Il “Discorso all’Europa”, l’eredità lasciata da Emma Bonino
Roma, 13 set. (askanews) -E’ morta venerdì 11 settembre a Roma, all’età di 78 anni, Emma Bonino. I funerali di Stato della leader radicale si terranno in Campidoglio a Roma martedì 15, ma già da domenica 13 la camera ardente è allestita sempre in Campidoglio.
Bonino è stata una figura centrale per la politica italiana, ma forse lo è stata anche più per quella europea. A Bruxelles era arrivata nel 1995, commissaria europea (alla politica dei consumatori, aiuto umanitario e pesca) indicata dal primo governo Berlusconi che ne apprezzava le doti. Al contrario, per dire, di Matteo Renzi che arrivato al governo non la confermò al Ministero degli Esteri preferendole Federica Mogherini.
L’Europa è stata al centro dell’attività politica di Bonino, che non a caso ha fondato il partito +Europa, salvo poi allontanarsene.
Bonino ha più volte tratteggiato la sua idea di Europa, partendo di una frase, che amava, di Adenauer: “L’Europa è stata la visione di pochi, è diventata una realtà per molti, diventerà una necessità per tutti”. Per lei siamo entrati nella terza fase, che avrebbe dovuto necessariamente portare agli Stati Uniti d’Europa. Nel famoso “Discorso all’Europa” del 9 maggio 2019 – in occasione delle elezioni europee che la vedevano “spitzenkandidaten” (candidata alla presidenza della Commissione) dell’Alde, il gruppo euroliberale – indica quella che, secondo lei, è la rotta da seguire.
Incredibilmente, risentendolo, si vede come a distanza di 7 anni il contesto non è cambiato: si è affermato, diceva, un “modello di leadership aggressiva e unilateralista, vale per la Russia di Putin, per la Cina di Xi, è vero per gli Usa di Trump”, leader che “lasciano gli europei attoniti per la brutalità con cui perseguono gli interessi nazionali”. L’Europa “è precipitata nell’incubo di un girone infermale di paesi instabili e senza pace”. E in questo contesto “cosa può influire la posizione nazionale? Ciascuno per sé come pensiamo di poter contribuire? Chi se non l’Ue può agire da interlocutore con attori che hanno una dimensione continentale? Se qualcuno ci può provare si chiama Ue. E dire che ci vuole più Europa può sembrare un risibile eccesso di zelo ma non lo è”.
“Tutti gli Stati membri hanno i loro momenti di difficoltà o di tripudio nazionale da scaricare sul progetto comune”, diceva, e con il principio del voto all’unanimità “basta uno” per bloccare tutto. “C’è un rimedio? Certo, basterebbe passare al voto a maggioranza qualificata su tutte o gran parte delle decisioni. Superare i veti nazionali è fondamentale” ma “richiede forte volontà politica e guardando in giro non la vedo”.
Si muovevano “sentimenti anti-europei in giro per l’Europa e l’Italia non fa eccezione. Pare che vogliamo tutti un’Europa più coesa, più efficace, più solidale, più visibile sulla scena mondiale, più attenta ai bisogni dei cittadini” ma “rischiano di rimanere slogan se non accompagnati da proposte credibili”. Certo, “ci vuole coraggio e visione per promuovere sogni che sembrano irrealizzabili”.
“L’Europa deve cambiare non perché lo chiedono i sovranisti ma perché è cambiato il contesto in cui si troverà negli anni a venire”, affermava, criticando gli slogan sovranisti: “Prima gli italiani, prima i francesi, prima i tedeschi, prima i polacchi, e alla fine saremo tutti ultimi e ininfluenti”.
“L’Ue è come una barca in mezzo al guado, ricordiamo qual è la sponda da cui siamo partiti e quella a cui dobbiamo arrivare: gli Stati Uniti d’Europa. Ma quando siamo partiti i nostri padri e madri non immaginavano quanto sarebbe stato duro remare uniti e quanto l’altra sponda sia lontana. Lo è” ma “la strada percorsa è stata tanta e i risultati conseguiti rilevanti, ma li diamo per scontati. E invece no: immaginereste un’Europa senza mercato unico, senza libertà di circolazione, senza una moneta scambiabile ovunque? Non è ancora l’Europa che abbiamo sognato ma siamo molto più vicini al punto di arrivo che al punto di partenza. Le difficoltà servono da alibi ai nemici dell’Europa” e “io credo che se vogliamo ripartire, e lo dobbiamo, dobbiamo aver chiaro dove siamo, dove vogliamo arrivare, dove abbiamo sbagliato. Bisogna trovare nuove motivazioni, disegnare l’Ue dei prossimi 60 anni, più forte, più integrata, più democratica. Cambiare e andare avanti si può. Un’Europa che risponda anche con umiltà alle paure dei cittadini europei”.
Bonino infine tratteggiava la sua proposta: “Il superamento del voto all’unanimità è fondamentale, così come dare al Parlamento europeo una capacità propositiva. Basterebbe questo? Sarebbe moltissimo ma temo di no, ci vuole un progetto di un’Europa realmente federale, un governo europeo, un sistema di difesa comune, una politica estera comune, una politica comune di gestione dei flussi migratori, un sistema di asilo comune efficiente perché la protezione è prima di tutto delle persone”. Protezione anche “dal bisogno” e quindi “un sistema di welfare europeo che integri i sistemi nazionali, in un mercato del lavoro interconnesso in cui le barriere tra territori, professioni, sistemi pensionistici siano progressivamente rimossi”. E poi un “sistema di accordi commerciali che mettano le regole al primo posto, che combattano il dumping sociale”; “c’è chi dice dazi, protezionismo” ma “è davvero il mondo delle guerre commerciali quello che volete?”
Risentiamolo ogni tanto quel discorso (si trova su Radio Radicale), quella passione per un progetto, l’Europa, che ancora è in mezzo al guado, se non, oggi, un po’ più indietro rispetto al 2019.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli




