Nordcorea, per intelligence Seoul figlia di Kim già designata erede
Roma, 6 apr. (askanews) – La questione della successione in Corea del Nord entra in una fase nuova e più definita. Secondo la più recente valutazione del Servizio nazionale di intelligence sudcoreano (Nis), la figlia adolescente di Kim Jong Un, Ju Ae, non è più soltanto una possibile candidata teorica, ma può ormai essere considerata l’erede del leader nordcoreano. A riferirlo ai parlamentari, in una sessione a porte chiuse della commissione intelligence dell’Assemblea nazionale, è stato il direttore del Nis Lee Jong-seok, che – secondo quanto riferito da deputati di maggioranza e opposizione all’agenzia di stampa Yonhap – ha parlato di una conclusione fondata non su semplici indizi, ma su “informazioni credibili”.
La formulazione è significativa perché segna l’approdo più netto finora raggiunto da Seoul su un dossier che, per sua natura, resta opaco. Fino a gennaio 2024, il Nis considerava Ju Ae la più probabile tra i possibili eredi; il 12 febbraio di quest’anno aveva poi alzato il livello della valutazione sostenendo che Pyongyang fosse entrata nella fase della sua designazione come erede. Adesso il passaggio ulteriore: Ju Ae, dice l’intelligence sudcoreana, “può essere vista come l’erede”. E’ una progressione lessicale che in Corea del Nord conta molto, perché riflette la lettura di segnali propagandistici, cerimoniali e istituzionali normalmente usati per costruire nel tempo la legittimità dinastica.
La notizia da cui parte questa nuova valutazione è soprattutto l’intensificarsi delle apparizioni pubbliche della ragazza in contesti militari. Il Nis ha richiamato in particolare le immagini diffuse dai media di Stato nordcoreani nelle quali Ju Ae compare accanto al padre durante esercitazioni e dimostrazioni belliche, fino alla scena, molto enfatizzata, che la ritrae su un nuovo carro armato insieme a Kim Jong Un. Secondo l’intelligence sudcoreana, non si tratta di una semplice esposizione mediatica familiare, ma di un tentativo preciso di attribuirle credenziali militari e di smussare in anticipo le resistenze verso un’eventuale ascesa femminile in un sistema profondamente patriarcale e plasmato per decenni su una linea ereditaria maschile.
Questo punto è centrale. La Corea del Nord è stata governata per quasi ottant’anni da tre generazioni maschili della famiglia Kim: Kim Il Sung, Kim Jong Il e Kim Jong Un. L’idea che il quarto passaggio dinastico possa avvenire a favore di una figlia rappresenterebbe una rottura storica, ma non necessariamente una rottura del sistema. Al contrario, potrebbe esserne l’adattamento: una continuità assoluta della linea di sangue dei Kim, anche a costo di correggere un tabù di genere. Proprio per questo, la costruzione di Ju Ae non avviene sul terreno civile o protocollare, bensì su quello più sensibile per il regime, cioè il nesso fra famiglia, forze armate e potenza nucleare.
L’emersione pubblica di Ju Ae, del resto, non è cominciata ieri. La sua prima apparizione ufficiale risale al novembre 2022, quando Kim Jong Un la mostrò per la prima volta al mondo durante il lancio del missile balistico intercontinentale Hwasong-17. Le immagini della bambina che camminava mano nella mano con il padre davanti al più potente vettore strategico nordcoreano colpirono subito analisti e intelligence governative: quel debutto, già allora, non fu interpretata come una semplice fotografia privata, ma come l’inserimento della nuova generazione della dinastia nel cuore della narrativa nucleare del regime, quella secondo cui l’arsenale strategico garantisce la sopravvivenza dello Stato e della famiglia che lo incarna.
Da quel momento Ju Ae ha continuato a comparire con frequenza crescente accanto al padre, soprattutto in eventi ad alta valenza politica e militare: lanci missilistici, parate, visite a installazioni, cerimonie simboliche, ispezioni a unità armate. La proliferazione delle sue apparizioni ha reso via via più plausibile l’ipotesi di una designazione come erede, pur senza provarla in modo definitivo. La sua collocazione scenica e la natura degli eventi scelti l’hanno legata progressivamente non solo al potere di Kim Jong Un, ma alla mitologia stessa della “famiglia del monte Paektu”, cioè al nucleo sacralizzato della legittimità rivoluzionaria nordcoreana.
Anche il linguaggio ufficiale ha contribuito a far salire il suo rango simbolico. In una prima fase i media nordcoreani la presentarono come la “figlia più amata” o la “figlia rispettata” del leader, formule insolite ma ancora collocabili nel registro familiare. Col passare del tempo, però, nei suoi confronti sono state usate espressioni sempre più elevate, interpretabili come segnali di una collocazione che va oltre la semplice parentela e tocca la sfera simbolico in vista della futura direzione del Paese. Anche senza una proclamazione formale, è così che a Pyongyang si preparano le transizioni: non con annunci lineari, ma con la sedimentazione di immagini, appellativi e rituali.
Negli ultimi mesi questo processo sembra essersi ulteriormente accelerato. A gennaio l’intelligence sudcoreana aveva già segnalato come elemento rilevante la visita di Ju Ae al Palazzo del Sole di Kumsusan, il mausoleo che custodisce i corpi imbalsamati di Kim Il Sung e Kim Jong Il. Non è un dettaglio protocollare: portare la figlia in uno dei luoghi più sacri del culto dinastico significa iscriverla visivamente nella continuità genealogica del potere.
A febbraio e marzo si è poi consolidato un secondo filone, quello della sua militarizzazione simbolica. Il Nis vede nelle immagini della ragazza alle armi, al poligono o sui carri armati un richiamo deliberato alla costruzione pubblica del profilo dello stesso Kim Jong Un negli anni della sua ascesa. Per Seoul queste apparizioni servono a presentarla non come una giovane presenza ornamentale, ma come una figura da associare al comando, alla deterrenza e alla sicurezza nazionale. In un regime dove la leadership è inseparabile dal controllo dell’apparato militare, è probabilmente il passaggio più delicato e più rivelatore.
Non mancano, naturalmente, le cautele. Diversi osservatori fanno notare che Kim Jong Un è ancora relativamente giovane e che una designazione troppo esplicita di un erede potrebbe paradossalmente indebolire la sua stessa autorità nel presente. Altri ricordano che l’identità della figlia, la sua età e il suo status non sono mai stati confermati ufficialmente da Pyongyang, e che il regime nordcoreano usa spesso la visibilità familiare anche per scopi diversi dalla successione: rafforzare l’immagine del leader come padre protettivo, consolidare la legittimità della linea di sangue, distrarre dalle difficoltà economiche, o preparare scenari ancora fluidi. Proprio per questo alcuni analisti invitano a distinguere fra costruzione di una narrativa ereditaria e nomina effettiva di un erede.
Resta poi il nodo Kim Yo Jong, la potente sorella del leader, a lungo indicata all’esterno come possibile alternativa o reggente. Qui la valutazione resa pubblica oggi dal Nis è stata altrettanto netta: Kim Yo Jong non disporrebbe di un potere reale autonomo tale da mettersi in competizione con la nipote. E’ una tesi, questa, che smonta almeno in parte una delle ipotesi circolate negli ultimi anni, cioè quella di una possibile successione collaterale in caso di imprevisto. Anche le letture che continuano a considerare Kim Yo Jong una figura cruciale del sistema sottolineano comunque che il suo potere resta derivato dal fratello e non indipendente da lui.
In questo senso, il vero dato politico non è soltanto se Ju Ae sia già stata formalmente scelta, ma il fatto che il regime stia investendo sempre più apertamente nella sua immagine. La Corea del Nord non sta dicendo al mondo che il dopo-Kim è imminente; sta però lasciando intendere che il dopo-Kim, quando arriverà, dovrà restare dentro la stessa linea di sangue e dovrà essere accettato anche dalle élite militari. Le fotografie della ragazza al fianco del padre nei luoghi della forza – missili, carri armati, palazzi del culto dinastico – servono precisamente a questo: abituare in anticipo lo sguardo interno del regime e quello esterno degli osservatori.
Per ora, dunque, più che una successione formalizzata, si vede una successione preparata e insinuata. Ma nel linguaggio politico di Pyongyang la differenza fra queste fasi è meno netta di quanto possa apparire. E se davvero, come sostiene oggi l’intelligence sudcoreana, Ju Ae “può essere vista come l’erede” sulla base di “informazioni credibili”, allora la Corea del Nord potrebbe aver già iniziato a preparare non soltanto il quarto passaggio dinastico della sua storia, ma anche la prima leadership femminile del regime.
