Cina-Usa, crisi di Hormuz rende più difficile summit Xi-Trump
Roma, 13 apr. (askanews) – Il blocco annunciato dal presidente Usa Donald Trump a Hormuz contro il traffico marittimo da e per i porti iraniani rischia di trasformare il vertice con il presidente cinese Xi Jinping, previsto a Pechino il 14 e 15 maggio, da occasione di stabilizzazione nei rapporti tra le prime due economie mondiali a nuovo terreno di scontro tra i due giganti.
Trump, parlando del viaggio in Cina, ha rivendicato di avere una “relazione molto buona con la Cina” e ha sostenuto che anche Xi “vorrebbe a sua volta vedere la fine” del conflitto con l’Iran. Ma nello stesso passaggio ha ribadito che “non possiamo consentire un’arma nucleare a un gruppo di persone che ha causato nulla ma caos per 47 anni”, tenendo dunque insieme apertura verso Pechino e massima pressione su Teheran.
D’altro canto, nella percezione cinese la distinzione tecnica tra blocco dello stretto (praticato da Teheran) e blocco dei soli porti iraniani (ventilato da Trump) cambia fino a un certo punto: Hormuz resta il “choke point” decisivo dell’energia asiatica e ogni militarizzazione ulteriore del passaggio viene letta a Pechino come un rischio diretto per la sicurezza energetica, le catene di approvvigionamento e il commercio con il Golfo.
La reazione di Pechino alla mossa di Trump è stata prudente nei toni, ma netta nella sostanza. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha fatto sapere che un blocco di Hormuz “non serve gli interessi comuni della comunità internazionale”, mentre il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha invitato le parti a “rispettare gli accordi temporanei di cessate il fuoco”, a perseguire soluzioni “politiche e diplomatiche” e a “evitare una ripresa delle ostilità”. E’ una linea che conferma come la Cina non voglia essere trascinata in una scelta secca tra l’alleanza tattica con l’Iran e la necessità di non far deragliare la relazione con Washington alla vigilia del summit.
La posta in gioco è enorme. Prima della guerra, attraverso Hormuz passava circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale. La Cina ha importato circa 12 milioni di barili di greggio al giorno nei primi due mesi del 2026, più di qualsiasi altro paese, ed è esposta in modo rilevante sia ai flussi del Golfo sia al petrolio iraniano. Sul fronte del gas, circa un terzo del Gnl cinese arriva dal Medio Oriente, mentre il Qatar da solo ha rappresentato quasi un quarto delle spedizioni dirette in Cina lo scorso anno.
Il vertice del mese prossimo, del resto, era già nato sotto il segno della fragilità. La Casa Bianca ha fissato la visita per il 14 e 15 maggio, dopo un precedente rinvio dovuto proprio alla guerra con l’Iran, e l’ambasciata cinese a Washington ha detto di non avere informazioni da fornire sull’incontro, che insomma non ha ancora una formalizzazione da parte cinese , mentre a marzo Reuters osservava che il semplice slittamento del summit aveva già gettato un’ombra sulla tregua commerciale concordata dopo l’ultimo incontro fra i due leader, tenuto in ottobre dello scorso anno in Corea del sud. Anche allora gli analisti sottolineavano che Pechino voleva soprattutto prevedibilità e che nuovi elementi di incertezza avrebbero complicato la preparazione di una visita di Trump.
Secondo gli analisti citati dalla stampa internazionale, l’ultima mossa di Trump potrebbe imporre alla Cina una scelta che ha cercato di evitare dall’inizio della guerra: continuare a mantenere un’ambiguità strategica tra Washington e Teheran oppure esporsi di più per difendere interessi energetici vitali. La lettura più dura è che il presidente Usa voglia arrivare a Pechino con una stretta su qualcosa di cui la Cina ha bisogno, per poi scambiare un eventuale alleggerimento con concessioni su terre rare, commercio o cooperazione sull’Iran. In questo senso il blocco non sarebbe solo una misura militare, ma anche una leva negoziale da portare al tavolo con Xi.
Il rischio maggiore, peraltro, non è solo economico ma anche politico. Se nelle prossime settimane dovesse essere fermata o ispezionata una nave collegata alla rete commerciale cinese del petrolio iraniano, il summit potrebbe prendere una brutta piega. Ed è un’ipotesi tutt’altro che remota in uno scenario in cui Washington promette libertà di navigazione per le navi non iraniane, ma Teheran avverte che i porti del Golfo e del Mare di Oman non saranno sicuri se verranno minacciati quelli della Repubblica islamica. Più a lungo durerà questo braccio di ferro, più si ridurrà lo spazio per separare il dossier iraniano dal tentativo di stabilizzare i rapporti sino-americani.
Per ora, dunque, il summit Xi-Trump non è saltato, ma il blocco imposto da Trump a Hormuz aggiunge incertezza. Se la crisi rientrerà in tempi brevi, il viaggio potrà ancora essere presentato come il ritorno della diplomazia tra le due superpotenze. Se invece il Golfo resterà militarizzato e la pressione americana continuerà a colpire indirettamente gli interessi energetici cinesi, il presidente Usa rischierà di arrivare a Pechino non da interlocutore in cerca di intese, ma da leader che tenta di negoziare con una mano stretta sul rubinetto energetico dell’Asia. E a quel punto il vertice di maggio potrebbe diventare meno probabile, o comunque molto più complesso di quanto si pensasse.
