La Cina può vincere la corsa all’Ia senza avere i chip migliori
Roma, 29 ago. (askanews) – La Cina potrebbe vincere la corsa globale all’Ia senza costruire il modello più potente del mondo e, forse, persino senza riuscire a colmare completamente il divario con gli Stati uniti nei semiconduttori più avanzati. Perché, a quasi quattro anni dall’esplosione di ChatGPT, sta diventando sempre meno evidente che la vittoria debba essere assegnata a chi dispone della maggiore potenza di calcolo o occupa per qualche mese il primo posto nei benchmark. La vera partita potrebbe giocarsi sul prezzo, sulla diffusione dei modelli, sulla capacità di integrarli nell’economia reale e, soprattutto, sulla conquista degli sviluppatori del resto del mondo.
Da questo punto di vista il quadro è molto meno rassicurante per Washington di quanto suggeriscano gli investimenti miliardari della Silicon Valley. Secondo lo Stanford AI Index 2026, il divario di prestazioni tra i migliori modelli americani e quelli cinesi si è ormai sostanzialmente chiuso: a marzo il migliore modello Usa conservava un vantaggio del 2,7%, dopo che dall’inizio del 2025 sistemi americani e cinesi si erano alternati ai vertici delle classifiche. Gli Stati uniti continuano a produrre più modelli di primo piano – 59 nel 2025 contro 35 della Cina – ma Pechino è già davanti per numero di pubblicazioni, citazioni e brevetti concessi nel settore.
Il cambiamento più importante, tuttavia, è strategico. OpenAI, Anthropic e in buona parte Google puntano sui loro sistemi più avanzati come prodotti proprietari, controllandone accesso, prezzi e infrastruttura. DeepSeek, Alibaba con Qwen, Moonshot con Kimi, Z.ai con GLM e altri gruppi cinesi hanno invece trasformato i modelli open-weight – dei quali cioè vengono resi disponibili i parametri – nell’arma principale per aggirare il vantaggio americano nella potenza di calcolo. Non è tanto una scelta ideologica, quanto una maniera di scaricare su cloud, aziende e utenti stranieri una parte del costo dell’infrastruttura necessaria a far funzionare i modelli.
Il risultato è che un modello cinese può essere scaricato, modificato e fatto girare su server situati in Europa, Medio Oriente, Africa o America latina senza che l’utilizzatore debba necessariamente dipendere da un centro dati cinese. E soprattutto senza pagare per ogni operazione il proprietario del modello. Secondo Hugging Face, la principale piattaforma mondiale per la distribuzione di modelli aperti, quelli sviluppati in Cina hanno ormai superato quelli americani sia nei download mensili sia nel totale e hanno rappresentato il 41% dei download nell’ultimo anno.
Per un ministero africano, una startup indonesiana o una piccola azienda europea, la domanda non è necessariamente se un modello cinese ottenga due punti in meno di Claude o di ChatGPT nell’ultimo test disponibile. Conta se costa un decimo, se può essere installato localmente, se può essere adattato alla propria lingua e se non comporta il rischio che un cambiamento delle regole deciso a Washington o in California ne interrompa improvvisamente l’accesso.
Lo stesso fenomeno comincia a manifestarsi nei programmi nazionali di ‘Ia sovrana’. I modelli americani restano ancora la base prevalente e Llama di Meta mantiene un forte vantaggio, ma Alibaba Qwen è già utilizzato in progetti nazionali in paesi come Egitto, Singapore, Thailandia, Uganda ed Emirati arabi uniti. La partita, quindi, non è affatto decisa, ma per la prima volta l’infrastruttura software cinese sta entrando in sistemi costruiti da paesi terzi che cercano di ridurre la dipendenza dalle grandi piattaforme statunitensi.
La produzione video mostra ancora più chiaramente dove potrebbe portare questo modello. Nella classifica text-to-video con audio di Artificial Analysis, Wan 3.0 di Alibaba è al primo posto davanti a Gemini Omni Flash di Google; tra i primi cinque figurano inoltre un modello realizzato dalla americana Fal a partire da MiniMax H3, lo stesso MiniMax H3 e Seedance 2.0 di ByteDance. Nell’editing video Wan 3.0 e MiniMax H3 occupano i primi due posti. Non si tratta più, dunque, semplicemente di replicare tecnologie nate negli Stati uniti. In alcuni segmenti la frontiera si è già spostata in Cina.
Qui Pechino dispone inoltre di qualcosa che non può essere misurato in numero di Gpu. ByteDance, Kuaishou e le altre piattaforme cinesi operano dentro un mercato gigantesco di video brevi, commercio elettronico, serie verticali e contenuti creati direttamente per smartphone. Possono quindi sperimentare rapidamente, osservare cosa viene effettivamente utilizzato e trasformare il modello in prodotto. Kling AI di Kuaishou ha generato nel solo secondo trimestre oltre 109 milioni di euro di ricavi, con una crescita superiore al 200% rispetto a un anno prima. L’Ia generativa cinese sta insomma cominciando a produrre non soltanto benchmark, ma fatturato.
Persino Nvidia sembra riconoscere implicitamente questa realtà. Il gruppo americano sta lavorando per rendere modelli come Qwen e DeepSeek sempre più efficienti sul proprio hardware. Nei documenti depositati presso le autorità di Borsa, Nvidia avverte esplicitamente che eventuali restrizioni americane al supporto di modelli cinesi come DeepSeek, Qwen o Kimi potrebbero avere un impatto rilevante sui suoi affari. Si tratta di vero paradosso: Washington cerca d’impedire alla Cina di ottenere i migliori processori Nvidia, mentre Nvidia ha interesse a evitare che i modelli cinesi finiscano per funzionare meglio sui processori di Huawei o di altri concorrenti nazionali.
I controlli sulle esportazioni restano comunque il maggiore punto debole cinese. Gli Stati uniti dispongono di un vantaggio enorme nei centri dati, nei semiconduttori e soprattutto nel capitale. Nel 2025 gli investimenti privati nell’Ia negli Stati uniti hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari, contro appena 12,4 miliardi in Cina: un rapporto di oltre 23 a uno, anche se le statistiche occidentali sottostimano probabilmente l’intervento dei fondi pubblici e para-pubblici cinesi. Gli Stati uniti ospitano inoltre oltre 5.400 data center, più di dieci volte quelli di qualsiasi altro paese.
I controlli non sono neppure impermeabili. Un’inchiesta annunciata questa settimana a Taiwan sull’esportazione illegale verso clienti cinesi di server equipaggiati con processori Nvidia B300 mostra quanto sia difficile controllare una catena tecnologica globale: secondo i procuratori, dei 130 server acquistati attraverso documentazione che ne prevedeva l’utilizzo a Taiwan, 74 sarebbero arrivati in Cina direttamente o attraverso Indonesia, Giappone e Hong Kong. Ma sarebbe sbagliato concluderne che le sanzioni non funzionino. Hanno reso più costoso l’accesso cinese alla potenza di calcolo avanzata e hanno costretto i laboratori del paese a spremere maggiori prestazioni da risorse inferiori.
Si tratta di uno degli effetti imprevisti della strategia americana: la scarsità di chip ha spinto le aziende cinesi verso architetture più efficienti, distillazione, ottimizzazione dell’inferenza e modelli aperti. Invece di tentare semplicemente di replicare l’enorme macchina finanziaria e computazionale di OpenAI o Anthropic, Pechino sta cercando di cambiare il terreno sul quale viene combattuta la gara.
La strategia è ormai anche politica. A luglio Xi Jinping ha definito i modelli aperti una ‘rara opportunità storica’ e ha collegato esplicitamente lo sviluppo dell’Ia alla trasformazione dell’industria e alla sua diffusione in tutti i settori dell’economia. Il programma ‘Ia+’ viene esteso alla manifattura e persino le politiche del lavoro del nuovo piano quinquennale prevedono forme di collaborazione tra uomo e macchina. L’obiettivo non è soltanto avere una ChatGPT cinese, ma portare l’Ia dentro fabbriche, logistica, commercio, amministrazione e servizi.
Naturalmente anche la strategia cinese presenta debolezze profonde. Chi distribuisce gratuitamente i propri pesi rinuncia a una parte dei ricavi e, soprattutto, dei dati sull’utilizzo che OpenAI, Anthropic e Google raccolgono attraverso i propri servizi. I modelli americani possono creare ecosistemi chiusi, abbonamenti, servizi cloud, agenti e relazioni dirette con le imprese. Restano poi il problema della censura incorporata nei sistemi cinesi, i dubbi sulla sicurezza, la protezione della proprietà intellettuale e, soprattutto, la fiducia: governi e grandi imprese potrebbero non voler costruire infrastrutture strategiche su tecnologie sviluppate sotto la giurisdizione di Pechino.
Per questo parlare oggi di una vittoria cinese sarebbe prematuro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato continuare a misurare la corsa all’Ia soltanto contando chip, miliardi investiti o primati temporanei nei benchmark. L’ecosistema cinese dei modelli open-weight ha ormai raggiunto una diffusione capace di modificare le dipendenze tecnologiche mondiali e persino l’enorme vantaggio finanziario americano non garantisce automaticamente che il resto del pianeta scelga sistemi americani.
La corsa potrebbe quindi concludersi senza un unico vincitore. Gli Stati uniti potrebbero mantenere i modelli più potenti, i chip migliori e le aziende di maggior valore, mentre la Cina potrebbe conquistare una parte crescente dell’Ia utilizzata quotidianamente nel resto del mondo. E se milioni di sviluppatori cominciassero a costruire software, imprese e servizi partendo da Qwen, DeepSeek, Kimi o GLM, a quel punto stabilire chi abbia il modello numero uno conterebbe molto meno. Nella storia della tecnologia, infatti, non ha sempre vinto il prodotto migliore: molto spesso ha vinto quello diventato lo standard.
