Fukushima 15 anni dopo: Giappone ricorda tsunami-incidente nucleare
Roma, 11 mar. (askanews) – Grandi muraglie anti-tsunami, barriere, paesi ricostruiti. La parte costiera del Tohoku – la regione del Giappone colpita dal terremoto-tsunami-incidente nucleare dell’11 marzo 2011 – è tornata, pur tra mille difficoltà, in parte alla vita. Tuttavia il ricordo, a 15 anni dal triplo disastro che provocò migliaia tra morti e dispersi, non è ancora impallidito. Anche perché, a tenerlo a galla, continua la lenta, balbettante e incerta operazione di messa in sicurezza e smantellamento della centrale nucleare Fukushima-1 (Fukushima Daiichi), la cui conclusione viene sempre più spostata in là nel tempo.
Il sisma di magnitudo 9.0, seguito dal gigantesco tsunami e dalla fusione dei reattori della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, causò oltre 22mila tra morti e dispersi. La cerimonia principale per commemorare il triplo disastro si è svolta nella prefettura di Fukushima, alla presenza della prima ministra Sanae Takaichi. Dal 2022 il governo centrale ha cessato di organizzare le commemorazioni ufficiali a Tokyo.
Familiari delle vittime si sono riuniti fin dalle prime ore del mattino anche presso le rovine della scuola elementare Okawa a Ishinomaki, nella prefettura di Miyagi, dove lo tsunami provocò la morte di 84 tra studenti e insegnanti. Allo stesso modo, in tutta la regione si sono tenute cerimonie più piccole, ma non meno sentite. A Odaka, all’ombra della centrale teatro del peggiore incidente nucleare dai tempi di Cernobyl, residenti hanno pregato e hanno ascoltato le note suonate da musicisti internazionali – italiani, taiwanesi, tedeschi – che hanno voluto commemorare in segno di amicizia e vicinanza un momento che ha decimato la piccola comunità.
Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia nazionale di polizia, le vittime dirette del disastro sono state 15.901, mentre 2.519 persone risultano ancora disperse, soprattutto nelle prefetture di Miyagi, Fukushima e Iwate. Alle vittime dirette si aggiungono 3.810 morti legate alle conseguenze del disastro, come malattie o suicidi causati dallo stress dell’evacuazione e della ricostruzione.
A quindici anni dalla tragedia, circa 26.000 persone risultano ancora sfollate dalla regione. Nel frattempo alcune aree della prefettura di Fukushima hanno visto un ritorno graduale dei residenti dopo la revoca di parte degli ordini di evacuazione, anche se molte zone restano ancora parzialmente interdette a causa del rischio provocato dall’elevata radioattività.
La compagnia elettrica Tokyo Electric Power Company (Tepco), responsabile dell’impianto di Fukushima Daiichi, continua a confrontarsi con le difficoltà nello smantellamento dei reattori.
La centrale fu colpita dall’onda di maremoto che sommerse i generatori di emergenza, causando la perdita quasi totale dell’alimentazione elettrica nei reattori da 1 a 4. Nei reattori 1, 2 e 3 il combustibile nucleare si fuse provocando il cosiddetto meltdown, mentre esplosioni di idrogeno danneggiarono gli edifici dei reattori. L’incidente provocò il rilascio di grandi quantità di materiale radioattivo.
Si stima che all’interno dei reattori rimangano circa 880 tonnellate di “debris”, cioè una miscela di combustibile nucleare fuso e materiali strutturali. Il recupero di questi materiali rappresenta il principale ostacolo alle operazioni di smantellamento dell’impianto.
Il piano iniziale del governo giapponese e della Tepco prevedeva l’avvio del recupero del combustibile fuso entro il 2021 e il completamento entro il 2036. Tuttavia i progressi sono stati molto limitati: dal 2024 sono stati recuperati in via sperimentale dal reattore 2 campioni per circa 0,9 grammi complessivi, una quantità pari a circa un miliardesimo del totale stimato.
Il recupero su larga scala dei detriti dovrebbe iniziare dal reattore 3, ma secondo le stime attuali l’operazione non potrà cominciare prima dell’anno fiscale 2037, oltre la scadenza prevista dal piano originario. Al momento non esiste una data precisa per la conclusione delle operazioni, e resta incerto se l’obiettivo fissato dal governo di completare lo smantellamento della centrale entro il 2051 potrà essere rispettato.
Durante una cerimonia nella centrale, il presidente di Tokyo Electric Power Company Holdings Tomoaki Kobayakawa ha dichiarato che “lo smantellamento sicuro e costante dell’impianto è il presupposto fondamentale per la ricostruzione di Fukushima”, aggiungendo che l’azienda dovrà affrontare anche le sfide tecniche legate alla rimozione del combustibile fuso.
Anche l’Autorità di regolazione nucleare ha invitato a non dimenticare le lezioni della tragedia. Il presidente dell’ente Shinsuke Yamanaka ha affermato che il disastro ha segnato “il crollo del mito della sicurezza assoluta” dell’energia nucleare e ha chiesto di riflettere sulle responsabilità e sui rischi legati all’eccessiva fiducia nella tecnologia.
La città di Futaba, che ospita la centrale nucleare danneggiata, è rimasta completamente inabitabile per oltre undici anni a causa della contaminazione radioattiva e molte aree restano ancora oggi chiuse al pubblico.
Il governo giapponese assicura di voler continuare a lavorare alla ricostruzione delle aree colpite. Il primo ministro Takaichi ha dichiarato che “senza la ricostruzione di Fukushima non può esserci la rinascita del nord-est del Giappone”, promettendo di operare per favorire il ritorno dei residenti, il rilancio dell’agricoltura e lo sviluppo economico della regione nei prossimi anni.
Secondo le stime del ministero dell’Economia, i costi complessivi legati alla compensazione delle vittime, allo smantellamento dell’impianto e alla decontaminazione supereranno i 23mila miliardi di yen, pari a oltre 125 miliardi di euro, di cui circa 16mila miliardi a carico della stessa Tepco. (di Antonio Moscatello)
