo sfidante Peter Magyar, europarlamentare del Ppe, è avanti nei sondaggi. Forse anche per questo Giorgia Meloni si è pentita amaramente di aver prestato il suo volto per uno spot elettorale di Orban. E che dire di Robert Fico, premier slovacco spalla di Orban, che secondo quanto riportato da Politico si sarebbe detto “scioccato” per lo “stato psicologico” di Trump dopo averlo incontrato a Mar-a-Lago? Lui ha smentito, ma la considerazione sarebbe stata fatta davanti agli altri leader a margine del Consiglio europeo straordinario del 22 gennaio.

Anche in Italia, forse, Giorgia Meloni ha capito che il trumpismo rischia di farle politicamente molto male. Le offese ai militari in Afghanistan (53 morti e 700 feriti tra le truppe tricolori), le immagini di Minneapolis, gli agenti ICE alle Olimpiadi di Milano-Cortina, hanno fatto capire a Palazzo Chigi che il presidente Usa ha superato delle linee rosse e che la sempre rivendicata “special relation” rischia di trasformarsi in un abbraccio mortale. Sicuramente è stato letto attentamente l’editoriale scritto da Mario Monti, senatore a vita, ex commissario europeo ed ex presidente del Consiglio, e pubblicato sul “Corriere della Sera”, giornale che certo non ha avuto una linea critica nei confronti della premier. Per Monti “è difficile ormai vedere una convenienza politica nella fedeltà a oltranza” di Meloni a Trump e allora “la particolare vicinanza che persiste deve essere legata essenzialmente all’affinità ideologica e di visione politica”. Ma, conclude Monti, “se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria”. Certo è difficile fare un dietrofront repentino rispetto alla linea seguita sin qui. Dunque la protesta sull’Afghanistan c’è stata, sull’ICE il governo ha balbettato. Vedremo i prossimi passi.

Da un punto di vista economico i dazi, imposti o minacciati, hanno dato una spinta alla firma di accordi fermi da troppo tempo. Il patto con i Paesi Mercosur è stato quindi firmato 25 anni dopo l’inizio delle trattative, questa settimana è arrivato anche l’accordo con l’India. Due mercati enormi, il secondo ancora più del primo, e con grandi potenzialità. Altro segnale economico importante è il nuovo formato “Big 6” promosso da Germania e Francia: il 28 gennaio si sono riuniti per la prima volta in videoconferenza i ministri delle economie più grandi, oltre a Berlino e Parigi, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Spagna. “Alla luce delle incertezze globali puntiamo con maggiore forza sulla sovranità europea”, ha detto il ministro delle finanze tedesco Lars Klingbeil. “Diamo impulsi, altri possono unirsi. Come sei grandi economie in Europa vogliamo ora essere gli attori trainanti”, ha aggiunto il collega francese Roland Lescure.

A proposito di Europa a due velocità, un’altra aggregazione si è formata nella difesa, con la Coalizione dei Volenterosi, che è stata un traino importante per fare poi passi avanti nella politica di riarmo dei Paesi europei. Cosa che – molto probabilmente – non sarebbe mai avvenuta senza lo “stimolo” dato da Trump, con le sue posizioni imprevedibili sulla guerra in Ucraina e spesso più vicine alla Russia che a Kiev e all’Ue. E a proposito di Volenterosi, c’è da dire che le politiche della Casa Bianca hanno spinto la Gran Bretagna a riavvicinarsi al Continente. Una bella notizia per chi ancora non ha digerito la Brexit e per i molti – stando ai sondaggi – che ne hanno finalmente compreso l’impatto negativo. Vediamo come sarà il futuro, come andranno le elezioni Usa di Midterm, se i fatti di Minneapolis hanno davvero scosso il Paese. Ma senza voler essere troppo ottimisti si può dire che non tutto Trump viene per nuocere.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

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