Vertice filiera in Confagricoltura per valorizzare settore ittico
Roma, 19 mar. (askanews) – Più trasparenza e informazione per valorizzare il prodotto ittico italiano. E’ la richiesta unanime emersa stamani al vertice organizzato dall’API (Associazione Piscicoltori Italiani) nella sede di Confagricoltura a Roma con i principali rappresentanti dei comparti acquacoltura e pesca e delle istituzioni. Oltre al presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, il presidente dell’API Matteo Leonardi, il presidente dell’OP del Pesce Claudio Pedroni, i produttori Alessandro Puglisi Cosentino (Acqua Azzurra – avannotteria), Giancarlo Ravagnan (Agroittica Lombarda – storionicoltura), il direttore di Federpesca Francesca Biondo, il direttore generale di Confagricoltura, Roberto Caponi.
E’ intervenuto il sottosegretario al ministero della Salute, Marcello Gemmato, che ha evidenziato come il ruolo del ministero si sia evoluto da “controllore” ad alleato nel percorso di crescita del settore. L’Italia vanta il primato per qualità e sicurezza anche nel comparto ittico, un valore aggiunto riconosciuto a livello internazionale, ma che non basta a far crescere il settore. Al contrario, altri Paesi, in Europa e nel mondo, stanno conquistando risultati importanti in termini di produzione e mercati.
Sebbene l’Italia abbia un consumo di pesce più elevato rispetto ad altri Stati europei — circa 31 Kg pro capite all’anno — soltanto il 14% arriva dalla produzione nazionale. Il resto è importato. Pesano, per spigole e orate, l’esiguo numero di concessioni demaniali marittime: solo 19 su oltre 8.000 km di costa. Solo la Turchia, uno dei nostri principali competitor, ne ha 540.
La Norvegia è arrivata a produrre 1,5 milioni di tonnellate di pesce in mare, mentre l’Italia è ferma a 15.000 tonnellate. Siamo primi produttori di caviale da storione in Europa, con 67 tonnellate, e secondi al mondo dopo la Cina, che ha avuto una crescita molto veloce in breve tempo, fino ad occupare il 54% del mercato mondiale. Ma, sottolinea Confagricoltura, non c’è reciprocità: noi importiamo il caviale dalla Cina, ma il nostro è respinto dal loro Paese. Il comparto dell’avannotteria di spigole e orate è cresciuto molto, ma l’Italia assorbe solo il 10% della produzione (pari a 200 milioni di avannotti/anno). Se ci fossero più allevamenti, potremmo avere maggiore presenza di pesce italiano sulle tavole. Sul fronte pesca, invece, si è registrata una diminuzione della produzione, sia per la contrazione della flotta italiana, sia per difficoltà strutturali e aumento di costi che incidono fortemente sul comparto.
Per invertire la tendenza, la necessità di intervenire su più fronti. Le proposte condivise dai rappresentanti di pesca e acquacoltura sono di garantire maggiori informazioni al consumatore con la trasparenza dell’origine del prodotto nel canale Ho.Re.Ca, dove viene consumato circa il 60% del pesce. Parallelamente, a fronte di una richiesta che si è rivelata crescente, occorre aumentare il numero di concessioni a mare per l’allevamento di pesce in Italia. La spietata concorrenza dall’estero rischia altrimenti di soffocare tutti gli investimenti realizzati finora in un settore che è emblema della cucina italiana nel mondo.
