Servizi digitali, gli Usa e i techno-oligarchi abbaiano, Ue va dritta per la sua strada
Roma, 7 feb. (askanews) – La tensione tra l’Europa e gli Stati Uniti è arrivata a livelli mai visti prima: dopo la vicenda della Groenlandia, finita con la marcia indietro di Donald Trump, per ora, grazie alla reazione dei mercati (con la caduta dei titoli in borsa), alla risposta dura e unitaria dell’Ue, e alla mediazione del segretario generale della Nato, Mark Rutte, ora lo scontro investe i servizi digitali e la regolamentazione dell’Unione in questo campo, che negli Stati Uniti è vista come un meccanismo di ‘censura’ e discriminazione per le società digitali americane operanti nel mercato unico.
I tre fronti dello scontro Ue-Usa sui servizi digitali
Nella prima settimana di febbraio lo scontro si è articolato su tre diverse questioni: innanzitutto la pubblicazione, il 3 febbraio, del rapporto intitolato ‘La minaccia di censura straniera, Parte II: la campagna decennale dell’Europa per censurare l’Internet globale e il modo in cui danneggia la libertà di parola americana negli Stati Uniti’, da parte della commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti Usa (a maggioranza repubblicana), che accusa la Commissione europea di utilizzare i regolamenti Ue, e in particolare il ‘Digital Services Act’ (Dsa), per imporre una censura alle piattaforme online a livello mondiale, e quindi con effetti anche sugli americani, e per intervenire nelle elezioni politiche nazionali per influenzarne l’esito. Il riferimento in particolare è alle elezioni annullate nel 2024 in Romania, e all’inchiesta Ue sulla presunta interferenza russa via TikTok, in quell’occasione.
In secondo luogo, l’annuncio da parte del capo del governo di Madrid, Pedro Sánchez, di un divieto di accesso ad alcune piattaforme online di social media che verrà imposto ai minori di 16 anni in Spagna. Un’iniziativa che segue un analogo progetto di legge recente del governo francese, in cui però è prevista una soglia di età più bassa, 15 anni. Proposte simili sono allo studio anche in Austria, Danimarca e Grecia, mentre, fuori dall’Ue, l’Australia ha già adottato una misura in questo senso. Un dibattito sul tema si sta aprendo anche in Italia. L’annuncio spagnolo (Sánchez lo ha dato al World Governments Summit di Dubai, affermando che ‘i social media sono diventati uno stato fallito, dove le leggi vengono ignorate e i crimini sono tollerati’) ha provocato le ire del più importante ‘tecno-oligarca’ dell’economia digitale, Elon Musk, che ha insultato il premier definendolo ‘sporco’, ‘tiranno e traditore del popolo di Spagna’, nonché ‘fascista totalitario’. E’ intervenuto anche il fondatore di Telegram, Pável Dúrov, che con un messaggio massivo si è rivolto ai cittadini spagnoli avvertendoli di ‘restare vigili’ contro ‘le nuove regole pericolose che minacciano la vostra libertà su Internet’. La risposta di Sánchez, come vedremo, è stata memorabile.
In ultimo, proprio alla fine della settimana, venerdì 6 febbraio, la Commissione ha pubblicato le sue conclusioni preliminari nell’indagine sulla piattaforma di TikTok, secondo cui il social sembra aver violato le regole del Dsa, consentendo modalità d’uso da parte degli utenti che ‘creano dipendenze, tramite sistemi come lo scrolling senza fine’ dei video, ‘l’autoplay, le notifiche ‘push’ e il sistema di raccomandazioni personalizzate’. Secondo la Commissione, ‘TikTok non ha adeguatamente valutato’, nel design della propria piattaforma, ‘come queste caratteristiche che creano dipendenza possano danneggiare il benessere fisico e mentale dei suoi utenti, in particolare i minori e gli adulti vulnerabili’. Inoltre, non funzionano come dovrebbero i sistemi di controllo parentale per i minori.
Le risposte della Commissione europea
Vediamo ora le risposte che ha dato la Commissione europea su tutti e tre i punti. Riguardo al rapporto della Camera Usa sulla ‘minaccia straniera di censura’ proveniente dalla regolamentazione dell’Ue, il portavoce per l’economia digitale dell’Esecutivo comunitario, Thomas Regnier, ha reagito in modo immediato e durissimo subito dopo la sua pubblicazione: ‘Pura assurdità. Completamente infondato. E lo sappiamo tutti. La libertà di espressione è un diritto fondamentale in Europa. Guardate gli indici pubblici online sulla libertà di espressione. Tutti i paesi in cima a quella lista provengono da una sola parte del mondo: l’Europa. E il Digital Services Act protegge questo diritto dalle grandi aziende tecnologiche’.
Il portavoce ha ricordato poi ‘un dato di fatto: nella prima metà del 2025, Meta ha preso 24,5 milioni di decisioni di moderazione di contenuti nell’Ue. Di queste, quasi il 30% è stato annullato. E questo è stato possibile solo grazie al Dsa. Questa non è censura, è il contrario! Sul presunto silenziamento delle voci politiche – ha aggiunto -, di nuovo, è una pura assurdità. Le piattaforme online possono influenzare le elezioni per mezzo degli algoritmi, lo sappiamo tutti. Ma non in Europa, perché noi sosteniamo elezioni libere ed eque. Ecco un altro dato di fatto: abbiamo dovuto aprire un’indagine contro Meta per un potenziale ‘shadow-banning’ (messa in ombra online, ndr) di contenuti politici in Europa. Anche in questo caso, il Dsa tutela la libertà di parola’.
‘Chiariamo le cose come stanno: noi sosteniamo i valori europei e i diritti fondamentali. Sosteniamo regole giuste e un’applicazione obiettiva. Sosteniamo lo stato di diritto e la trasparenza. Questa è l’Europa. E come sempre, manterremo la calma e la concentrazione. Perché questa è la forza dell’Europa. Ed è ciò che rende l’Europa il partner più affidabile al mondo’, ha concluso Regnier.
Il giorno dopo, 4 febbraio, rispondendo ai giornalisti durante il briefing quotidiano per la stampa, il portavoce è tornato sul tema: ‘Io sono qui ogni giorno su questo podio a difendere il Dsa. Ora, se invertiamo leggermente la narrazione per assumere una posizione meno difensiva, chiedo: chi può rappresentare un rischio per le nostre elezioni? Le piattaforme online. Chi può rappresentare un rischio online per i nostri figli? Le piattaforme. Chi può amplificare contenuti illegali, i contenuti dannosi? Di nuovo, sono le piattaforme online. E potrei continuare all’infinito. Lo sappiamo tutti. Le piattaforme online – ha continuato il portavoce rivolto ai giornalisti – noi vogliamo usarle, ma possono chiaramente rappresentare un rischio per i nostri cittadini e per le nostre società. Questo è esattamente il motivo per cui l’Europa ha una legislazione in vigore, ed è esattamente il motivo per cui abbiamo in particolare il Dsa. Qual è lo scopo? Far riassumere la responsabilità a coloro a cui compete. A chi compete? Di nuovo, alle piattaforme online. Quindi la palla è nel loro campo. E indovinate un po’, a proposito: a loro questo non piace. Perché non gli piace? Semplicemente perché per molti anni, se non decenni, sono state al di sopra della legge, comportandosi come se fossero troppo grandi per preoccuparsene. Ma in Europa, grazie al Dsa, il Far West è finito. Abbiamo una legislazione in vigore. E bisogna rispettarla perché così proteggiamo i nostri cittadini e le nostre democrazie’.
Per quanto riguarda l’accusa specifica, a cui allude il rapporto della Camera Usa, delle interferenze nelle elezioni, Regnier ha puntualizzato: ‘La Commissione non interferisce mai, mai nelle elezioni nazionali. Questa è competenza dei nostri Stati membri, e questa è una scelta dei nostri cittadini a livello nazionale. Ciò che il Dsa consente è, quando gli Stati membri lo richiedono, come è successo, di organizzare delle tavole rotonde’ con le piattaforme dei social media. ‘Questo è stato il caso anche in Romania con TikTok. Qual è lo scopo di queste tavole rotonde? Proprio quello di sedersi attorno al tavolo con le piattaforme e dire loro: ragazzi, mettete ordine in casa vostra. Qui si stanno svolgendo le elezioni. Non è possibile che, con i vostri algoritmi, si amplifichino i contenuti politici di un partito politico e, allo stesso tempo, si esegua uno ‘shadow ban’ che riduce la visibilità di tutti gli altri; perché, se lo si fa, si interferisce nelle elezioni. Quindi, non è la Commissione a interferire potenzialmente nelle elezioni. Sono, ancora una volta, le piattaforme’, ha ribadito il portavoce, riferendo poi che su questo caso specifico in Romania ‘l’indagine è in corso e TikTok è estremamente collaborativa’, a dimostrazione del fatto che ‘quando si desidera interagire con la Commissione, siamo molto lieti di farlo’.
Sul secondo fronte aperto, quello del possibile divieto delle piattaforme online per i minori, la Commissione sostiene le diverse iniziative nazionali e non le vede come un problema per il mercato unico (per il fatto che il divieto potrebbe essere applicato in alcuni Stati membri e non in altri, e con limiti di età diversi), e sta testando una soluzione tecnica: una app specifica che permetterebbe di ‘personalizzare’ l’accesso alle piattaforme sulla base della nazionalità e dell’età. Proposta a giugno, questa app è stata testata finora in Italia, Francia, Spagna, Grecia e Danimarca.
Tuttavia, se oltre al divieto per i minori gli Stati membri (come ha ipotizzato la Spagna) volessero introdurre anche degli obblighi aggiuntivi per le piattaforme rispetto a quanto previsto dal Dsa (come ad esempio definire a livello nazionale nuovi reati online), questo sì, sarebbe un problema, sarebbe ‘chiaramente un no-go’ ha precisato sempre Regnier. Questo campo, ha spiegato, ‘è regolamentato dal Dsa con il suo effetto armonizzante per proteggere 450 milioni di cittadini. Non vogliamo proteggere solo i bambini in Spagna, vogliamo proteggere tutti in Europa con il Dsa. Quindi sì, non c’è bisogno di sostituirsi al Dsa’.
Sul terzo punto, il design della piattaforma di TikTok che induce dipendenza negli utenti, e comporta gravi rischi per i minori e per gli adulti vulnerabili, la Commissione ha presentato delle statistiche impressionanti sul numero di ore passate davanti allo schermo dai bambini, anche dopo la mezzanotte e durante le ore di lezione a scuola. Dati che ha riassunti con efficacia sempre lui, Thomas Regnier, durante il briefing quotidiano della Commissione per la stampa di venerdì 6 febbraio: ‘TikTok – ha spiegato il portavoce – raggiunge 170 milioni di utenti nell’Unione Europea. La maggior parte di questi sono bambini. TikTok è di gran lunga la piattaforma più utilizzata dopo mezzanotte dai bambini tra i 13 e i 18 anni. Il 7% dei bambini tra i 12 e i 15 anni trascorre tra le 4 e le 5 ore al giorno su TikTok. Queste statistiche – ha sottolineato – sono estremamente allarmanti. Perché sta succedendo tutto questo? Perché TikTok offre lo scrolling senza fine’ dei video, ‘l’autoplay, le notifiche ‘push’ e sistemi di raccomandazione altamente personalizzati. Queste funzionalità portano all’uso compulsivo dell’app, soprattutto per i nostri figli, e questo rappresenta un rischio significativo per la loro salute mentale e per il loro benessere. Le misure adottate da TikTok – ha rilevato Regnier – sono semplicemente insufficienti. La gestione del tempo trascorso davanti allo schermo e il controllo parentale non funzionano correttamente su TikTok. TikTok non ha valutato adeguatamente in che modo le sue funzionalità che creano dipendenza possano danneggiare gli utenti e non ha attuato misure efficaci per mitigare tali rischi. TikTok – ha precisato il portavoce – ha ora il diritto di difendersi’. E ha avvertito: ‘Se non lo farà correttamente, la Commissione potrebbe decidere di emettere una decisione di non conformità che comporterà una multa pari al 6% del fatturato annuo globale dell’azienda’. A questo proposito, tra i rimedi che TikTok potrebbe proporre, hanno suggerito fonti della Commissione, ci sarebbe la possibilità di ‘spegnere’ la piattaforma durante le ore notturne, e poi un meccanismo che bloccherebbe lo schermo dopo un certo numero di ore di ‘scrolling’.
Mentre continuano le indagini della Commissione nell’ambito del Dsa sulle altre piattaforme online più importanti come Meta (con Facebook e Instagram), Google, X, e presto anche Snapchat, queste conclusioni preliminari su TikTok segnano un precedente fondamentale, definendo per la prima volta al mondo, nei dettagli, gli standard che vanno rispettati nel design delle piattaforme dei social media per evitare la dipendenza eccessiva degli utenti, con particolare attenzione ai minori.
Infine, un’ultima notazione, per quanto riguarda la risposta che Pedro Sánchez ha dato sui social media alle critiche feroci di Musk e di Dúrov. Il premier spagnolo ha scritto, semplicemente: ‘Lascia che i tecno-oligarchi abbaino, Sancho, è un segno che siamo a cavallo’. Cioè che stiamo andando sulla strada giusta, che abbiamo colpito nel segno, che questo è esattamente ciò che temono le Big Tech.
E’ una parafrasi di un detto popolare della cultura ispanica (‘Ladran, Sancho, senal que cabalgamos’) che evoca il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, con il riferimento a Sancho, cioè Sancio Panza. In realtà, Don Chisciotte non ha mai pronunciato questa frase nel romanzo di Cervantes, ma l’espressione è stata coniata e resa popolare dal poeta nicaraguense Rubén Darío alla fine del secolo XIX, in risposta ai suoi critici. E poi, nella versione cinematografica incompiuta del Don Chisciotte di Orson Welles, girata a partire dal 1957 e uscita solo nel 1992, il ‘cavaliere dalla triste figura’, dice in effetti al suo scudiero, mentre dei cani intorno a loro abbaiano: ‘Non te ne curare, perché se abbaiano vuol dire che cavalchiamo’ (‘Déjalos, que si ladran significa que cabalgamos’). Quali che siano i riferimenti culturali, comunque, Sánchez ha dato una lezione di stile e di fermezza, molto apprezzata in Spagna e in Europa, contro la rozzezza degli insulti di Musk.
Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

