L.elettorale, opposizioni dicono ‘no’: basta con le forzature
Roma, 30 mar. (askanews) – Nessun dialogo sulla legge elettorale, almeno per ora. Le opposizioni non tendono la mano a Giorgia Meloni, non trovano sponda nel centrosinistra le voci di un’apertura al confronto da parte del centrodestra su questo tema. Tutti, dal Pd a M5s passando per Avs e per l’ala moderata di Più Europa e Iv, respingono al mittente l’invito a sedersi al tavolo per scrivere le nuove regole per eleggere il parlamento. Ci sono almeno due ostacoli, spiegano i partiti di opposizione, il premio di maggioranza troppo alto e la tempistica sospetta della mossa della maggioranza, il timore che l’unico obiettivo sia ritoccare le regole per evitare la sconfitta alle prossime politiche.
Quel premio è inaccettabile, avverte il leader M5s Giuseppe Conte in un’intervista a Repubblica: “”Hanno scritto una legge con un premio di maggioranza che è una super-truffa, non scherziamo. Noi siamo tradizionalmente per le preferenze e poi non potremmo mai accettare premi di maggioranza che stravolgono i risultati delle urne”.
Il testo depositato, ricorda la vicecapogruppo alla Camera Simona Bonafè, è “frutto esclusivo di un accordo tra i partiti di governo, senza alcun reale confronto con le opposizioni”, ma “la legge elettorale ha a che fare con le regole del gioco, riguarda tutti”. Dunque “non sono accettabili forzature né tantomeno interventi calati dall’alto. Su questi temi serve responsabilità, non prove di forza a colpi di maggioranza”.
La verità, continua Filiberto Zaratti di Avs, è che “la destra pensa a come ‘cucinare’ la propria legge elettorale, cioè a scrivere una misura che gli garantisca il successo elettorale”, ma “la legge elettorale o è condivisa o non è e per il momento non hanno neanche una bozza condivisa al loro interno”. Per Riccardo Magi di Più Europa “addirittura, la legge elettorale di Meloni si avvicina più alla legge Acerbo del periodo fascista, che non alla legge Truffa del ’53, per la quale per ricevere il premio di maggioranza si doveva almeno essere maggioranza nel Paese. Se si vuole favorire la stabilità, allora si adotti una legge maggioritaria o si torni al Mattarellum”.
A destra sono convinti che almeno alla Schlein potrebbe convenire un premio di maggioranza capace di scongiurare l’ipotesi di un pareggio. Tanto la leader Pd quanto la Meloni rischierebbero di essere tagliate fuori da ogni gioco, in caso di parità con conseguente governo di larghe intese. Entrambe si sono caratterizzate con un profilo nettamente polarizzato, nettamente alternativo a quello dello schieramento avversario, e difficilmente potrebbero reggere uno schema di ‘unità nazionale’.
Ma, spiega più di un parlamentare Pd, la segretaria democratica non ha interesse ad avviare un dialogo bipartisan su una bozza di riforma che non è condivisa nemmeno nello stesso centrodestra e su cui pende – comunque – il rischio della mannaia della Consulta. Il Pd, come tutte le altre opposizioni, per ora rimane alla finestra, denunciando l’ennesima “forzatura” delle regole del centrodestra. In attesa anche di vedere come viene avviato il lavoro in commissione.
Eventuali nuove proposte da parte del centrodestra verranno valutate se e quando ci saranno, ragiona ancora un parlamentare Pd. Ma difficilmente i leader di Pd e M5s accetteranno di sedersi a discutere di legge elettorale alla vigilia della campagna elettorale, dopo aver accusato per mesi il centrodestra di voler “stravolgere la Costituzione”. Commenta ancora il parlamentare democratico: “Se poi mettessero via la proposta attuale e ricominciassero da capo valuteremo. Ma non credo che accada”.
