Pubblicato il

«Una Regione alla mercé delle lobby dell’idroelettrico»

«Una Regione alla mercé delle lobby dell’idroelettrico»

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta delle associazioni ambientaliste valdostane

Le imprese dell’idroelettrico hanno presentato nei mesi scorsi al Tribunale Superiore Acque Pubbliche un ricorso contro la moratoria alla realizzazione di nuove centrali che la Regione Valle d’Aosta ha introdotto nel dicembre 2016.

Ricordiamo che la Valle d’Aosta contribuisce alla produzione nazionale di energia idroelettrica con una produzione media annua di 3.000 milioni di KW, con un totale di 226 impianti di grandi e medie dimensioni, risalenti i più grandi al secolo scorso, (dati PEAR del 2013 oggi ampiamente superati).

Negli ultimi vent’anni, sotto la spinta degli incentivi alle energie rinnovabili, si sono aggiunte numerosissime centrali piccole e medie il cui apporto alla produzione totale resta però limitato.

Nel periodo 2001-2010 le 86 nuove concessioni rilasciate per impianti inferiori ai 1000 KW hanno aumentato la potenza nominale media di soli 11,7 MW a fronte dei 530 MW già installati.

L’aumento irrisorio della produzione non compensa i danni ambientali provocati dalle piccole centrali.

I danni ambientali sono evidenti in quanto i nuovi impianti riguardano anche i torrenti di maggior pregio e le situazioni geomorfologiche più fragili.

La Regione, infatti, non ha provveduto ad individuare le aree non idonee alla realizzazione degli impianti idroelettrici, come suggerito dalla Legge 387 del 2003. Tutti i corsi d’acqua della regione sono stati e sono a tutt’oggi disponibili (fatta salva la moratoria in premessa) ai prelievi di acqua per il loro intero percorso, nonostante ciò sia in contrasto con le norme europee.

La Direttiva 2000/60/CE fornisce precise indicazioni sulla tutela delle acque, norme che lo Stato ha iniziato a far rispettare nei fatti, a seguito dell’apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione Europea, solo con i recenti DM n.29 e n. 30 del febbraio 2017 “Linee guida concernenti il calcolo del deflusso ecologico e la valutazione ambientale delle derivazioni idriche” (linee guida che devono ancora essere recepite dalle Autorità di Bacino e dalle Regioni).

Nel frattempo l’unico fiume della regione, la Dora Baltea, e tutti i torrenti sono stati derivati, in parte o completamente, a servizio degli impianti idroelettrici, con un degrado ambientale e paesaggistico molto importante per una regione che basa la sua economia in modo preponderante sul turismo.

I torrenti più importanti sono derivati in percentuali che vanno dall’83% al 100% del proprio percorso, come emerso nel procedimento di aggiornamento del Piano Tutela delle Acque (PTA) tuttora in corso e di cui si prevede la conclusione entro la fine dell’anno.

Restano liberi solo alcuni tratti di torrenti di alta montagna nella loro parte iniziale, quegli “head-rivers” che l’Europa raccomanda di preservare. L’Europa richiede anche di salvaguardare i torrenti di qualità elevata ma, poiché ai sensi delle normative attuali questa “qualità” dipende solo dalla qualità chimico-fisica delle acque, non risulta che un torrente subisca degrado dalla sottrazione di acqua. Motivo per cui le derivazioni risultano spesso non avere nessun impatto sullo stato dei torrenti.

Ai corsi d’acqua che vengono derivati a scopo idroelettrico deve solo essere garantito il Deflusso Minimo Vitale, calcolato, fino a quando non sarà reso applicativo il citato DM n.30, in una quantità (quella prevista dal PTA del 2006) troppo bassa per poter garantire la vita ecologica del corso stesso.

Deflusso Minimo Vitale che in tante occasioni nella nostra regione non è stato rispettato. Gli uffici regionali, da anni impegnati (con grande onere lavorativo) a rispondere alle richieste di concessioni e ad esaminare i numerosissimi progetti, sono stati sovente carenti nel controllo del rispetto del DMV. Ma anche quando hanno controllato e riscontrato dei prelievi scorretti (su 121 impianti monitorati il 20% sfora) le norme vigenti hanno permesso loro di sanzionare gli inadempienti solo con ammende pecuniarie di entità irrisoria rispetto al profitto che il prelievo eccessivo aveva generato all’impresa.

Lo stesso Gestore dei Servizi Energetici (GSE) quando, dopo un controllo che ha verificato irregolarità in 10 su 14 impianti visionati, ha voluto recuperare gli incentivi che le imprese avevano introitato illecitamente (più di 10 milioni di euro), prelevando più acqua di quanto concessionato, si è scontrato con gli impresari interessati.

Impresari che negli anni hanno accumulato ingenti profitti, grazie agli incentivi, e sovente hanno realizzato degli impianti che senza gli incentivi non avrebbero avuto alcun interesse economico. Profitti finiti nei paradisi fiscali mentre alle popolazioni, deprivate della loro risorsa “acqua”, sono rimaste solo le briciole rappresentate dai canoni.

Alla luce della situazione illustrata, il ricorso attuale, presentato da quegli stessi impresari che da anni si arricchiscono a spese dei cittadini tramite gli incentivi pagati dallo Stato sfruttando le risorse dei territori, dimostra l’arroganza di una categoria che pensa di poter rivendicare le prerogative che sono state loro concesse facendole diventare una fonte di diritto da imporre alle istituzioni, il “diritto al profitto privato”, a scapito dei beni comuni e delle risorse pubbliche.

Chiediamo pertanto alle autorità in indirizzo:

– di voler adeguare il Regio Decreto del 1933, che regola a tutt’oggi i rapporti economici delle amministrazioni con le imprese e le relative sanzioni, alla situazione attuale;

– di voler garantire l’applicazione delle norme europee di tutela delle acque fin da subito, o comunque, prima che la totalità dei torrenti sia completamente compromessa.

 

ULTIME NOTIZIE