Wharp: l’algoritmo di Roisan che ‘vede’ sottoterra e salva i cantieri
Massimiliano Glarey e Claudia De Davide
Hi-Tech, Lavoro, Persone e storie
di Paolo Ciambi  
il 24/03/2026

Wharp: l’algoritmo di Roisan che ‘vede’ sottoterra e salva i cantieri

La start up porta soluzioni hi-tech nell'archeologia e usa l'intelligenza artificiale per prevedere rischi archeologici, incrociando storia e geologia.

Wharp: l’algoritmo di Roisan che ‘vede’ sottoterra e salva i cantieri.

Riproponiamo l’approfondimento di Paolo Ciambi pubblicato qualche settimana fa su Gazzetta Matin. 

A gennaio e febbraio il gelo ferma i cantieri, ma a Roisan un algoritmo continua a scavare virtualmente.

È Wharp, la piattaforma sviluppata da Akhet, che porta l’archeologia nell’era dei Big Data, fresca vincitrice del premio speciale Valle d’Aosta alla Start Cup Piemonte Valle d’Aosta 2025.

Dimenticate le vecchie mappe: grazie all’intelligenza artificiale, il software incrocia geologia e storia prevedendo rischi e tesori nascosti prima ancora di posare un tubo.

Abbiamo chiesto a Massimiliano Glarey e Claudia De Davide, rispettivamente amministratore unico e responsabile di impatto di Wharp srl SB, come si insegna a un computer a «fiutare» la storia e perché questa tecnologia è oggi l’alleato indispensabile per le infrastrutture del futuro.

Dall’intuizione alla «velocità curvatura»

Sul web raccontate che Wharp nasce dall’esperienza sul campo. C’è stato un «momento zero» in cui avete capito che serviva automatizzare il processo?

«Non un momento unico, ma varie fasi. La prima scintilla è scoccata intorno al 2011-2012, con un lavoro legato alla Torino-Lione. Dovevamo analizzare un territorio ampio in Piemonte che non conoscevamo bene come la Valle d’Aosta e i dati archeologici erano scarsi. Ci siamo chiesti: da dove partiamo? Abbiamo analizzato il contesto sotto tutti gli altri aspetti – geologici e morfologici – identificando aree ad alto rischio che poi, negli anni, si sono rivelate effettivamente tali. Da lì abbiamo ribaltato il metodo su ogni lavoro in Valle. Wharp è l’evoluzione di questo approccio: volevamo creare un servizio web rapido e accessibile».

L’acronimo Wharp richiama l’inglese “warp speed”, la velocità curvatura di Star Trek. È voluto?

«In realtà nasce da un progetto di ricerca regionale molto tecnico (Wharp è l’acronimo di Water & Heating Archaeological Risk Portal)», riferisce Claudia De Davide, «pensato per le reti idriche ed energetiche. Però ce l’hanno fatto notare e ci è piaciuto molto».

«Io sono più un fan di Star Wars», rivela Glarey, «ma l’idea della velocità curvatura rende bene l’accelerazione che vogliamo dare ai processi decisionali».

La consegna del Premio Valle d’Aosta alla Start Cup Piemonte Valle d’Aosta al progetto Wharp, il 27 ottobre 2025

Veniamo alla tecnologia. Come fa la macchina a vedere l’ignoto dove non si è ancora scavato?

«Ragionando sui modelli insediativi. Se mancano dati archeologici puntuali, il dato che pesa di più è quello geologico e geomorfologico. Non cerchiamo solo dove poteva esserci un insediamento, ma soprattutto dove è improbabile o impossibile che ci sia. La sfida è stata applicare questo modello, nato in una valle alpina vincolante come la nostra, a territori pianeggianti come la Monza Brianza, dove la micro-geomorfologia e i vecchi corsi d’acqua governavano le scelte degli antichi».

Il cantiere non si ferma: la prova sul campo

La Valle d’Aosta investe molto in opere lineari, come ciclovie o efficientamento idrico. In che modo Wharp evita lo stop dei lavori? «Intervenendo prima che il cantiere apra. La carta del potenziale archeologico serve quando l’investitore sta ancora scegliendo l’area. Immaginiamo di avere tre opzioni di terreno con le stesse caratteristiche strategiche: Wharp ti dice subito quale ha il rischio archeologico più elevato. Sceglierlo non significa non poter fare l’opera, ma sapere in anticipo che ci saranno costi e tempi maggiori per risolvere le interferenze. Oggi il problema vero è l’imprevisto che blocca tutto, perché i tempi dello scavo archeologico non si possono comprimere: si scava a mano, togliendo centimetri di terra. L’unica soluzione è l’anticipo».

Un esempio concreto di come la geologia aiuta l’archeologia qui da noi?

«Pensiamo alla zona a nord dell’Ospedale Parini, dove c’è il parcheggio pluripiano. Lì c’erano evidenze di frane ripetute (debris flow), eppure in epoca preistorica e protostorica continuavano a costruirci sopra, ricostruendo il villaggio ogni volta. Per loro era strategico stare lì. Wharp ci aiuta a leggere queste dinamiche: conoscere il territorio non elimina il rischio, ma ti dà la consapevolezza per gestirlo».

Il futuro: nuove professioni e orizzonti europei

Guardiamo avanti. Tra i vostri target citate le assicurazioni: nasceranno polizze sul rischio archeologico?

«Ci piacerebbe, anche se il settore è ancora cauto. Le assicurazioni lavorano già sul rischio idrogeologico. Se il potenziale archeologico diventasse una variabile fissa per scegliere un investimento, allora avrebbe senso assicurarlo. Pensiamo a casi come le alluvioni di Siviglia o Ancona: i dati storici sui vecchi tracciati fluviali c’erano, ma spesso vengono ignorati. Wharp serve a dare un volto a queste criticità».

Siete un’azienda di Roisan che fa innovazione. Che consiglio dareste a un giovane valdostano indeciso tra studi umanistici e informatici? «Di specializzarsi capendo l’applicabilità sul territorio. Fare informatica pura qui è difficile, meglio applicarla a qualcosa di concreto come il territorio o l’archeologia. Noi stiamo cercando esperti di machine learning: servono figure ibride capaci di unire la potenza del calcolo alla sensibilità storica. È il modo migliore per vedere subito i risultati del proprio lavoro».

(paolo ciambi)

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