Fini (Cia): siamo determinati a difendere una Pac autonoma
Roma, 7 mag. (askanews) – La Pac resta il pilastro storico dell’integrazione europea e “siamo determinati a difenderla come politica pienamente comune e autonoma, con un bilancio stabile, indicizzato e adeguato alle nuove sfide”. Lo ha sottolineato Cristiano Fini, confermato presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani per il secondo mandato, nel corso della sua relazione alla nona Assemblea elettiva “Agricoltori custodi di territorio, custodi di futuro”, riunita a Roma all’Auditorium Antonianum.
Dopo le mobilitazioni a Bruxelles e Strasburgo “siamo riusciti a ottenere più risorse” e, proprio la scorsa settimana, alla luce della situazione geopolitica, “il Parlamento Ue ha chiesto un incremento del bilancio 2028-2034 del 10% con ricadute positive anche sui fondi Pac”. Per Fini, questa è la direzione giusta, anche se la battaglia non è ancora finita: “diciamo un deciso no a ogni tentativo di rinazionalizzazione o di inglobare la Pac in un indistinto Fondo Unico, perché significherebbe frammentare le risorse, aumentare i rischi di tagli e mettere in pericolo la sicurezza alimentare europea”.
Una Pac più forte, però, deve anche garantire semplificazione, reddito giusto e sostegno concreto alle aziende più vulnerabili. “La Pac non è una spesa, ma un investimento strategico che deve restituire dignità e prospettiva a chi vive di agricoltura”, ha ribadito Fini. Sul fronte degli accordi commerciali internazionali, altro tema centrale, Cia chiede reciprocità piena e tutela rigorosa del mercato Ue. “Non possiamo accettare accordi che aprano le porte a prodotti realizzati con standard ambientali, sociali e sanitari inferiori ai nostri – ha continuato il presidente – Questo non è libero commercio, ma concorrenza sleale”. T
ra Mercosur e dazi Usa, serve dunque una politica commerciale europea forte, unitaria e capace di proteggere davvero la filiera agroalimentare. “Gli accordi internazionali devono aprire mercati, non far chiudere aziende”, ha concluso Fini.
Ancora, tra le priorità del secondo mandato il rilancio delle aree interne che riconosca le aree rurali non come periferia, ma come componente cruciale del Paese. “Crediamo debba nascere una figura nuova – ha detto Fini – il manager del territorio, un imprenditore agricolo capace di fornire più servizi, attivare reti, interagire con istituzioni e comunità, generare sviluppo locale”. Ma questa trasformazione richiede un investimento deciso in formazione: “dobbiamo creare una scuola permanente dell’agricoltore per formare il capitale umano. Servono corsi specialistici anche su AI e big data. E noi vogliamo formare i tutor digitali rurali all’interno del sistema Cia”. Ma nessun sistema può reggere senza una rete di servizi essenziali. Il divario tra aree urbane e aree interne deve essere colmato e, per farlo, servono: connettività digitale, che non è un optional ma un servizio abilitante; sanità di prossimità, investendo in medicina territoriale e telemedicina; scuole e istruzione come presidi di comunità; politiche abitative con incentivi ai giovani per favorire nuovi residenti; fiscalità di vantaggio con una ZES dedicata”.
