Hic sunt peones, la settimana terribile di Giorgia Meloni
AskaNews
di admin Administrator  
il 18/07/2026

Hic sunt peones, la settimana terribile di Giorgia Meloni

Roma, 18 lug. (askanews) – Giorgia Meloni ha scoperto suo malgrado, questa settimana, la forza dei peones, quei parlamentari “semplici” di seconda se non terza fascia che eseguono gli ordini, ma solo fino a che questi non sono in contrasto con i loro interessi. Soprattutto quando si avvicinano le elezioni. Il termine peones deriva dallo spagnolo peón, che in origine indicata il bracciante agricolo o il soldato a piedi. Il termine è stato utilizzato in Italia, nel linguaggio giornalistico e politico, dagli anni Settanta, riprendendolo dal lessico parlamentare anglosassone e sudamericano. Meloni non è certo la prima a dover fare i conti con questa categoria: il suo illustre predecessore Mario Draghi, per fare l’esempio più recente, ha perso il Quirinale per non aver tastato il polso dei peones.

Martedì 14 luglio (anniversario della rivoluzione francese, peraltro) i peones hanno colpito duro. Alla Camera dei deputati è iniziato il percorso della legge elettorale. La premier ha voluto a tutti i costi presentare un emendamento per il ripristino delle preferenze, depositato da Fdi, Noi moderati e Udc. Non da Lega e Forza Italia che, invece, le preferenze non le vogliono. In realtà si trattava di preferenze un po’ “finte”: per cercare di garantirsi il via libera, Meloni aveva tentato un compromesso: i capilista sarebbero rimasti bloccati, cioè scelti dai partiti, per gli altri invece avanti con le preferenze, ma non libere: da scegliere a crocette tra una lista. Quindi sostanzialmente preferenze ma pilotate, almeno in parte, dai leader. Non sarebbe stato previsto un requisito di genere, con quote obbligatorie tra uomini e donne, per i capilista. Cosa che ha creato la rabbia, piuttosto trasversale, tra le parlamentari.

Ufficialmente, a poche ore dal voto, la presidente del Consiglio ha avuto il via libera di Lega e Forza Italia ma Antonio Tajani e Matteo Salvini l’hanno avvertita: “Attenta, che se c’è il voto segreto non sappiamo come va a finire”. E voto segreto c’è stato, chiesto dalle opposizioni che per una volta sono state unite e hanno azzeccato la strategia parlamentare. Meloni è finita impallinata (per un voto) dai “franchi tiratori”, le opposizioni hanno festeggiato e chiesto, un po’ ritualmente, le dimissioni, mentre lei ha reagito con rabbioso vittimismo, scrivendo che ha vinto “la palude”, accusando la sinistra che ha “voluto il voto segreto” ma anche la maggioranza in cui “sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione”.

A caldo, riferisce chi l’ha sentita in quelle ore, ha pensato addirittura a mollare, anche consigliata da alcuni dei suoi. Ma poi ha deciso di andare avanti, nonostante tutto. Ne è prova il fatto che, in segreto, il partito è al lavoro per organizzare una grande festa il 4 settembre, data in cui (salvo rovesci) il suo diventerà il governo più longevo della storia della Repubblica.

Dalla vicenda di martedì, comunque, si possono trarre alcuni dati politici:

1) la legge elettorale, alla fine approvata nel suo testo iniziale, ha ampie possibilità di finire sul binario morto al Senato;

2) Tajani e Salvini non controllano più i loro parlamentari. O se li controllano allora vuol dire che Meloni non controlla più loro;

2 bis) probabilmente la risposta al 2) è un mix: in Parlamento è dato per acclarato che tra almeno una parte di forzisti e le opposizioni la strategia sia stata concordata;

3) per i peones è scattato il momento delle mani libere: d’ora in poi il sostegno granitico della maggioranza al governo non è scontato;

4) dati alla mano, sull’emendamento delle preferenze sono mancati voti di leghisti e forzisti, ma pure in Fratelli d’Italia ci sono state defezioni. Anche in quel partito, dunque, ci sono movimenti;

5) alla vigilia Meloni aveva “minacciato” i due alleati dicendo che se non fosse passato l’emendamento avrebbe portato tutti al voto. L’emendamento non è passato ma il governo c’è ancora. Al di là della legittima aspirazione al record di longevità, la premier sa che l’Italia è ancora una repubblica parlamentare in cui il pallino delle elezioni ce l’ha in mano il presidente della Repubblica. L’arma del voto è dunque spuntata, anche perché per i peones alla prima legislatura la ‘pensione’ scatta ad aprile dell’anno prossimo.

6) attenzione a sottovalutare la leonessa ferita: su un altro emendamento per le preferenze, questa volta “pure”, votato (e respinto) mercoledì la presidente del Consiglio ha mandato un messaggio chiaro ai naviganti del centrodestra: presentato da Futuro nazionale di Vannacci, l’emendamento è stato votato dai seguaci del generale e, compattamente, da Fratelli d’Italia. Non era, sin qui, mai successo.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

[Colpita dai franchi tiratori, da martedì niente è più come prima|PN_20260718_00069|nl50| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/07/20260718_202434_FF5B9F4A.jpg |18/07/2026 20:24:40|Hic sunt peones, la settimana terribile di Giorgia Meloni|Governo|Politica, Europa Building]

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