Usa non più alleato affidabile, in Ue avanza la disconnessione digitale
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di Administrator admin  
il 11/07/2026

Usa non più alleato affidabile, in Ue avanza la disconnessione digitale

Roma, 11 lug. (askanews) – Il vertice Nato di Ankara ha mostrato, una volta di più, la difficoltà dell’Europa di interagire con Donald Trump e di fidarsi della nuova amministrazione americana. Il caso più eclatante è quello di Giorgia Meloni, che non ha potuto, alla fine, far altro che ammettere che con il tycoon ‘le cose stanno andando come stanno andando’. Cioè male.

Ma ormai da tempo tra i leader europei, e non solo, è venuta meno la totale fiducia nell’alleato americano. E la risposta che si sta profilando, pur con velocità e determinazioni diverse, è quella della ‘disconnessione’ digitale dagli Usa, almeno nei settori più strategici.

Secondo il Wall Street Journal, autorità di Paesi come Francia e Paesi Bassi starebbero rimuovendo in modo discreto tecnologie statunitensi dai propri sistemi, adottando software open source europei e invitando i funzionari pubblici a non usare più Microsoft Teams o Office. Parallelamente, i governi europei starebbero studiando dove conservare i dati, come processare i pagamenti in caso di nuove tensioni con Washington e quanto le armi prodotte negli Stati uniti possano funzionare senza autorizzazione americana. L’obiettivo è ridurre la dipendenza da tecnologia, infrastrutture digitali e potenza militare statunitensi senza provocare una rottura aperta con Washington.

Un ruolo centrale, secondo il giornale, è stato assunto dal primo ministro canadese Mark Carney, che avrebbe avvertito diversi leader europei che ‘la vecchia America non tornerà’. Carney avrebbe spinto gli alleati a considerare la dipendenza dagli Stati Uniti non come un problema temporaneo legato a Trump, ma come una vulnerabilità strutturale.

Se la Francia è tra i capofila della ‘disconnessione’, l’Italia è al momento più indietro ma la questione inizia a essere oggetto di dibattito. Intanto va ricordato come l’iter di un possibile accordo con Starlink di Elon Musk, che sembrava qualche mese fa ben avviato, si sia bruscamente interrotto. Secondo indiscrezioni, la trattativa avrebbe riguardato un maxi-appalto da 1,5 miliardi di euro per l’utilizzo dei satelliti e per garantire la banda ultralarga nelle zone remote. Tutto però è stato congelato, pare anche a causa dei dubbi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Altro tema è quello di Palantir, l’azienda di sicurezza di Peter Thiel (recentemente entrato in aperto contrasto con Papa Leone XIV). Il deputato del Partito democratico Andrea Casu, insieme a Giuseppe Provenzano, ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere chiarimenti su eventuali rapporti tra il governo e le aziende di Thiel, a partire proprio da Palantir. Thiel, afferma Casu è ‘una figura definita il ‘re della sorveglianza di massa’ che non ha mai nascosto la volontà di ampliare la propria influenza anche nei Paesi europei’. Anche Elisabetta Piccolotti (Avs) ha chiesto ‘l’elenco dei contratti tra il Governo Italiano e Palantir’ e sollecitato Meloni a mettere in campo ‘un piano per convertire le risorse in armamenti in risorse per l’innovazione tecnologica e vieti a questa azienda di avere accesso ai dati delle pubbliche amministrazioni italiane’.

Anche l’Europa si è mossa sulla strada della sovranità digitale, creando non pochi malumori oltreoceano. Il 3 giugno scorso, la Commissione europea ha presentato un complesso e articolato pacchetto di documenti strategici e proposte legislative sulla ‘sovranità tecnologica’ (‘Tech Sovereignty Package’) che conteneva, tra l’altro, una proposta di regolamento dal titolo ‘Cloud and AI development’. Una parte importante del testo del regolamento affronta l’attuale situazione per quanto riguarda il cloud e l’Intelligenza artificiale nell’Ue, ‘caratterizzata da una forte dipendenza da un numero limitato di fornitori stabiliti in paesi terzi’, in realtà pressoché tutti americani (Amazon, Microsoft, Google e Meta). Sono gli ‘hyperscaler’, grandi fornitori di servizi cloud, che possiedono e gestiscono enormi data center, essenziali per il funzionamento e lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale.

E si tratta di una dipendenza crescente: secondo il memorandum esplicativo del regolamento, ‘mentre il mercato Ue per i servizi di cloud computing sta crescendo significativamente – da 70 miliardi nel 2022 a 200 miliardi stimenti per il 2028 -, la quota di mercato dei fornitori europei si è ridotta dal 29% nel 2017 al 15% nel 2022, ed da allora è rimasta stagnante. Attualmente, tre hyperscaler non europei controllano il 70% del mercato del cloud europeo’.

Per risolvere questo problema, la Commissione da una parte prospetta un salto di qualità (e soprattutto di quantità) nella costruzione e nell’aumento delle capacità in Europa delle ‘Gigafactory’ e di tutte la altre infrastrutture necessarie allo sviluppo del cloud e dell’Intelligenza artificiale avanzata, dagli ‘hub’ con i supercomputer, ai centri con vaste risorse di dati e strumenti per il training dell’IA, alle capacità di rete. Vengono anche proposte la designazione di ‘aree di accelerazione dei data center’ e una ‘AI Leadership Initiative’, per promuovere lo sviluppo e l’adozione di modelli di intelligenza artificiale europei, sicuri e trasparenti, basati su soluzioni ‘open source’.

Dall’altra parte, la Commissione propone una serie di misure di certificazione obbligatoria per mitigare o eliminare del tutto la dipendenza da fornitori extra Ue in tutti i settori sensibili ai rischi per la sicurezza e per la sovranità (per esempio sanità, giustizia, settore finanziario, trasporti, pubblica amministrazione, infrastrutture, energia, ordine pubblico, difesa) con una metodologia che individua quattro diversi livelli di gravità dei rischi stessi, entro un ‘quadro unico di sovranità per tutta l’Ue’.

Quali sono questi rischi? Le ‘dipendenze strategiche critiche’, che possono rendere vulnerabili gli attori europei, per esempio nel caso di regimi legali extraterritoriali di paesi terzi (come il ‘Cloud Act’ Usa), potenziali interruzioni nella fornitura dei servizi cloud, le manipolazioni, l’accesso e non autorizzato ai dati sensibili, anche personali, e il controllo sulle infrastrutture, lo spionaggio, anche tecnologico, da parte di attori di paesi terzi, il sabotaggio, ingerenze e influenze indebite politiche ed economiche, compresa la coercizione, da parte di governi esteri. E la lista è ancora lunga. I quattro livelli di certificazione della sicurezza (‘Union Assurance Levels’) che dovranno rispettare i fornitori di servizi di cloud computing secondo i diversi settori sono strutturati in base a valutazioni dei rischi per la sovranità e impongono dei requisiti chiave via via più stringenti dal primo al quarto. Le certificazioni saranno fornite da società di audit indipendente.

Al livello 1 il requisito più importante è quello della localizzazione dei dati, che devono essere elaborati e conservati in infrastrutture all’interno del territorio dell’Ue, ma i fornitori possono anche essere non europei; il livello 2 richiede che i fornitori dei servizi cloud siano indipendenti da paesi terzi, e che assicurino la trasparenza della propria catena del valore; al livello 3 le società fornitrici devono essere di proprietà, o interamente sotto il controllo, di entità dell’Ue, con la possibilità di imporre criteri aggiuntivi, per esempio che il personale sia composto da cittadini europei; la Commissione, tuttavia, può riconoscere l’accesso a questo livello a operatori di paesi terzi che giudica affidabili e rispettosi delle norme dell’Unione; il livello 4, infine, è quello della sovranità assoluta, richiede il controllo totale delle catene del valore dei software dei fornitori del cloud, e l’impossibilità di interferenze di qualunque tipo da paesi terzi. Questo livello riguarda, ad esempio, le infrastrutture critiche, e naturalmente la giustizia, la sicurezza e difesa, e la gestione delle frontiere.

Un capitolo del regolamento, infine, è dedicato alle procedure per gli appalti pubblici, con restrizioni che sono considerate necessarie per proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza. L’accesso agli appalti verrà concesso solo ai fornitori di servizi di cloud computing per i quali sia certificato un grado appropriato di sicurezza, tra i livelli 2 e 4 (escluso, dunque, il livello 1).

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

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