Acqua, Maeci: agricoltura usa il 70% delle risorse idriche globali
Rimini, 21 ago. (askanews) – Il settore agricolo utilizza circa il 70% delle risorse idriche globali, con perdite che nei sistemi tradizionali di irrigazione a superficie raggiungono punte del 40-60%. E’ il dato al centro dell’incontro ‘Agricoltura blu. Innovazione e sostenibilità verso l’efficienza idrica’, promosso al Meeting di Rimini dalla Cooperazione italiana allo sviluppo, che nel settore si muove secondo i principi della gestione integrata delle risorse idriche: uso efficiente dell’acqua per massimizzare la resa delle colture, riduzione degli sprechi, protezione degli ecosistemi e resilienza climatica.
“L’acqua è un elemento essenziale ed è un settore in cui siamo molto impegnati sotto diversi profili: prima di tutto nella realizzazione di infrastrutture e grandi dighe, adattandoci alle abitudini e ai contesti locali nei quali operiamo, a partire dall’Africa”, ha detto Marco Riccardo Rusconi, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, citando anche l’agroindustria e la formazione: “Siccome al centro della cooperazione ci sono le persone, una cosa fondamentale è il trasferimento delle conoscenze”. Tra i progetti in corso, Water Knowledge in Egitto e Tanit in Tunisia, per il recupero delle acque reflue e la rimessa a coltura di terreni abbandonati: “Se non collaboriamo, si rischia di avere conflitti a causa della mancanza di acqua”.
Sulla stessa linea Biagio Di Terlizzi, direttore del Ciheam Bari: “L’acqua non è un problema, è una risorsa: ma essendo una risorsa condivisa e strategica ha bisogno di attenzione e di una crescita della conoscenza su come possa essere meglio utilizzata”. Il rischio, ha spiegato ad askanews, è che un bene condiviso anche tra più paesi “diventi un fattore in grado di generare frizioni. Dobbiamo evitare che questo accada: ecco dove è importante creare una diplomazia, che significa creare dialogo e condizioni che diventino di sviluppo”. Portando le acque affinate nei territori abbandonati, ha aggiunto, “quell’economia gialla, un’economia di altissima resilienza e difficoltà, riceve l’acqua e si trasforma in un’economia verde: ci saranno nuove produzioni e la possibilità che ritornino le persone e le comunità”.
Lo scenario demografico è stato tracciato da Marco Arcieri, presidente dell’International Commission on Irrigation and Drainage: “Il mondo è cambiato e continua a cambiare con velocità e imprevedibilità inusitate. L’Africa raddoppierà la popolazione nel giro di pochi anni. Dobbiamo produrre il 50% di cibo in più entro il 2050, con una disponibilità di risorsa idrica sempre più limitata”. Quattro i punti cardine indicati: innovazione in agricoltura anche attraverso l’intelligenza artificiale, empowerment femminile, coinvolgimento dei giovani, riuso e desalinizzazione. “Negli anni Sessanta due terzi della popolazione mondiale viveva nelle aree rurali, nel 2000 il rapporto era paritetico, la previsione per il 2050 è che due terzi vivano in aree urbane. Chi saranno gli agricoltori del futuro? Non si può lasciare l’agricoltore in balia degli alti e bassi dei mercati”, ha avvertito.
Per Elena Bresci, docente e coordinatrice del Water Harvesting Lab dell’Università di Firenze, decisivi sono la partecipazione degli stakeholder e l’interdisciplinarità: “All’acqua non sono legate solo irrigazione e agricoltura, ma anche le persone e gli ecosistemi: dobbiamo mettere in atto strategie che tengano conto di tutto il percorso che fa dalla pioggia alla raccolta”, combinando modellistica previsionale e lavoro sul campo. Sandro De Luca, vicepresidente del Cisp, ha portato l’esperienza del Malawi, dove dal 2012 è attivo un programma per la trasformazione dei sistemi alimentari, con opportunità in particolare per la coltura del riso.
