Meloni chiederà a summit Ue sospensione Ets ma ha pochi “alleati”
Roma, 14 mar. (askanews) – L’Italia arriverà al Consiglio europeo del 19 marzo con la sua proposta di ‘sospensione’ del meccanismo Ets, il mercato dei permessi di emissione di CO2 per la decarbonizzazione dei settori energetico e industriale, ma con scarse probabilità che sia presa in seria considerazione.
Il tema è stato rilanciato in settimana (l’11 marzo) dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel corso delle sue comunicazioni alla Camera e al Senato in vista del Consiglio europeo di Bruxelles del 19 e 20 marzo. Ma al momento non sembra aver riscosso l’appoggio di molti altri Stati membri.
‘Non faccio previsioni, vediamo’, ha detto a Europa Building Askanews il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. ‘L’Italia ha posto il problema. Per le nostre caratteristiche, a livello di Paese, l’Ets sta avendo l’effetto contrario. Noi siamo, per le nostre caratteristiche, quelli più penalizzati; ma con altri partner ci sono delle convergenze. Vedremo’.
Tra i possibili ‘alleati’ dell’Italia sulla proposta di sospendere l’Ets (sostenuta, tra l’altro, da Federacciai) non c’è sicuramente la Germania, sebbene una convergenza con Berlino (sotto pressione da parte della potente industria chimica nazionale) potrebbe esserci invece su un’altra richiesta collegata, quella di ritardare l’eliminazione progressiva (entro il 2034) delle quote di emissione gratuite concesse alle industrie energivore. Una richiesta condivisa anche da altri paesi, in particolare Austria, Repubblica ceca e Slovacchia. Meloni ha definito come una ‘questione fondamentale’, che va affrontata, ‘la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore, che comprendono, com’è noto, alcuni dei settori chiave del Made in Italy, come siderurgia, cartiere, lavorazione del vetro, ceramica’.
Ma nel frattempo il fronte dei paesi Ue nettamente contrari alla richiesta del governo italiano di sospendere l’Ets si sta allargando. Il 12 marzo, i premier di Danimarca, Finlandia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno inviato una lettera al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, in cui chiedono senza mezzi termini di respingere ‘i tentativi di indebolire, sospendere o restringere’ questo meccanismo che ‘rimane il nostro strumento più efficace ed efficiente per ridurre le emissioni e orientare gli investimenti’. I cinque primi ministri ribadiscono che ‘l’ambizione climatica’ non è un peso ma anzi ‘un fondamento per la competitività. Il limitato accesso dell’Europa alle risorse fossili e la sua esposizione alle pressioni geopolitiche rendono la decarbonizzazione un imperativo economico’. Dunque ‘ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili rafforza la nostra resilienza, abbassa i costi energetici strutturali e accresce la nostra autonomia’. E ‘allo stesso tempo, la transizione verso l’energia pulita si sta già affermando come un importante motore di crescita; nel 2023, l’energia pulita ha rappresentato quasi un terzo della crescita totale del Pil dell’Ue. I nostri paesi hanno dimostrato che l’energia libera da combustibili fossili può garantire prezzi più bassi e maggiore stabilità. La decarbonizzazione quindi – rilevano i cinque premier europei – non è solo una strategia climatica, ma anche una strategia di competitività’ e il sistema Ets ‘è la pietra angolare della strategia europea per il clima e l’industria. L’Ets rimane il nostro strumento più efficace ed efficiente per ridurre le emissioni e orientare gli investimenti’.
Tutti questi argomenti sono stati ripresi in un ‘non-paper’ che ha cominciato a circolare nelle stesse ore a Bruxelles, in cui al sostegno dei cinque paesi iberici e nordici si sono aggiunti altri tre Stati membri: Olanda, Lussemburgo e Slovenia. ‘Operare dei cambiamenti fondamentali all’Ets, mettere in questione lo stesso strumento dell’Ets, o sospenderlo, costituirebbe un passo indietro molto preoccupante’, si avverte nel ‘non-paper’.
Da notare anche che il 13 marzo alcune delle più importanti compagnie energetiche dell’Ue (con la notevole assenza di quelle italiane), e cioè Edf, Edp, Engie, Fortum, Iberdrola, Orsted, Statkraft e Vattenfall, hanno scritto una lettera a Costa e a von der Leyen in cui sottolineano che “l’Europa soffre attualmente di una dipendenza dai combustibili fossili, che espone la società alla volatilità dei prezzi e all’incertezza geopolitica”, e che “investire in un’elettricità accessibile, priva di combustibili fossili e prodotta a livello nazionale è l’unica strada percorribile per l’Europa per superare questo problema e raggiungere una competitività duratura”. L’Ets, rilevano le società energetiche, “è la pietra angolare di questa transizione”, perché “fornisce un segnale di prezzo chiaro ed efficiente per gli investimenti in energie rinnovabili. Inoltre, genera entrate significative che offrono un modo per sostenere le industrie che si stanno allontanando dai combustibili fossili senza gravare sui bilanci pubblici. Un sistema Ets solido è indispensabile per costruire una base industriale fiorente e rimanere sulla strada della neutralità climatica. Indebolirlo – avvertono le otto società firmatarie – metterebbe a repentaglio sia la resilienza economica a lungo termine dell’Europa sia la decarbonizzazione”.
Secondo Meloni, invece, le quote Ets sono una ‘tassa voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili, che questa tassa non la pagano’. In realtà, non è il costo dei permessi Ets che determina i prezzi sul mercato elettrico europeo (anche se vi contribuisce in parte), ma il sistema marginale del ‘merit order’, che fa pagare l’elettricità agli acquirenti all’ingrosso al costo di quella generata dall’ultima centrale, quasi sempre alimentata a gas (soprattutto in Italia), che è necessaria per coprire tutta la domanda di un dato giorno.
Il sistema Ets, secondo la premier ‘necessita di una revisione per correggere una serie di meccanismi che oggi, in un significativo numero di Stati membri, Italia inclusa, gonfiano artificialmente il prezzo dell’elettricità, con punte che, per la nostra nazione, toccano i 30 euro per MwH, un quarto dell’intero costo dell’elettricità’. La Commissione, in effetti, ha annunciato di stare lavorando a una proposta di revisione, che presenterà a luglio, ma non è affatto sicuro che vada nel senso auspicato da Meloni riguardo all’Ets.
Comunque, prima ancora della revisione, la crisi in Iran ha creato un’emergenza che richiede nel frattempo, secondo Meloni, ‘di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico’, almeno ‘fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente’. Sostanzialmente, questo significherebbe la sterilizzazione temporanea dell’Ets proprio sulle emissioni delle fonti fossili, per ridurre le quali il sistema è stato concepito.
Strutturalmente, poi, ‘al di là di questa misura emergenziale e urgente’, con la revisione per la premier ‘l’Ets dovrebbe colpire solo chi inquina, e non la produzione (di elettricità, ndr) tramite rinnovabili. Non pagare l’Ets sulle rinnovabili è, peraltro, proprio l’obiettivo che si è posto il Consiglio dei ministri, approvando lo scorso 18 febbraio il cosiddetto Decreto Bollette. La nostra aspettativa è che l’Unione Europea ci consenta di correggere rapidamente, e in maniera strutturale, questo meccanismo controproducente’.
Un’altra ‘questione fondamentale’, oltre alla già citata proroga dei permessi gratuiti per le industrie energivore, per Meloni è ‘la riduzione della volatilità del prezzo delle quote Ets attraverso l’introduzione di un ‘cap’ (un tetto massimo, ndr), oppure escludendo dal mercato Ets gli attori non industriali, così da limitare ogni speculazione finanziaria su questo strumento’.
Ma la riforma dell’Ets, ha precisato infine la premier, ‘non è l’unica proposta che intendiamo portare a Bruxelles in tema di prezzi dell’energia. Vogliamo agire anche sui costi regolatori e infrastrutturali che amplificano artificialmente il prezzo del gas, in particolare le tariffe di trasporto lungo le rotte di importazione. Un’altra opzione che chiederemo di approfondire è la costituzione di un servizio di liquidità di gas a disposizione del gestore del sistema di trasmissione nazionale, sulla base di procedure competitive definite che consentano di individuare fornitori disposti a immettere gas sul mercato nazionale, a prezzi prestabiliti, in caso di necessità’.
Una critica molto circostanziata alle posizioni di Giorgia Meloni è arrivata, lo stesso 11 marzo, da un comunicato di Ecco, il think tank italiano sul clima. Matteo Leonardi, co-fondatore e direttore di Ecco, puntualizza nella nota che l’Ets non è la causa dell’aumento dei prezzi dell’elettricità, ma che la vera vulnerabilità dell’Italia resta l’elevata dipendenza dal gas, la più alta tra i grandi paesi dell’Ue. Sospendere il sistema europeo Ets per la compravendita delle emissioni ‘non ridurrebbe le bollette e ritarderebbe lo sviluppo delle rinnovabili, la vera soluzione di lungo periodo alla volatilità dei prezzi’, afferma Leonardi. Inoltre, il think tank argomenta che l’Ets non deve essere visto solo come una tassa, come lo ha definito Meloni, ma anche come ‘un’entrata fiscale chiave dello Stato, i cui ricavi, circa 4 miliardi all’anno, dovrebbero essere interamente restituiti a imprese e consumatori, come da normativa europea, sotto forma di investimenti e politiche pubbliche per la transizione’, e in particolare ‘per ridurre i prezzi dell’energia e innovare i sistemi produttivi, i due aspetti cruciali della competitività’.
Un aspetto, questo, cruciale per l’Itallia, visto che, secondo quanto denunciato dagli eurodeputati del Pd e dei Verdi firmatari di una interrogazione scritta alla Commissione sul Decreto Bollette, ‘recenti analisi’ indicano che il governo ‘potrebbe aver destinato solo circa il 9% dei proventi delle aste Ets, generati tra il 2012 e il 2023, alla spesa legata al clima, nonostante un gettito totale stimato in circa 15,6 miliardi di euro’.
Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli
