CBAM, la tassa europea sul carbonio entra nel vivo
Roma, 6 feb. – C’è una data da segnare in rosso per migliaia di imprese italiane che acquistano materiali da Paesi extra-europei: il 31 marzo 2026 è la scadenza per presentare la domanda di autorizzazione come dichiarante CBAM, senza la quale non sarà più possibile importare legalmente prodotti ad alto impatto ambientale come ferro e acciaio. È il primo vero test operativo del Carbon Border Adjustment Mechanism, la nuova tassa europea sul carbonio incorporato nelle merci extra-UE, diventata pienamente operativa dal 1° gennaio 2026.
Il meccanismo nasce per evitare che produzioni ad alta intensità emissiva eludano le regole ambientali europee spostando semplicemente la fabbrica oltreconfine. In pratica, chi importa beni da Paesi dove non si applica un prezzo al carbonio è oggi tenuto ad acquistare certificati CBAM in proporzione alla COâ‚‚ incorporata nei prodotti acquistati. Si tratta di una misura strutturale prevista dal Green Deal europeo, destinata a incidere in modo profondo sulle strategie di approvvigionamento e sulle filiere industriali.
A essere maggiormente coinvolti sono ferro e acciaio, che secondo i dati della Commissione Europea relativi alla prima fase di reporting, rappresentano da soli il 98% dei volumi complessivamente interessati dal CBAM, rendendo il settore siderurgico il principale ambito di applicazione del nuovo meccanismo. È per questo che l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni extra-UE, risulta il Paese più esposto d’Europa all’impatto economico della misura. Lo conferma l’analisi di iSustainability, società di consulenza italiana specializzata nell’analisi dell’impatto ambientale e regolatorio per le imprese, che incrocia i dati Eurostat con le prime comunicazioni ufficiali della Commissione Europea: nel 2024 l’Italia ha importato 6,23 milioni di tonnellate di prodotti piani in acciaio, pari al 28,7% del totale UE, collocandosi al primo posto tra gli Stati membri per volumi importati da Paesi terzi. Secondo le stime di iSustainability, basate sui dati di import e sulle prime domande di autorizzazione pervenute in Europa, il meccanismo coinvolgerà diverse migliaia di imprese italiane, almeno 3000. Un dato destinato ad aumentare in proporzione alle nuove richieste che emergeranno nelle prossime settimane.
Recentemente Assofond, l’associazione che rappresenta le fonderie italiane, ha contestato la norma e denunciato una situazione di forte tensione nel settore, dichiarando che molte aziende sono a un passo dal blocco produttivo. L’introduzione del CBAM, sommata all’aumento dei costi energetici e all’incertezza sulle modalità applicative, rischia di colpire un comparto già fragile, sostengono, aggravando ulteriormente la pressione economica sulla manifattura.
Ma molti costi si possono evitare. Il CBAM non è una tassa fissa, ma un meccanismo progressivo, pensato per entrare pienamente a regime nel tempo. Nel 2026 il costo si applica solo al 2,5% del prezzo pieno, ma la quota crescerà negli anni successivi fino a raggiungere il 100% nel 2034, rendendo sempre più rilevante l’impatto economico per le imprese importatrici.
Secondo le simulazioni di iSustainability, un’azienda che importa 1.000 tonnellate di acciaio all’anno può arrivare a sostenere, a regime, fino a 208.000 euro annui per i certificati CBAM se utilizza i valori standard previsti dalla normativa europea. Raccogliendo e utilizzando dati reali sulle emissioni, lo stesso costo scende a circa 160.000 euro, con un risparmio di 48.000 euro ogni anno, a parità di volumi importati. Su importazioni di dimensioni maggiori, questo differenziale cresce rapidamente, traducendosi in centinaia di migliaia di euro di extracosti evitabili per le imprese medio-grandi.
A questi si aggiunge un ulteriore livello di rischio legato alla non conformità: il regolamento CBAM prevede infatti sanzioni da 10 a 500 euro per tonnellata di COâ‚‚, in base alla gravità della violazione: dalla dichiarazione incompleta fino all’importazione senza autorizzazione. Secondo le stime richiamate nel documento di iSustainability, per i grandi gruppi industriali l’esposizione complessiva – tra extracosti e sanzioni – può arrivare nell’ordine del milione di euro. È per questo che, sottolinea iSustainability, il tema non è solo quanto si paga, ma come si gestisce il meccanismo, per esempio attivando processi strutturati di raccolta e gestione dei dati lungo la filiera con i fornitori extra-UE.
“Non basta solo essere in regola”, dichiara Riccardo Giovannini, CEO di iSustainability. “L’unico modo per evitare che il CBAM diventi un fattore di perdita di competitività è governare il meccanismo in modo proattivo, trasformando l’obbligo normativo in una leva di gestione. La vera discriminante non sarà tra chi paga e chi non paga, ma tra chi è in grado di documentare, pianificare e ottimizzare, e chi invece subirà il sistema”.
È in questo contesto che iSustainability individua sei passaggi chiave per le imprese: dall’identificazione corretta delle merci soggette a CBAM alla verifica dei volumi importati, dalla registrazione entro la scadenza del 31 marzo all’avvio del dialogo con i fornitori per la raccolta dei dati emissivi, fino alla pianificazione dell’acquisto dei certificati e alla predisposizione di un sistema di reporting annuale. Un percorso che, se avviato nel 2026, può fare la differenza nei prossimi anni.
