Perse l’alluce di un piede sotto una placca in acciaio, a processo i vertici della Cogne Acciai Speciali
CRONACA
di news il
14/01/2015

Perse l’alluce di un piede sotto una placca in acciaio, a processo i vertici della Cogne Acciai Speciali

Lesioni personali colpose. E’ l’accusa con la quale questa mattina in Tribunale ad Aosta – davanti al giudice monocratico Davide Paladino – sono stati chiamati a comparire Roberto Marzorati, 54 anni, presidente della Cogne Acciai Speciali (FOTO), e l’ingegner Flavio Bego, 42 anni, «responsabile dell’area di competenza» dove nel mese di giugno del 2012 l’operaio Alessandro Mazzotta, 41 anni di Aosta, a seguito di un incidente sul lavoro rimediò l’amputazione della prima falange dell’alluce del piede sinistro oltre a diverse lesioni da schiacciamento.
I fatti oggetto di contestazione – come anticipato – risalgono al giugno 2012, quando nel reparto di acciaieria della Cogne Acciai Speciali di Aosta – durante le operazioni di posa di una controplacca su una placca in acciaio, calata dall’alto mediante un carroponte – la base sulla quale era poggiata la placca cedette e il piede sinistro dell’operaio venne schiacciato.
«Per dieci minuti sono stato bloccato con i piedi là sotto», ha spiegato questa mattina in aula Mazzotta, aggiungendo: «Per liberarmi sono state necessarie manovre particolari per poter sollevare quella placca».
Da quell’incidente l’operaio della Cogne Acciai Speciali ha rimediato un infortunio per il quale il danno risulta già liquidato dalle compagnie assicurative, motivo per cui non si è costituito parte civile nel procedimento penale odierno.
In un simile contesto, questa mattina – davanti al giudice – sono sfilati numerosi testimoni tra colleghi di lavoro di Alessandro Mazzotta e suoi superiori, a partire da un dipendente «in servizio in acciaieria dall’ottobre del 1997», che ha dichiarato: «Le avvertenze nella gestione dei carichi sospesi c’erano, bisognava e bisogna tuttora stare a distanza di sicurezza dai carichi sospesi». Più nel dettaglio, il giudice Davide Paladino ha voluto sapere se l’operaio fosse stato informato in maniera ufficiale delle modalità di effettuazione di tale mansione, visto che – come lui stesso ha affermato – «io ero prestato a quella mansione, prima facevo il gruista, poi per esigenze di turni sono andato là».
Mazzotta «aveva partecipato al corso di formazione per gruisti, durante il quale si è affrontato anche il comportamento che gli operatori presenti a terra avrebbero dovuto adottare», ha confermato ancora il dipendente di lungo corso, smentendo di fatto l’affermazione di Mazzotta, che aveva invece sostenuto: «Non ho mai fatto nessuno corso di formazione specifico così come non ho mai ricevuto direttive specifiche che riguardassero la posa delle controplacche, tutto era prassi operativa».
Il grave infortunio occorso all’operaio fu provocato dal cedimento di una base sulla quale andò a poggiare la controplacca in acciaio, «un mattone» secondo la documentazione fotografica prodotta agli atti dallo Spresal, il Servizio di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro dell’Azienda Usl della Valle d’Aosta.
In poche parole, il mattone «o venne pizzicato dalla placca perché non posizionato bene, o venne frantumato dal peso» del materiale che doveva sostenere, ha ipotizzato Mazzotta durante la sua deposizione.
Fatto sta che, forse anche a seguito di questo infortunio, per questa specifica operazione ora si utilizzano come spessore «billette in acciaio», mentre in precedenza – così come confermato da alcuni operai in servizio in acciaieria – si usavano «mattoni o legno».
Insomma, quello che il vpo Cinzia Virota ha contestato – in particolare – all’ingegner Flavio Bego è il fatto di «non aver verificato che nel documento di valutazione dei rischi non venissero impartite specifiche prescrizioni a riguardo della corretta gestione dei carichi sospesi», visto che nel reparto «c’era sicuramente un rampino per l’accompagnamento dei carichi sospesi», ma «non sempre veniva utilizzato per tenere fermo il carico», ha precisato il responsabile dell’area a caldo chiamato a testimoniare.
«Chi avrebbe dovuto sorvegliare le operazioni?», è stata quindi la domanda pronunciata dal giudice Davide Paladino, col teste che ha replicato: «Il capo turno, vale a dire il responsabile gerarchico».
Il processo è stato rinviato per la discussione all’udienza del prossimo 13 febbraio, quando verrà pronunciata anche la relativa sentenza.
(pa.ba.)

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