Rafforzare o depotenziare il mercato Ue dei permessi di emissione?
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il 02/03/2026

Rafforzare o depotenziare il mercato Ue dei permessi di emissione?

Roma, 2 mar. (askanews) – C’è una divergenza ormai evidente tra i paesi dell’Ue che sostengono la necessità di continuare e intensificare le politiche per la decarbonizzazione dell’industria e di tutta l’economia (in particolare portando avanti come previsto l’applicazione del sistema Ets (‘Emission Trading System’, il mercato europeo dei permessi di emissione di gas a effetto serra), e gli Stati membri che invece chiedono chiaramente un cambio di direzione (con modifiche anche sostanziali dello stesso Ets).

L’obiettivo, per questi ultimi, sarebbe quello di dare priorità alla competitività, riducendo i costi per le imprese industriali che già devono pagare l’energia a costi molto maggiori di quelli dei concorrenti extra Ue. A questo fine, sostengono, è necessario ‘riformare’, e anche ‘sospendere’ l’Ets, se non smantellarlo del tutto, rallentare il suo meccanismo di riduzione progressiva del tetto annuale di emissioni, annullare o ritardare l’eliminazione graduale entro il 2034 dell’allocazione di quote di CO2 gratuite alle industrie ad alto consumo energetico. Tutte misure che frenerebbero comunque la tabella di marcia verso l’obiettivo previsto di una riduzione delle emissioni del 62% nel 2040, rispetto al 2005 per i settori coinvolti; così come d’altra parte è già stato fatto, con un certo successo, per quanto era previsto con l’obiettivo zero emissioni nette al 2035 per il settore auto.

Quello che è emerso sempre più chiaramente durante il mese di febbraio è che a difendere nel modo più netto la decarbonizzazione e l’Ets, che ne è il pilastro fondamentale, è soprattutto la Spagna, insieme alla Francia, mentre sull’altro fronte lo Stato membro più in prima linea è l’Italia, fiancheggiata da altri paesi come Austria e Repubblica ceca. La Germania, che con il governo precedente (con i Verdi nella coalizione) aveva sempre promosso e difeso l’Ets, ha assunto negli ultimi mesi una posizione ambigua, sotto la fortissima pressione soprattutto della sua potente industria chimica (che è tra i comparti più generosamente sostenuti dalle allocazioni di quote di emissioni gratuite).

Al vertice di Anversa dell’industria europea, l’11 febbraio, alla vigilia del ‘retrait’ informale dei leader dell’Ue sulla competitività nel castello belga di Alden Biesen, il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva fatto delle dichiarazioni sorprendenti sull’Ets, almeno nel tono: ‘Questo sistema – aveva osservato – è attuato per ridurre le emissioni di CO2 e allo stesso tempo abilitare le imprese a installare delle linee di produzione a zero emissioni. Ma se questo obiettivo non è raggiungibile, e questo (l’Ets, ndr) non è lo strumento giusto, dovremmo essere molto aperti a rivederlo, o almeno a ritardarlo’. E aveva aggiunto: ‘Dovremmo evitare qualunque cosa che stia compromettendo la competitività della nostra industria’.

Dicendosi poi ‘pienamente in linea con chi dice che dobbiamo fare di più contro il cambiamento climatico’, Merz aveva puntualizzato che questo, tuttavia, non deve essere fatto ‘al costo della nostra industria’ e dei suoi posti di lavoro, che è ‘inaccettabile’. E, aveva ribadito, ‘questo è il motivo per cui io sono in linea con quanti dicono che, se questo non è lo strumento giusto, dobbiamo parlarne e dobbiamo cambiarlo se non funziona’. Perché, ‘l’Europa non può definire degli obiettivi climatici ambiziosi, lasciando che scompaia la sua base industriale. Alti prezzi dell’energia, combinati con i costi del carbonio (cioè dei permessi di emissione, che oggi si aggirano intorno agli 80 euro per tonnellata di CO2, ndr) stanno accelerando la deindustrializzazione, non la decarbonizzazione’, aveva concluso il cancelliere, tra gli applausi degli industriali.

Merz, tuttavia, ha cambiato notevolmente i toni nei giorni successivi. Durante il vertice Ue informale di Alden Biesen , il 12 febbraio, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva difeso in modo circostanziato ed efficace il mercato europeo dei permessi di emissione e i notevoli risultati che ha conseguito finora, sottolineando che da quando è stato introdotto, nel 2005, ‘le emissioni sono diminuite del 39%, mentre i settori coperti dall’Ets hanno avuto una crescita del 71%. Quindi decarbonizzazione e crescita possono andare di pari passo’.

Von der Leyen contro Merz, quindi? Non proprio. Il cancelliere tedesco si è affrettato a precisare la sua posizione nella conferenza stampa al termine dello stesso vertice, con una vistosa marcia indietro in cui ha sostanzialmente ripreso gli argomenti della presidente della Commissione. ‘Ci sono colleghi – ha detto – molto critici nei confronti di questo sistema. Io non condivido questa critica in questa forma. L’Ets, che esiste ormai da 20 anni, e la presidente von der Leyen ha citato i dati rilevanti nella nostra discussione odierna, è uno strumento efficace che abbiamo attuato in Europa, e che consente la crescita senza generare ulteriori emissioni di CO2. Al contrario, le emissioni di CO2 sono diminuite di quasi il 40%, mentre l’industria è cresciuta di circa il 70% dall’introduzione del sistema. Questo dimostra – ha affermato a questo punto Merz – che disponiamo dello strumento giusto’.

‘Tuttavia – ha aggiunto, per cercare di giustificare le sue affermazioni del giorno prima ad Anversa -, deve essere costantemente adattato. Esistono differenze significative in tutta Europa. La Commissione si è impegnata a presentare una relazione sulle ragioni di queste differenze e degli aggiustamenti di cui potremmo avere bisogno per garantire che il sistema continui a funzionare correttamente’.

Se questa è la posizione tedesca (sì a una riforma che consenta all’Ets di continuare a essere efficace, no al suo smantellamento), il governo italiano non ha invece alcun dubbio, alcun ripensamento, e non fa nessuna concessione: l’Ets sta portando al collasso l’industria europea, è contro la competitività e favorisce la delocalizzazione, e va non solo fortemente modificato, ma anche sospeso subito, ha affermato in sostanza il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, parlando alla stampa al suo arrivo al Consiglio Competitività dell’Ue, il 26 febbraio a Bruxelles.

‘Occorre sospendere il meccanismo dell’Ets in attesa di una riforma che deve essere necessariamente globale, organica, efficace’, ha detto Urso. ‘Tanto più perché oggi il meccanismo ha un effetto perverso: favorisce le speculazioni finanziarie e costringe alla delocalizzazione delle emissioni in altri continenti. Un duplice effetto perverso che dobbiamo bloccare subito’.

In due diversi incontri avuti a Bruxelles la sera prima e la mattina stessa del 26 febbraio (con il gruppo dei paesi Ue ‘Amici dell’Industria’, e con i rappresentanti del settore della chimica e di altre industrie energivore) ‘ho fatto presente – ha riferito il ministro – che siamo tutti consapevoli del fatto che il meccanismo dell’Ets, così come formulato oggi, è solo una tassa, un dazio sulle imprese energivore che non riescono più ad essere competitive. E’ necessario, tutti siamo consapevoli, rivederlo in maniera sostanziale’.

‘Se siamo in presenza del collasso dell’industria della chimica europea, se siamo in presenza della crisi della siderurgia europea, allora – ha avvertito Urso – non possiamo aspettare i tempi del negoziato della nostra Unione europea per trovare soluzioni. Nel frattempo che cerchiamo una soluzione organica efficace dobbiamo sospendere ciò che non va’, ha insistito.

‘Sulla base di questa consapevolezza comune – ha sottolineato il ministro – dobbiamo rivedere, e al più presto, il meccanismo degli Ets che, così come formulato, porta al collasso dell’impresa europea e alla delocalizzazione delle emissioni di carbonio in altri continenti’ E mentre aspettiamo la riforma, che la Commissione intende proporre a luglio, ‘sospendiamo quello che non va, sospendiamo quello che nuoce, sospendiamo quello che è sbagliato, se ne siamo tutti consapevoli: per fare una riforma organica, efficace, congrua, insieme’, ha concluso Urso.

A questo punto ci si potrebbe porre la domanda: è un gioco delle parti? La Germania spinge avanti l’Italia per non esporsi troppo, ma avendo sostanzialmente lo stesso obiettivo, in modo da alzare la pressione, e ottenere di più dalla Commissione, quando presenterà la sua proposta di riforma dell’Ets? E potrebbe essere questo, per Berlino, anche un modo di evitare uno scontro con la Commissione e con Parigi?

Sempre ad Alden Biesen, il 12 febbraio, il presidente francese, Emmanuel Macron aveva difeso con forza il mercato dei permessi di emissione, affermando: ‘Non dobbiamo assolutamente eliminare gli incentivi e i segnali di mercato che abbiamo messo in atto con l’Ets’. E aveva sottolineato: ‘Difendo il nostro Green Deal e la nostra agenda climatica’. Il Green Deal ‘deve essere reso compatibile con la competitività, ma sarebbe un errore strategico – aveva sottolineato Macron – affermare che competitività significhi abbandonare l’azione per il clima.’

Tuttavia, aveva riconosciuto il presidente, ‘è chiaro che l’Ets oggi non funziona bene per alcuni paesi’, in particolare quelli che dipendono maggiormente dai combustibili fossili (come l’Italia, ndr); inoltre, aveva aggiunto, c’è anche il problema della ‘speculazione’ sulle quote di CO2: il loro prezzo, secondo Macron, ‘dovrebbe essere intorno ai 30 o 40 euro’ per tonnellata, invece degli 80 euro attuali, un costo che ‘pesa gravemente su alcune economie’. La Commissione europea, aveva concluso infine il presidente francese, ‘proporrà a marzo delle soluzioni concrete per ridurre questo onere’.

Quanto alla Spagna, sono note le posizioni fortemente pro Green Deal del governo di Pedro Sanchez; ma ora in più c’è un ‘non paper’ sulla competitività europea, un documento informale che ha cominciato a circolare a fine febbraio, che spiega in modo chiaro e ben argomentato la visione di Madrid, diametralmente opposta a quella di chi invoca la priorità della competitività rispetto alle politiche climatiche. E non sono solo parole: la Spagna può contare sui fatti. Nel 2025 ha avuto una crescita del Pil del 2,6% (contro lo 0,8% dell’Italia, l’1,1% della Francia, lo 0,4% della Germania); ha avuto negli ultimi anni una grande accelerazione nell’installazione di capacità per le energie rinnovabili (raddoppiata dal 2019 al 2025), tanto che ora (dati 2025) la sua produzione di elettricità dipende dal gas solo per il 21% (contro il 47% dell’Italia).

In più, da quando si è separata, insieme al Portogallo, dal mercato elettrico europeo nel 2022 (‘eccezione iberica’) la Spagna ha visto i prezzi dell’elettricità ridursi a livelli record (i più bassi nell’Ue dopo quelli della Svezia, mentre in Italia sono i più alti), perché non dipendono più prevalentemente dal prezzo del gas, come invece accade ancora nel resto dell’Ue. La Spagna, insomma, sta diventando un modello virtuoso di come si possono ridurre i fattori negativi che influenzano la competitività delle imprese, non rinunciando alla decarbonizzazione, ma anzi dandole un ruolo centrale di spinta dello sviluppo economico.

Nel paragrafo del non-paper spagnolo intitolato, per l’appunto, ‘Decarbonizzazione come motore per la competitività di lungo termine’, si afferma che ‘l’Ue deve continuare a impegnarsi inequivocabilmente per la sostenibilità e la decarbonizzazione. Poiché il continente europeo sta vivendo il più rapido aumento nel riscaldamento globale, dobbiamo promuovere e accelerare, non indebolire, l’agenda verde. Questo non è solo un imperativo morale, ma una leva per una competitività e una resilienza durature e a lungo termine’, nonché ‘un motore strutturale della trasformazione industriale’. Il non-paper cita i dati della Banca europea degli Investimenti (Bei), secondo cui ‘l’industria delle tecnologie pulite rappresenta già un terzo della crescita del Pil dell’Ue’, mentre, aggiunge, ‘l’Agenzia europea dell’ambiente stima che la piena attuazione del Green New Deal genererebbe 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro’.

‘L’Europa – ricorda il documento informale del governo di Madrid – è un continente povero di combustibili fossili: perseguire un’alternativa rispetto all’energia verde non sarebbe solo un ritorno al passato tecnologico, ma ci costringerebbe anche a una dipendenza permanente da parti terze per la nostra sicurezza energetica. Sole e vento devono essere l’equivalente europeo delle riserve fossili’, che nei paesi Ue sono molto limitate. ‘Prezzi dell’energia competitivi dovrebbero essere raggiunti in modo strutturale, piuttosto che attraverso sussidi continui per importazioni costose che gravano sulle finanze pubbliche e frammentano l’Unione’, dividendola a seconda delle disponibilità di bilancio dei diversi Stati membri.

‘La decarbonizzazione – rileva il non-paper – sta già portando a una riduzione dei prezzi dell’elettricità. L’Ue non può permettersi di ignorare la corsa globale alla tecnologia e agli investimenti verso soluzioni ‘cleantech’. Qualsiasi rallentamento nella decarbonizzazione farebbe direttamente il gioco dei nostri concorrenti. L’Europa rischia di perdere la corsa ai veicoli elettrici, alle batterie, agli elettrolizzatori e ad altre tecnologie verdi se non investe nell’innovazione lungo l’intera catena del valore’.

‘La transizione verde – si avverte nel documento informale – avrà successo solo se eviteremo di inviare segnali contrastanti agli investitori. Abbiamo il potenziale per elettrificare circa il 50% della nostra economia entro il 2040, il che ridurrebbe di due terzi la nostra dipendenza da petrolio, gas e carbone. È tempo di investire massicciamente nelle energie rinnovabili (compresi l’idrogeno verde e i combustibili sostenibili), nello stoccaggio e nella flessibilità, nelle reti e nelle interconnessioni, e di facilitare e accelerare le autorizzazioni’ per i nuovi impianti di rinnovabili.

Infine, dopo aver osservato che ‘alcuni aggiustamenti al sistema attuale per ridurre la volatilità’ dei prezzi delle quote di CO2 ‘potrebbero essere benvenuti’, il non-paper spagnolo sottolinea che ‘smantellare il sistema di scambio dei permessi di emissione è la risposta sbagliata agli elevati prezzi dell’energia. L’Ets è il vero pilastro della politica climatica europea e si è dimostrato una soluzione inventiva, efficiente ed economica per ridurre le emissioni’. La conclusione è chiarissima: ‘Una riforma sbagliata e affrettata rischierebbe di distorcere il segnale di prezzo, che è stato inviato con successo’ finora, ‘senza apportare guadagni di competitività’.

Di Lorenzo Consoli

[Divergenze tra i Paesi europei|PN_20260302_00019|nl50| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/03/20260302_094152_17F17B1F.jpg |02/03/2026 09:42:01|Rafforzare o depotenziare il mercato Ue dei permessi di emissione?|Ue|Politica, Europa Building]

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