Islanda boccia il ritorno ai negoziati per entrare nell’Ue
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di Administrator admin  
il 30/08/2026

Islanda boccia il ritorno ai negoziati per entrare nell’Ue

Roma, 30 ago. (askanews) – L’Islanda resta fuori dall’Unione europea e, almeno per ora, chiude nuovamente la porta a Bruxelles. Gli islandesi hanno respinto nel referendum di sabato la proposta di riprendere i negoziati di adesione interrotti oltre un decennio fa: secondo i risultati diffusi dall’emittente pubblica RUV, il 52,5% ha votato “no” e il 47,5% “sì”. Il conteggio non è ancora formalmente concluso in una delle sei circoscrizioni, ma i voti rimasti da scrutinare non sono sufficienti a rovesciare l’esito.

Non si votava direttamente sull’ingresso nell’Ue, ma sull’opportunità di riaprire il negoziato con Bruxelles. In caso di vittoria del “sì”, un eventuale accordo finale sarebbe stato comunque sottoposto a un secondo referendum. Il voto rappresenta quindi soprattutto una scelta politica sulla direzione che il Paese intende prendere e infligge una battuta d’arresto al progetto sostenuto dalla premier socialdemocratica Kristrun Frostadottir e dal ministro degli Esteri Thorgerdur Katrin Gunnarsdottir, leader del partito liberale Vidreisn. Il referendum era uno degli impegni assunti dalla coalizione salita al potere alla fine del 2024, composta da Alleanza socialdemocratica, Vidreisn e Partito del popolo.

Il risultato mette in evidenza anche una profonda frattura geografica. Reykjavik ha scelto con decisione di tornare al tavolo europeo: nella circoscrizione settentrionale della capitale il “sì” ha raggiunto il 57,5%, in quella meridionale il 54,5%. Ma fuori dalla capitale il rapporto si è rovesciato. Nel sud del Paese il “no” ha superato il 60%, così come nelle regioni settentrionali e occidentali. E’ una divisione che riflette in larga misura la diversa percezione degli interessi economici islandesi: più favorevoli all’integrazione europea gli elettori urbani, più diffidenti le comunità legate alla pesca, all’agricoltura e allo sfruttamento delle risorse naturali.

Ed è soprattutto il pesce ad aver pesato sul voto. Il controllo delle acque territoriali e delle quote di pesca è da decenni uno dei punti più sensibili del rapporto fra Reykjavik e Bruxelles. Per gli oppositori dell’adesione, accettare la politica comune della pesca dell’Ue significherebbe esporsi al rischio di perdere almeno in parte il controllo di una risorsa considerata non soltanto economica, ma quasi costitutiva della sovranità islandese. La leader del Partito dell’indipendenza Gudrun Hafsteinsdottir, uno dei principali volti del fronte del “no”, aveva sostenuto durante la campagna che eventuali concessioni ottenute da Bruxelles non avrebbero garantito una tutela permanente degli interessi islandesi. La pesca rappresenta ancora quasi il 40% delle esportazioni di beni del Paese.

Sul fronte opposto, i sostenitori del negoziato avevano insistito soprattutto sull’economia. L’Islanda continua a fare i conti con un costo del denaro molto superiore a quello dell’eurozona: il tasso di riferimento della banca centrale islandese è all’8%, contro il 2,25% della Banca centrale europea. Per il fronte europeista, l’adesione all’Ue e, in prospettiva, l’adozione dell’euro avrebbero potuto ridurre la vulnerabilità della corona islandese, contribuire ad abbassare i tassi e rendere meno onerosi mutui e prestiti. Gli avversari hanno replicato che inflazione, costo della vita e squilibri dell’economia devono essere affrontati a Reykjavik, non delegati a Bruxelles.

La scelta era resa più complessa dal fatto che l’Islanda è già uno dei Paesi non membri più strettamente integrati con l’Unione. Fa parte dello Spazio economico europeo dal 1994, dell’Associazione europea di libero scambio e dell’area Schengen, partecipa al mercato unico e applica una quota consistente della normativa europea. Partecipa inoltre a numerosi programmi e agenzie dell’Ue, ma senza diritto di voto nelle istituzioni che elaborano quelle regole. Era proprio questo uno degli argomenti del “sì”: trasformare l’Islanda, in sostanza, da Paese che recepisce molte decisioni europee a Paese che contribuisce a prenderle.

Il rapporto con Bruxelles è una questione irrisolta dalla grande crisi finanziaria del 2008, che colpì con particolare violenza il sistema bancario islandese. Reykjavik presentò domanda di adesione nel luglio 2009 e i negoziati cominciarono l’anno successivo. Il percorso arrivò a uno stadio relativamente avanzato: furono aperti 27 capitoli negoziali e 11 vennero provvisoriamente chiusi. Dopo il cambio di governo del 2013, tuttavia, i colloqui furono congelati e nel marzo 2015 Reykjavik comunicò all’Ue di non voler più essere considerata un Paese candidato. Pesavano già allora le divergenze sulla pesca, sull’agricoltura e sulla gestione delle risorse naturali.

A riportare la questione europea al centro della politica islandese sono stati negli ultimi anni anche fattori geopolitici. La guerra in Ucraina, le tensioni commerciali internazionali e la crescente competizione strategica nell’Artico hanno alimentato tra i sostenitori dell’adesione l’idea che un piccolo Paese di circa 400.000 abitanti avrebbe maggiore capacità di tutela all’interno dell’Ue. Reykjavik è già membro della Nato e occupa una posizione cruciale nel Nord Atlantico, fra Europa, Groenlandia e Nord America. Nel dibattito sono entrate anche le ripetute dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia, che hanno riportato in primo piano il tema della sicurezza e degli equilibri nell’Artico. Ma nelle urne gli argomenti della sovranità economica e del controllo delle risorse hanno avuto la meglio sulle considerazioni strategiche.

Frostadottir aveva definito il referendum un momento decisivo, spiegando che una vittoria del “no” avrebbe significato accantonare nuovamente la questione dell’adesione. Alla vigilia del voto aveva assicurato che avrebbe rispettato qualunque decisione degli elettori e sottolineato che, anche in caso di apertura del negoziato, l’ultima parola sarebbe comunque spettata nuovamente agli islandesi. La premier ha inoltre indicato nell’elevata partecipazione al voto un segnale della forte mobilitazione del Paese su una questione che lo divide da decenni.

Per Bruxelles il risultato è una delusione anche simbolica. L’Islanda era considerata uno dei possibili allargamenti meno problematici: è una democrazia consolidata, soddisfa da tempo i criteri politici europei e ha già recepito una parte molto ampia dell’acquis comunitario. Una sua adesione avrebbe inoltre rafforzato la presenza dell’Ue nell’Artico in una fase di crescente competizione nella regione. Gli elettori islandesi hanno però scelto ancora una volta un modello diverso: rimanere strettamente legati al mercato e alle strutture europee, mantenendo al tempo stesso fuori da Bruxelles le decisioni considerate più direttamente connesse alla sovranità nazionale.

[Il 52,5% dice no. Pesano pesca e sovranità, Reykjavik vota sì|PN_20260830_00002|in04 rj01| https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/08/20260830_114259_7069978D.jpg |30/08/2026 11:43:15|Islanda boccia il ritorno ai negoziati per entrare nell’Ue|Ue|Estero]

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