Traforo del Monte Bianco: i 3 mesi di chiusura ‘costano’ al territorio 12 milioni di euro
Nel 2026 non ci saranno chiusura prolungate mentre il collegamento sarà di nuovo interrotto per 15 settimane consecutive nel 2027
Quasi tre mesi e mezzo di chiusura, 150 mila ore di lavoro e 21 milioni di euro di investimento.
È il bilancio degli interventi di risanamento della volta del Traforo del Monte Bianco, al centro del momento di confronto che si è svolto questa mattina nella sala Maria Ida Viglino di palazzo regionale.
L’incontro ha fatto il punto sulle conseguenze della chiusura dal 1° settembre al 12 dicembre 2025, coincisa con la conclusione della fase sperimentale triennale dei lavori.
Il punto della Regione
Ad aprire il confronto è stato il presidente della Regione Renzo Testolin, che ha sottolineato come l’incontro rappresenti un passaggio di analisi dopo la chiusura dal 1° settembre al 12 dicembre 2025, coincisa con la conclusione della fase sperimentale triennale dei lavori.
«Con la fine del 2025 si chiude un ciclo di tre anni di interventi programmati – ha detto-. È importante fare il punto non solo sui lavori eseguiti, ma anche sulle dinamiche che hanno interessato il territorio dal punto di vista ambientale e sotto il profilo economico».
Il presidente ha sottolineato l’importanza di un confronto basato sui dati ambientali e sulle ricadute economiche, con l’obiettivo di sensibilizzare anche gli enti decisori a livello nazionale e binazionale.
I lavori nel dettaglio
A illustrare gli interventi è stato il direttore del TMB-GEIE, l’ingegner Riccardo Rigacci.
«Quello del 2025 è stato un lavoro simile a quello del 2024 ma non uguale per via di complessità differenti -ha spiegato -. Il vincolo temporale è estremamente rigido e spiega perché una chiusura di tre mesi e mezzo non sia comprimibile».
Nel 2025 è stato completato l’intervento nel cosiddetto “garage 26” e di un ulteriore tratto di tunnel, per un totale complessivo di 250 metri. Prima della chiusura al traffico sono stati eseguiti consolidamenti della massa rocciosa con ancoraggi in vetroresina e operazioni di bonifica di aree con presenza di amianto durante le chiusure notturne.
Durante la fase di cantiere sono stati smontati gli impianti esistenti e installati nuovi sistemi di ventilazione e sicurezza, analoghi a quelli previsti per una nuova costruzione.
La demolizione, inizialmente programmata con fresa meccanica, è stata effettuata con martello demolitore a causa delle caratteristiche del rivestimento. Particolarmente delicata la gestione di una ‘sacca’ d’acqua.
«È stata la sfida maggiore, si parla di circa 300 litri al secondo – ha sottolineato Rigacci –. Era una situazione ipotizzata in fase progettuale e per affrontarla con attenzione abbiamo impiegato personale specializzato. Parte dell’acqua è utilizzata per il sistema antincendio del Tunnel e parte per il sistema di raffreddamento dei locali tecnici interni».
Il nuovo rivestimento è stato poi realizzato e per farlo sono stati impiegati 120 tonnellate di acciaio e 750 metri cubi di cemento, con una vita utile della parte ristrutturata stimata di 100 anni.
Chiusure 2026 e prospettive 2027
Per il 2026 non sono previste chiusure prolungate come quelle appena concluse ma saranno necessarie chiusure notturne e infrasettimanali per interventi di ancoraggio della volta e per le consuete esercitazioni di sicurezza, oltre alla manutenzione ordinaria.
«Queste non andranno a intaccare i periodi di vacanza e i ponti italiani, francesi o svizzeri» ha rassicurato Rigacci.
Lo sguardo è già rivolto all’autunno 2027, quando è previsto un nuovo intervento di 15 settimane in una zona prossima al versante italiano e in un’area in territorio francese.
Traffico in ripresa
Sul fronte dei flussi, non si registrano novità significative rispetto al 2024 nella fase di chiusura: il traffico leggero si è redistribuito in modo quasi simmetrico tra Frejus (38,40%) e Gran San Bernardo (27,90%), con circa un terzo dei veicoli deviato su ciascun asse e un 33,70% disperso o non effettuato.
Il traffico commerciale si è concentrato prevalentemente sul Frejus (92,20%). Dopo la riapertura, i dati mostrano una ripresa: “Registriamo valori positivi rispetto al 2025, con un quasi allineamento per il traffico leggero e un recupero leggermente più veloce per quello commerciale” ha concluso il Direttore del GEIE.
Qualità dell’aria: dati sotto i limiti anche durante la chiusura
A completare il quadro è stato l’intervento del direttore tecnico di Arpa Valle d’Aosta Marco Cappio Bollino, che ha illustrato i dati del monitoraggio della qualità dell’aria relativi al 2025.
L’analisi comprende sia i dati della stazione fissa del GEIE posizionata sulla rampa di accesso al tunnel, sia quelli di un mezzo mobile attivo da circa due anni nel centro di Courmayeur, nel piazzale delle scuole medie.
Dai monitoraggi condotti nel biennio 2024-2025 emerge che i valori di PM10, PM2.5 e biossido di azoto (NO2) risultano ampiamente inferiori ai limiti previsti dal D.Lgs 155/2010 e conformi anche ai più restrittivi standard europei che entreranno in vigore nel 2030.
Nel dettaglio, durante i periodi di chiusura del traforo si è osservata una sensibile diminuzione della concentrazione di NO2 nel sito di traffico di Courmayeur Entrèves, mentre nel centro del paese non si sono registrate variazioni significative né per l’NO2 né per le polveri. Un andamento analogo è stato rilevato anche sul versante francese.
Un elemento rilevante riguarda le fonti emissive: a Courmayeur il contributo del traffico e quello del riscaldamento incidono in modo pressoché equivalente, con quest’ultimo che può arrivare a rappresentare quasi il 50% del totale. La stazione nel centro abitato non risente in modo significativo della chiusura del tunnel, perché le concentrazioni sono legate soprattutto al traffico locale e agli impianti di riscaldamento, con un aumento nei mesi più freddi.
Nel complesso, i dati ambientali non evidenziano criticità legate alla chiusura del traforo, ma offrono uno strumento di lettura utile per le future scelte in materia di mobilità e qualità dell’aria sul territorio regionale.
L’impatto sul territorio
Nel corso dell’incontro è stato richiamato anche il dato economico elaborato lo scorso anno e approfondito nel 2024 insieme alla professoressa Consuelo Nava di UniVdA: l’impatto dei tre mesi di chiusura del traforo è stato stimato in circa 12 milioni di euro su base annua, pari circa allo 0,25% del Pil regionale.
Nel dettaglio, circa 7 milioni riguardano il comparto turistico, mentre 2,5 milioni ciascuno sono stati stimati come ricadute negative su industria e commercio.
In conclusione è stata rilanciata l’ipotesi del raddoppio del tunnel, chiarendo che non implicherebbe un aumento dei flussi ma un rafforzamento della sicurezza e della resilienza del sistema.
Una prospettiva che, è stato evidenziato, richiede un percorso di condivisione e approfondimento tecnico con università ed enti di ricerca, per superare timori e costruire un consenso informato su una questione percepita come strategica per il futuro del territorio.
(giulia calisti)
