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Droga: condannata la mamma-pusher della valle del Lys

Droga: condannata la mamma-pusher della valle del Lys

Il collegio giudicante le ha inflitto 3 anni di reclusione, il pagamento di 6.000 euro di multa, l'interdizione per 5 anni dai pubblici uffici e la sospensione della potestà genitoriale per 6 anni

E’ stata condannata a 3 anni di reclusione, al pagamento di 6.000 euro di multa, all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e alla sospensione della potestà genitoriale per 6 anni, la mamma 47enne di Gaby – originaria di Genova – arrestata nel novembre del 2012 dai Carabinieri con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio (assolta «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di aver utilizzato l’abitazione a uso esclusivo per l’attività di spaccio).
Secondo quanto emerso dalle indagini, ripercorse puntualmente in aula questa mattina dal pm Pasquale Longarini, la donna si serviva del figlio, all’epoca dei fatti neppure quattordicenne, per smerciare piccole quantità di droga a giovani e giovanissimi della valle del Lys.
Più nel dettaglio, secondo l’accusa, la mamma del minore aveva disponibilità di hashish e cocaina direttamente nella sua abitazione, luogo in cui – sempre secondo il pm Longarini – suo figlio e altri suoi amici erano soliti fumare ‘canne’ davanti alla donna (all’atto di una perquisizione in casa dei Carabinieri, furono sequestrati 20 grammi di hashish, uno di cocaina e oltre 500 semi di marijuana).
«L’hashish è meglio venderlo che fumarlo», sarebbe stata la frase espressa dalla donna davanti al figlio, motivo per cui, un giorno, avrebbe preso l’auto e condotto il figlio e alcuni altri suoi amici a Gressoney, ‘piazza’ battezzata per lo spaccio di modiche quantità di stupefacente. Secondo lo stesso pm Longarini, in auto la madre 47enne avrebbe addirittura consigliato il prezzo di vendita dello stupefacente ai minori, girovagando poi nelle campagne limitrofe a Gressoney alla ricerca di un terreno idoneo alla semina di marijuana.
Una spacciatrice incallita, insomma, quella tracciata dai racconti dell’accusa dinanzi al collegio giudicante presieduto da Massimo Scuffi, con giudici a latere Anna Bonfilio e Marco Tornatore, per cui il pm Pasquale Longarini, al termine della requisitoria, aveva chiesto la condanna a 8 anni di carcere, al pagamento di 40.000 euro di multa e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Per la difesa della donna, rappresentata dall’avvocato Erika Vaccaro, l’intero impianto accusatorio è stato basato su «testimonianze rese da minori che, nei diversi interrogatori a cui sono stati sottoposti, non corrispondono l’una con l’altra, perché frutto di domande tendenziose e suggestive che non erano adatte per interrogare dei minori», ha dichiarato.
«La mia assistita ha palesato sicuramente un’incapacità genitoriale di fondo, per carità, ma fino a oggi non c’è nessuna legge che impone a una mamma di denunciare un figlio che fuma hashish», ha commentato ancora l’avvocato Vaccaro, che ha poi concluso con un interrogativo: «Se la mia assistita fosse stata realmente l’accanita spacciatrice descritta dall’accusa, allora perché da nessuna testimonianza è risultata la cessione di stupefacenti in cambio di denaro? La donna si divertiva forse a vedere rovinata la vita del figlio e dei suoi amici?».
In un simile contesto, dalle indagini svolte dai Carabinieri emerse la totale estraneità ai fatti del marito della donna, ignaro di tutto.
All’epoca dei fatti furono denunciati cinque giovani, tra cui una ragazza, con il consumo (spesso di gruppo) e la vendita di droga che avvenivano in case e boschi della valle del Lys.
(patrick barmasse)

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