La salma del capitano dell’Esercito Pippo Parisi è tornata in Valle dopo 20 anni
di Luca Mercanti  
il 01/11/2017

La salma del capitano dell’Esercito Pippo Parisi è tornata in Valle dopo 20 anni

La salma del capitano Giuseppe ‘Pippo’ Parisi ha fatto ritorno a casa dopo 20 anni. Il pilota dell’Esercito morì il 6 agosto 1997 in Libano a 33 anni mentre era in missione Onu. Ad attendere il feretro, ieri, martedì 31, oltre alle autorità militari e civili, il padre del defunto, Salvatore, la sorella Paola e il fratello Andrea.

Una cerimonia religiosa si è svolta a Villeneuve, dove il militare era cresciuto con la famiglia prima di trasferirsi a Torino. Erano presenti rappresentanti dell’Esercito e le associazioni militari, oltre che la vice presidente della Regione, Emily Rini.

La salma è stata tumulata nel cimitero di Villeneuve.

L’incidente era avvenuto alle 21.15 quando l’Agusta Bell 205 su cui volava – assieme al maresciallo Massimo Gatti, al capitano Antonino Sgrò, all’appuntato dei carabinieri Daniel Forner e al sergente John Lynch (esercito irlandese) – è precipitato durante una missione che prevedeva decollo e atterraggio notturno su alcune piazzole. Tutti gli occupanti del velivolo erano morti.

Quel tragico 6 agosto 1997

Come riportava il quotidiano Repubblica, l’Agusta-Bell 205 dell’ Onu pilotato dal capitano italiano Antonino Sgrò e dal tenente Giuseppe Parisi è in missione d’addestramento notturno lungo la fascia di sicurezza che gli israeliani controllano in Libano meridionale. Sono le nove e mezza della sera di mercoledì 6 agosto, è zona di guerra: la difesa degli insediamenti ebraici dagli attacchi che partono dal Libano. A sud la Galilea, le alture del Golan e il mare, con l’ esercito d’ Israele affiancato dalle milizie dell’ armata del Libano meridionale. A nord, i santuari dei guerrieri di Allah, i soldati del movimento integralista filoiraniano Hezbollah. Coi caschi blu della missione Unifil, che ha per compito specifico il ripristino del governo libanese nella parte meridionale del Paese dopo l’ invasione israeliana. L’ elicottero vola a bassa quota. E’ dipinto di bianco, ha solo il muso nero. E’ considerato estremamente affidabile.

I cacciabombardieri con la stella di David hanno compiuto due raid di un’ intensità inusuale, martellando le postazioni dei guerriglieri integralisti. Gli Hezbollah hanno promesso vendetta. L’Agusta italiano ha a bordo anche il maresciallo capo Massimo Gatti e un appuntato dei carabinieri, Daniel Forner, che svolge funzioni di polizia militare. C’è un quinto passeggero, un altro casco blu, di nazionalità irlandese. All’improvviso, dopo aver appena sorvolato il villaggio di Bint Jbeil, a qualche minuto dalla base di Nakura, il cielo s’illumina a giorno. Una vampata dalle lingue di fuoco avvolge l’elicottero. Un’ esplosione. Lo schianto. Così hanno raccontato i pochi testimoni ai primi soccorritori. C’è troppo buio, è difficile capire cosa sia successo realmente, la gente ha paura. La zona viene subito isolata dai militari israeliani e da alcune unità libanesi, i primi ad arrivare. L’ AB-205 è un ammasso rovente di ferraglie, addossato su di una collina. I cinque caschi blu sono morti sul colpo. Arrivano anche i loro compagni. A Nakura, la base degli elicotteri Unifil che si trova tra Rattiri e Rashov, due paeselli della fascia di sicurezza, l’Italia aveva inviato 52 militari e cinque elicotteri. Una missione rischiosa sotto ogni punto di vista: costata sino ad allora oltre duecento uomini alle Nazioni Unite. Chi o che cosa ha tirato giù l’elicottero italiano? Ufficialmente, una avaria. Molti però i dubbi all’epoca.

(re.newsvda.it)

 

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