Il momento del silenzio
SALUTE & BENESSERE
di Luca Mercanti  
il 28/11/2018

Il momento del silenzio

A cura della dottoressa Rossana Raso

Ci sono situazioni, accadimenti, tragedie, momenti particolari della vita di qualcuno, in cui la prima e l’unica cosa sensata da fare è restare in silenzio. Il silenzio del rispetto, di chi non sa, non può sapere e perciò non può parlare. Il silenzio della presenza, di chi sa che qualsiasi cosa si possa dire in quel momento non troverebbe spazio di accoglimento ed ascolto, perché è troppo presto, perché fa troppo male. Il silenzio del buon senso, di chi non saprebbe come affrontare la situazione perché apparentemente incomprensibile, lontana dal poter essere maneggiata e gestita. Il silenzio dello sgomento di chi osserva da vicino, di chi intravvede da lontano o di chi è immerso nelle circostanze, ma non riesce a capacitarsene.

Ci sono numerosi e ottimi motivi per far ricorso alla preziosissima e allo stesso tempo poco utilizzata assenza di parole. A volte la consideriamo come un indice negativo, come incapacità di far fronte, segnale di immaturità e fragilità o di estrema inadattabilità. In realtà il silenzio, nel momento opportuno, può racchiudere un mondo di significati, valere più di mille parole, come si suol dire. Usato in circostanze come quelle citate, è indice di intelligenza emotiva, capacità empatica e profonda competenza a gestire il disagio altrui. Quando accade qualcosa di devastante, spaventoso, lacerante, riempire lo spazio di parole può rivestire il significato di rendere più tollerabile la cosa, gestire l’orrore o il disagio che ci assale, difenderci da ciò che non comprendiamo, trovare una ragione, una colpa, una scappatoia, allontanare il dolore di qualcun altro che rischia di schiacciarci. Ma parole utilizzate per tali scopi rischiano soltanto di infettare la ferita, suonare colpevolizzanti o banalizzanti, provocare un trauma secondario e persino fare inutile violenza al prossimo. Certo, a volte questo è proprio lo scopo ultimo purtroppo, ma credo che queste circostanze non meritino considerazione.

In tutti i casi in cui invece la parola è guidata dal non sapere come affrontare la situazione, la linea guida più rispettosa da seguire è piuttosto quella della presenza silenziosa che faccia trasparire vicinanza e affetto, senza rendersi ingombrante, senza sostituirsi e cercare di riempire il proprio vuoto di fronte alla sofferenza. Doveroso è lasciare lo spazio del lutto, del contatto con quanto accaduto, della disperazione, dell’incertezza. Questo non significa disinteressarsi o allontanarsi, ma tollerare l’emotività altrui ed il suo diritto a soffrire.

Per quanto riguarda l’opinione pubblica poi, il giudizio, la teoria sui fatti, la ricerca di colpe e responsabilità non sono diritti da arrogarsi senza la benché minima conoscenza di circostanze, relazioni o persone. Nulla di tutto ciò dovrebbe appartenere al regno del “secondo me”, se non riguarda noi o non ci viene esplicitamente richiesto. Non è possibile scegliere le emozioni che ci invadono, ma lo è astenersi da sentenze inappropriate.

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