Governo cambia quesito referendum ma non la data. Ok dal Colle: ma rispetto per Cassazione
Roma, 7 feb. (askanews) – Il lungo testo dell’ordinanza era stato condiviso già ieri sera nella chat con i ministri. Ma la convocazione del Cdm in un sabato mattina arriva inaspettata anche per i responsabili dei vari dicasteri. Il governo sceglie di affrontare subito il problema aperto ieri dalla decisione dell’Ufficio centrale della Corte di Cassazione di accogliere il nuovo quesito per la riforma del referendum sulla Giustizia nella versione proposta da quindici giuristi promotori della raccolta delle firme di 500mila cittadini.
A palazzo Chigi, in una riunione che dura mezz’ora, ci sono in presenza Giorgia Meloni, il sottosegretario Alfredo Mantovano, i ministri Antonio Tajani, Francesco Lollobrigida, Andrea Abodi, Eugenia Roccella. In cinque si collegano dalla Prefettura di Milano (Piantedosi, Nordio, Santanché, Giuli e Casellati), ai quali si aggiungono, sempre da remoto, Tommaso Foti (da Piacenza), Luca Ciriani (da Pordenone), Adolfo Urso (da Bolzano).
Ed è la presidente del Consiglio a prendere subito la parola per spiegare in che modo si intende procedere: ossia con una precisazione del quesito, come indicato dalla stessa ordinanza, senza però toccare la data della consultazione che resta, come già previsto, fissata per il 22 e 23 marzo. “Riteniamo non ci siano ragioni per uno slittamento, se ci dovessero essere ricorsi vedremo”, avrebbe tagliato corto Meloni. Dopo è Mantovano a entrare nel merito dell’ordinanza: spiega di essersi confrontato con gli uffici e che, appunto, è sufficiente correggere il testo del quesito, integrandolo con la specifica degli articoli della Costituzione interessati dalla riforma.
La presidente del Consiglio sente anche telefonicamente il capo dello Stato, che poche ore dopo firma il dpr, mentre dal Quirinale si fa sapere che il presidente Sergio Mattarella ha considerato la strada scelta dal governo come “ineccepibile”, la “più corretta” giuridicamente. E, tuttavia, dal Colle arriva anche un invito a tutti a “rispettare la Cassazione e le sue decisioni”.
Anche nel corso della stessa riunione dell’Esecutivo, riferiscono più fonti, sono vari gli interventi dei ministri, spesso indignati, che puntano l’attenzione proprio sulle motivazioni dell’ordinanza, con più di un accenno alla presenza in quell’ufficio da una parte di una ex parlamentare del Pd, Donatella Ferranti, e dall’altra di Alfredo Guardiano, schierato per il No alla riforma. In molti resta la convinzione che dietro ci sia un intento dilatorio, che l’obiettivo fosse quello di fare slittare la consultazione fino a metà aprile per dare più tempo ai contrari di raffozzarsi.
Sono però molti gli esponenti del centrodestra che sostengono in chiaro ciò che i ministri si sono detti nel chiuso della stanza del Consiglio. A far deflagrare la polemica politica è però soprattutto il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, che fa esplicito riferimento a entrambi i componenti e sostiene che “basta dare uno sguardo ai giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso la riformulazione del quesito” per “rendersi conto che non si può più attendere per ridare terzietà alla magistratura” votando, per l’appunto, sì al referendum. A puntare il dito, anche i penalisti che, con il presidente del comitato per il sì Francesco Petrelli, definiscono “un fatto grave e preoccupante che nell’elenco dei giudici che hanno assunto questa decisione compaiano magistrati che partecipano attivamente alle manifestazioni per il No o che hanno una storia pubblica chiaramente riconducibile a quelle posizioni”. A difendere il lavoro dei giudici è però il primo presidente della Cassazione, Pasquale D’Ascola, che interviene per puntualizzare che “le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici” ma “non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale”.
Per la responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, certe affermazioni contro i magistrati vanno classificati nella categoria “prepotenze istituzionali” mentre per il suo collega di partito, Federico Fornaro vanno considerate alla stregua di “liste di proscrizione”. Con i giudici della Cassazione si schiera anche l’Anm. Certe dichiarazioni, dicono, “sono inaccettabili perché lesive della immagine e del ruolo della Corte” e “indignano quanti hanno a cuore le istituzioni democratiche del Paese, presidio di convivenza civile e di tutela dei diritti di tutti”.

